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Stanchezza, ansia, fiato corto: cos’è la sindrome post Covid e come riconoscerla

Credit: ANSA

Stanchezza, mal di testa, fiato corto, ma anche ansia e insonnia: più di un paziente Covid su dieci manifesta ancora sintomi a 3 mesi dall’insorgere dell'infezione

Di Vittoria Vardanega
Pubblicato il 3 Mag. 2021 alle 15:46 Aggiornato il 3 Mag. 2021 alle 15:53

Con il termine sindrome post Covid, più comunemente chiamata long Covid, ci si riferisce a un ampio spettro di sintomi che si manifestano durante o in seguito all’infezione da Coronavirus e che continuano per diverse settimane: almeno quattro, stando alla definizione del Servizio sanitario nazionale del Regno Unito (NHS) e dell’ente di Sanità pubblica statunitense (CDC), anche se non esiste ancora una definizione ufficiale a livello internazionale.

L’esistenza di questa sindrome ha cominciato a emergere sin dall’inizio della pandemia e da allora si sono moltiplicate le testimonianze di persone che in seguito al Covid non hanno raggiunto per molto tempo una completa guarigione, soffrendo di problemi di salute di varia natura, come spossamento, febbre, mal di testa e tosse, ma anche difficoltà di concentrazione, fiato corto, ansia e insonnia. La severità dei sintomi varia da persona a persona, ma in molti casi non permette ai pazienti di tornare a svolgere normalmente le loro abituali attività. 

A distanza di oltre un anno, il numero di pazienti long Covid continua a crescere, in misura proporzionale alla pandemia stessa. Solo nel Regno Unito, secondo i dati raccolti dall’agenzia governativa britannica Office for National Statistics (ONS), ad aprile 2021 almeno l’1,1 per cento della popolazione del Paese (e l’1,5 per cento degli adulti in età da lavoro) ha dichiarato di sperimentare sintomi che perdurano da almeno tre mesi. 

Considerando i milioni di persone che in tutto il mondo hanno contratto il virus, la sindrome post-Covid rischia di sfociare in una seconda crisi, più subdola e meno evidente della fase acuta dell’infezione, ma con un impatto importante sulla vita di migliaia di persone, oltre che sul sistema sanitario e produttivo del paese. 

Sintomi più comuni

L’agenzia ONS ha recentemente pubblicato i dati di 21.622 pazienti a cui è stato diagnosticato il Covid tra aprile 2020 e marzo 2021, i cui sintomi sono stati monitorati, e continuano a essere monitorati, tramite la somministrazione di un questionario a intervalli regolari di tempo.

Basandosi su questi dati, l’ONS stima che il 21 per cento dei pazienti Covid manifesti ancora almeno un sintomo a 5 settimane dalla presunta data di infezione. Come indicato nella figura in basso, i più comuni sono simili alla Covid-19 stessa: stanchezza, mal di testa, perdita di gusto e olfatto, mal di gola e febbre.

Fonte: ONS

Nonostante la prevalenza dei sintomi diminuisca con il passare del tempo, il 13,7 per cento dei pazienti accusava ancora almeno uno di essi dopo tre mesi e il 12,2 per cento ne soffriva ancora dopo quasi quattro mesi.

Gli stessi sintomi sono stati monitorati anche in un gruppo definito “di controllo”, composto da persone che non hanno mai contratto il virus. Ciascun partecipante è stato scelto in quanto simile a un individuo del gruppo di pazienti Covid, sulla base dell’età, del genere e di altri fattori, per permettere un bilanciamento tra i due gruppi e limitare l’influenza di alcune caratteristiche personali sui risultati. La persistenza dei sintomi, come mostrato nella figura in basso, è risultata essere molto più elevata nel gruppo di pazienti che avevano contratto il Covid rispetto al gruppo di controllo. 

Fonte: ONS

I sintomi del long Covid si manifestano con una severità che varia da individuo a individuo. Tra i pazienti dello studio dell’ONS, il 61,6 per cento ha dichiarato che la sintomatologia ha limitato lo svolgimento delle loro attività abituali, anche se in misura lieve. Per il 17,9 per cento invece, ha avuto effetti significativi. Nei casi più gravi, come riportato da diverse testimonianze, il long Covid può risultare invalidante, rendendo impossibili anche semplici mansioni casalinghe.

È bene ricordare che si tratta di risultati preliminari e che la stessa ONS ha definito le analisi “esplorative”, con dati in continuo aggiornamento. Tuttavia, si tratta di dati importanti, che sembrano non solo dimostrare, ma anche quantificare la portata del problema rappresentato dal long Covid, in un Paese (il Regno Unito), sufficientemente comparabile all’Italia.

Disturbi neurologici e psichiatrici

Tra gli effetti a lungo termine del Covid si riscontrano anche sintomi di natura neurologica e psicologica. Una ricerca pubblicata sulla rivista The Lancet ha studiato l’incidenza di disturbi di questo tipo tra pazienti contagiati dal Coronavirus. 

Su 236.379 pazienti, a circa 1 su 3 è stato diagnostico un disturbo di natura neurologica o psichiatrica nei sei mesi successivi all’infezione, una proporzione che sale a quasi 1 su 2 tra i pazienti precedentemente ammessi in terapia intensiva. La diagnosi più diffusa è risultata essere disturbo d’ansia (17,39%), seguita da uso di sostanze stupefacenti (6,58%) e insonnia (5,42%).

I ricercatori hanno ripetuto le stesse analisi considerando però solo i pazienti che non avevano mai ricevuto una diagnosi per questo tipo di disturbo prima di contrarre il Covid. In questo caso, la proporzione di pazienti diagnosticati nei sei mesi successivi all’infezione scende al 12,84 per cento ma sale al 25,79 per cento per i ricoverati in terapia intensiva.

