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L’atleta del mese: Chris Froome

A luglio il doping l'ha fatta da padrone e il vincitore del Tour ha simboleggiato le contraddizioni dello sport contemporaneo

Di Nicola Sbetti
Pubblicato il 31 Lug. 2013 alle 15:51

Nel bene o nel male, nel mese di luglio, il nome del vincitore (fino a prova contraria) del Tour de France, Chris Froome, è stato sulla bocca di tutti. Il “keniano bianco”, nato a Nairobi, cresciuto in Sudafrica e di passaporto britannico ha conquistato con un vantaggio netto la centesima edizione della Grande Boucle, vincendo tre tappe e infliggendo un distacco di ben 4’20” al colombiano Nairo Quintana e di 5’04” allo spagnolo Joaquim Rodríguez.

La facilità disarmante con cui sono arrivate le vittorie e il modo in cui ha condotto da padrone la corsa a tappe francese ha però insinuato in molti addetti ai lavori il dubbio che le sue prestazioni non siano state il frutto del solo allenamento. Impossibile dire con certezza se sia il “partito degli adulatori” o quello dei “delatori” ad aver ragione, tuttavia, rispetto agli acritici e trionfalistici articoli che avevano accompagnato le imprese di Pantani, Armstrong, Contador e Wiggins, c’è stata una maggiore cautela nelle celebrazioni.

Del resto la storia recente delle grandi corse a tappe ha dato ragione ai “malpensanti”. Sfogliando l’albo d’oro dei vincitori del Tour degli ultimi 25 anni, infatti, salta immediatamente all’occhio come quasi tutti i protagonisti saliti sul podio abbiano avuto a che fare col doping. Si tratta di cifre così impressionanti da suggerire che l’onere della prova per un vincitore di un grande giro debba essere invertito e che sia quindi egli a dover dimostrare (almeno all’opinione pubblica) di non aver barato.

Non va però dimenticato come, fin dalle sue origini, sia stata l’essenza stessa del Tour e del ciclismo eroico a spingere e costringere i ciclisti verso il superamento dei limiti. Anche in questa centesima edizione si è voluti andare verso l’estremo proponendo, per esempio, la doppia scalata dell’Alpe d’Huez. Grandeur e ricerca del “superumano” hanno portato i ciclisti all’uso di qualsiasi strumento, tecnologico, di allenamento e farmaceutico, per raggiungere e in molti casi superare il limite. Se l’uso di sostanze volte al miglioramento della performance è antico come il ciclismo (e lo sport), il doping è emerso come problema sociale solo con la creazione dell’anti-doping. Questo strumento, indispensabile per tutelare la salute di chi vuole competere ad alto livello, non è però mai stato realmente efficace per combattere in maniera incisiva il fenomeno.

I sospetti nei confronti di Froome sono poi ingiustificatamente cresciuti alla notizia della positività dello sprinter americano Tyson Gay e di cinque suoi colleghi giamaicani. Inoltre hanno avuto sicuramente un peso importante i rumors dell’indagine del senato francese sull’uso di Epo durante il tour del 1998 resa pubblica alla fine della corsa ciclistica.

La commissione ha fornito le prove che un altissimo numero di provette, inclusa quella del vincitore Marco Pantani, contenessero livelli elevati di Epo, all’epoca non rintracciabile dai controlli, confermando dunque quello che già si sapeva informalmente: nel ciclismo degli anni Novanta il doping era semi-legalizzato. Molte voci hanno sostenuto che questa indagine non sia servita a nulla se non a fare del male al ciclismo; eppure qualche conseguenza concreta l’ha portata: O’Grady, non avendo dato le dimissioni, è stato licenziato dal Comitato Olimpico Australiano, Blijlevens è stato licenziato dalla Belkin, Olano ha perso il posto da direttore tecnico della Vuelta, Zabel ha rinunciato all’incarico nel Consiglio del ciclismo professionistico ma non al ruolo di consulente per la Katusha, mentre in Italia non si registrano provvedimenti di rilievo.

Solo emarginando dalle squadre e dalla federazione internazionale dirigenti e medici ampiamente compromessi con il doping, non criminalizzando gli atleti che spontaneamente ne ammettono l’uso e forniscono informazioni importanti a combattere il racket e puntando, infine, sul passaporto biologico si potrà infatti ridare credibilità al ciclismo; uno sport che, dopo aver raggiunto il punto di non ritorno, ha deciso, seppur fra mille contraddizioni, di provare a combattere una battaglia contro il doping, senza mettere la testa sotto la sabbia come invece continuano a fare molti altri sport (tennis, nuoto e calcio in primis).

2° Andy Murray, Gran Bretagna – Tennis (LEGGI L’ARTICOLO)

3° Ruta Meilutyte, Lituania – Nuoto

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