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Rischiare la vita per salvare la terra

Nel 2014, oltre 116 attivisti ambientali sono stati uccisi per via del loro lavoro

Di Lorena Cotza
Pubblicato il 16 Giu. 2015 alle 12:11

Berta Cáceres non ha paura. Non l’hanno fermata le minacce di morte e di stupro. Non l’hanno fermata le denunce, i pedinamenti, l’uccisione dei suoi colleghi e sostenitori. Non l’hanno fermata neppure le ruspe.

Per salvare il fiume Gualcarque, minacciato dalla costruzione di una diga che ne avrebbe distrutto il fragile ecosistema, Berta ha deciso di rischiare la vita.

Berta è una donna di etnia Lenca, una delle nove popolazioni indigene dell’Honduras. Attiva in campo umanitario e ambientale sin da giovanissima, nel 1993 co-fondò Copinh, associazione che si batte contro lo sfruttamento illecito delle risorse naturali.

Nel 2006 alcuni abitanti del villaggio di Rio Blanco, situato sulle rive del Gualcarque, chiesero aiuto a Berta e alla sua associazione. Avevano notato movimenti di macchinari pesanti e l’arrivo di ingegneri stranieri vicino ai loro campi.

Secondo le tradizioni locali, la vita dell’uomo è legata a doppio filo a quella del fiume. Il Gualcarque non solo viene usato per irrigare gli orti e coltivare erbe medicinali, ma ha anche una funzione spirituale. Il fiume “è il significato stesso della vita”, dice Berta in un video prodotto per il Goldman Environmental Prize, prestigioso premio per la difesa dell’ambiente che le è stato assegnato lo scorso aprile.

Le quattro gigantesche dighe dell’impianto idroelettrico di Agua Zarca avrebbero comportato la distruzione dei campi circostanti e avrebbero impedito agli abitanti di Rio Blanco l’accesso all’acqua. Una risorsa che in Honduras, anche a causa del cambiamento climatico, è sempre più preziosa.

Il progetto fu avviato da un’impresa locale (Desa), con il supporto finanziario e ingegneristico di una serie di compagnie internazionali. Tra queste il colosso cinese Sinohydro, il più grande costruttore di centrali idroelettriche al mondo.

Dopo il colpo di stato del 2009, che portò al potere il conservatore Porfirio Lobo, il governo honduregno ha dato via libera agli investimenti spregiudicati di compagnie straniere, con poche garanzie per l’ambiente. Con il successivo governo di Juan Orlando Hernández, eletto nel 2013, la situazione non è cambiata.

Nell’ultimo decennio sono state autorizzate ben 47 dighe idroelettriche, che servono a produrre energia per centinaia di progetti estrattivi. Dato il forte impatto ambientale di queste opere, secondo le leggi honduregne i lavori non possono essere avviati senza prima aver consultato la popolazione locale. Nessuno, però, ha mai interpellato gli abitanti di Rio Blanco.

“In questa terra avevo un campo di fagioli”, racconta Lucio Sánchez, uno dei portavoce della comunità, nel video del Goldman Environmental Prize. “Ma quando sono arrivati con le ruspe hanno distrutto tutto. Eravamo infuriati”.

Nel 2006, appena Berta fu contattata, Copinh iniziò la campagna di protesta contro Agua Zarca. Le lettere, i cartelloni, le marce nella capitale e gli appelli ai tribunali internazionali, però, non bastarono. Nel 2013 decisero quindi di creare un blocco stradale: per oltre un anno impedirono con dei grossi massi l’accesso ai camion e ai macchinari. Era una forma di resistenza pacifica, ma la risposta fu violenta.

L’area fu militarizzata e i leader della protesta iniziarono a ricevere minacce e intimidazioni. Il co-fondatore di Copinh, Tomás García, fu assassinato da un soldato honduregno. La stessa sorte toccò a Maycol Rodríguez, un ragazzo di appena 15 anni. Il padre, attivista di spicco, aveva già ricevuto minacce. Per evitare il ripetersi di una tragedia annunciata, due dei quattro figli di Berta furono costretti a lasciare il Paese.

Nonostante i nomi degli assassini siano ben noti, nessun caso è mai stato investigato e nessuno è mai stato punito. Paradossalmente, è stata invece Berta ad essere criminalizzata: con due accuse infondate (quella di aver nascosto un’arma non registrata nella sua vettura e quella di aver pianificato di danneggiare una proprietà privata), i tribunali honduregni hanno emesso un mandato d’arresto nei suoi confronti.

Dopo oltre un anno di blocco stradale, gli abitanti di Rio Blanco sono riusciti a vincere la loro battaglia. Il progetto di Agua Zarca, anche se non del tutto abbandonato, è ormai bloccato. Alla fine del 2013 la compagnia Sinohydro si è ritirata, e così ha fatto anche il braccio di investimenti privati della Banca Mondiale (International Finance Corporation). Si tratta però di una vittoria amara: “Se ne sono andati, ma noi abbiamo pagato col sangue”, dice Berta.

L’Honduras è uno dei Paesi col tasso di criminalità e il numero di omicidi più alto al mondo. Gli attivisti “verdi” sono coloro che rischiano di più: dal 2010 al 2014, nella sola Honduras ne sono stati uccisi 101.

Secondo l’ultimo rapporto di Global Witness “Quanti altri ancora?”, a livello internazionale nel 2014 sono stati ammazzati 116 eco-attivisti, il 20 per cento in più rispetto all’anno precedente. Quattro vittime su dieci appartengono a popolazioni indigene, le più colpite da progetti che danneggiano l’ambiente.

I rischi sono alti, ma gli attivisti come Berta non rinunciano: “Quando ho iniziato la lotta andavo dal fiume per ascoltare le sue parole. Sapevo che sarebbe stato difficile, ma sapevo che avremo vinto. Me l’aveva detto il fiume.”

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