Fonte: The Lancet Psychiatry

Il perdurare dei sintomi è un problema comune ad altre infezioni virali, ed era già stato studiato per i precedenti coronavirus, anche se ovviamente trattandosi di patologie diverse, la durata e la severità di questi sintomi persistenti potrebbe essere diversa per il Covid. 

Proprio per cercare di capire se il Covid è diverso dalle altre infezioni, i ricercatori hanno confrontato i risultati sopracitati con quelli di un gruppo di pazienti che aveva contratto l’influenza e un gruppo che aveva contratto un’infezione del tratto respiratorio. Come già visto nel caso delle analisi dell’ONS, il confronto dei risultati con uno o più gruppi di controllo serve a rafforzare o smentire l’ipotesi che sia proprio l’infezione da Covid la responsabile dei sintomi e disturbi osservati. Per questo è importante che le caratteristiche dei gruppi siano il più possibile simili: così si riduce la possibilità che la differenza nei risultati sia causata da un altro (o altri) fattore, e non dal fenomeno che si sta studiando (in questo caso, il Covid).

Lo studio pubblicato su The Lancet ha evidenziato che i pazienti Covid sono soggetti a un rischio superiore del 44 per cento di sperimentare disturbi neurologici o psichiatrici rispetto a chi aveva contratto l’influenza. Considerando solo le nuove diagnosi (ovvero per persone che non avevano riscontrato nessun disturbo simile prima dell’infezione), il rischio tra i pazienti Covid era superiore ai pazienti dell’influenza del 78 per cento. La differenza con chi aveva contratto un’infezione respiratoria si è dimostrata più esigua, ma anche in questo caso il Covid sembra esporre gli individui a un rischio superiore;  più precisamente del 16 per cento per qualunque diagnosi e del 32 per cento per le prime diagnosi.

Chi è più a rischio?

La probabilità di sperimentare effetti a lungo termine e sintomi persistenti sembra più alta tra i pazienti che sviluppano sintomi Covid più gravi, come evidenziato anche dallo studio di The Lancet riportato nella sezione precedente. Inoltre, i pazienti che sono stati ricoverati in terapia intensiva possono soffrire anche di un’altra sindrome, chiamata proprio sindrome post-terapia intensiva, che presenta sintomi simili a quello del long Covid (debolezza, respirazione difficoltosa, ansia), rendendo quindi difficile distinguere tra le due. In entrambi i casi comunque si tratta di effetti a lungo termine causati da una infezione precedente: direttamente (nel caso del long Covid) o indirettamente (come conseguenza del ricovero in terapia intensiva). 

Tuttavia, è bene sottolineare che questa patologia può colpire anche chi ha contratto il Covid in forma leggera: la proporzione di pazienti long Covid precedentemente ricoverata in ospedale per aver contratto il Coronavirus è solo dell’1,7 per cento nel campione monitorato dall’ONS e del 15 per cento in uno altro studio pubblicato dall’Università di Washington.

Questo risultato non dovrebbe sorprendere: dal momento che la maggior parte dei pazienti Covid non sviluppa sintomi gravi (percentuale ovviamente ancora più alta tra chi sopravvive all’infezione). È normale che anche tra i pazienti long Covid l’infezione originale sia stata leggera, nonostante in termini relativi il rischio di long Covid per questi pazienti sia più basso.

Infine, dalle analisi dell’ONS emerge che la percentuale di donne che ha riportato sintomi dopo cinque settimane dall’infezione si attestata al 23 per cento, mentre quella degli uomini al 18,7 per cento. Tuttavia, i ricercatori hanno evidenziato come la differenza tra i due gruppi non sia sufficientemente marcata, da un punto di vista statistico, per poter concludere che le donne siano più soggette al long Covid degli uomini.

D’altro canto, il rischio sembra aumentare con l‘età: circa 1 su 10 tra bambini e ragazzi fino ai 16 anni riportava almeno un sintomo a 5 settimane dall’infezione, contro 1 su 4 degli adulti tra i 35 e i 70 anni. Per gli ultra-settantenni invece il rischio torna a scendere e nel campione monitorato dall’ONS è risultato pari a circa 1 su 6 individui.

Cosa c’è ancora da fare

C’è ancora moltissimo da studiare e comprendere per quanto riguarda gli effetti a lungo termine del Covid, principalmente perché si tratta di una sindrome recente: fino a che non avremo a disposizione dati di lungo periodo, con studi che durano diversi anni, sarà difficile prevedere i tempi di recupero dei pazienti long Covid, e avere un’idea precisa di quali sintomi persistono o ritornano più spesso, la loro gravità e il decorso clinico della malattia, inclusa la probabilità di completa guarigione. 

Ma il lavoro da fare non si limita alla ricerca. In una recente pubblicazione, lo European Observatory on Health Systems & Policies ha identificato alcune misure che, se attuate, potrebbero aiutare i vari Paesi a prepararsi alla nuova sfida posta dal long Covid. Tra le attività suggerite troviamo la messa a punto di nuovi protocolli clinici e linee guida per gli operatori sanitari, e lo sviluppo di servizi adeguati per i pazienti, come centri di riabilitazione e risorse per il supporto online. Considerando che il rientro a lavoro potrebbe risultare difficile per molti pazienti long Covid, perlomeno in un primo momento, è importante far sì che i diritti dei lavoratori, come l’indennità per malattia, vengano rispettati.

Infine, l’osservatorio sottolinea l’importanza di aumentare la consapevolezza del problema, assicurandosi che i pazienti affetti da long Covid possano vedere il loro disturbo riconosciuto come una vera e propria patologia, con tutto il supporto che questo comporta.

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