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    Cosa c’è dietro la Berlin Valley, dove le startup copiano quelle statunitensi

    A Kreuzberg, quartiere di Berlino, nuove aziende sviluppano progetti identici a quelli di altre start up di successo. E non è necessariamente una buona notizia

    Di Giuseppe De Lauri
    Pubblicato il 5 Lug. 2017 alle 10:51 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 21:05

    A Berlino il quartiere di Kreuzberg ha la reputazione di “Silicon Valley d’Europa”. Oltre a essere stato luogo di confine tra Est e Ovest, Kreuzberg è un punto centrale della città e ne incarna opportunamente la rinascita. È da molti definito il più attraente poiché per anni ha beneficiato dell’originalità artistica, ora istituzionalizzata dalla gentrificazione.

    È il quartiere giovanile per eccellenza, dove l’età media è di circa 38 anni (la media cittadina è 44), dove il tasso di natalità è il 13,4 per cento e quello di crescita del 22,1 per cento. Con lo sviluppo dell’economia legata alle nuove tecnologie, non poteva esserci altro luogo in tutta Berlino che meglio potesse interpretarne le ambizioni e le incongruenze.

    Un’analisi sistemica dell’universo delle start-up berlinesi è complicata, poiché deve inserirsi in un contesto più grande: quello europeo. A differenza degli Stati Uniti, dove l’innovazione si concentra in determinate zone, le new economies europee non hanno un vero e proprio centro riconosciuto.

    Da circa una decina d’anni, Berlino è uno degli hub principali che può contendersi il primato con le altre capitali. L’innovazione di Kreuzberg, però, si traduce principalmente in una ricerca, più da calco che speculare, di dettagli e stili dell’ambiente lavorativo della Silicon Valley.

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    Meeting, conference call, ping pong, birre all’orario d’uscita, corsi di yoga, co-working esibito, colazione comune, incontri settimanali con investitori, management orizzontale: tutto per far sentire il lavoratore in una cold California. Non stiamo parlando di partecipazione ad eventi e fiere o round seed (ricerca di finanziamenti) che sono la base della nascita di una start up ovunque nel mondo, ma proprio di una copia carbone della vita lavorativa di quel sistema.

    Lo stesso battezzo come “Silicon Valley d’Europa” denota una sorta di auto-venerazione da parte degli addetti al settore che spesso sfocia nella più umana spocchia. Tutto è certificato da riviste come Berlin Valley, sulle quali gli startupper già parlano di “quarta rivoluzione industriale europea”. E  forse è proprio qui, a Berlino, che il cosiddetto capitalismo 2.0 ha nel low cost – cioè negli impieghi poco specializzati, precari e scarsamente retribuiti – l’altra faccia dell’high tech.

    C’è però un’altra realtà, molto più vicina alla Cina della svolta capitalistica che ai cervelli di Stanford. La maggior parte delle aziende di Berlino, infatti, è una copia esatta di start up di successo americane. Come nella Cina che copiava la manifattura straniera, così Berlino ruba idee che da qualche altra parte del mondo hanno già redditività. Un ottimo esempio di questa politica si chiama Rocket Internet.

    Si tratta di un’azienda creata dai tre fratelli Samwer nel 2007, che propone come innovative molte delle cose che sono già state inventate da altri. I fratelli Samwer iniziarono nel 1999, dopo esser stati a San Francisco e aver osservato lo sviluppo di Ebay. I tre fondano a marzo dello stesso anno Alando, che appena 100 giorni dopo fu venduta a Ebay per 40 milioni di euro. I Samwer avevano ben calcolato che Ebay sarebbe sbarcato in Europa da li a poco e avrebbe fatto piazza pulita dei competitors a suon di acquisizioni.

    Da quel momento il business non è cambiato. Anzi si è fatto sistema. Perché rischiare di fare qualcosa di innovativo, e quindi investire in ricerca, se le cose funzionano già, cosiffatte, in America? La cosa funziona così: il settore di ricerca individua una startup californiana che sta per sfondare, ne studia attentamente il business plan e cerca come configurarlo per gli standard europei. Poi si mette insieme una squadra, si inventa una breve storia su come i fondatori si siano conosciuti a Londra o negli Usa (anche se ultimamente è di moda il Sudamerica), si cerca un nome orecchiabile e la startup è fatta.

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    È il modello del copy-cat: sviluppare progetti identici a quelli di altre aziende di successo. Così Zalando, il colosso europeo del commercio online, ha fotocopiato l’americana Zappos. Wimdu è la copia di Airbnb. FoodPanda è l’americana GrubHub con l’aggiunta di un panda. Poi Zalora e Lazara che sono la copia di Zalando che è la copia di Zappos, ma per l’Asia.

    Ce ne sono così tante che anche i nomi iniziano a somigliarsi. Un giro su siti come crunchbase può chiarire i dubbi.

    Negli ultimi anni, gli investitori tedeschi, per essere sicuri del loro investimento, hanno finanziato start-up di spedizione di cibo e bevande. Sono nate decine di mini-aziende – più o meno conosciute – che fanno principalmente lo stesso mestiere. Delivery Hero, la più grande, controlla anche Foodora, e ha come competitors Foodpanda e Liferando, che compete anche con Lieferheld, che a sua volta ruba mercato a Pizza.de. Tutte insieme odiano Deliveroo e JustEat, perché non sono tedesche.

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    Il copy-cat è applicato più o meno pedissequamente in tutta Europa, ma trova in Berlino la sua più alta forma di espressione. La Berlin Valley, vista dal centro di Kreuzberg, assomiglia a una Shenzhen degli anni Novanta adattata al terzo settore: la congiunzione favorevole tra crescita dei servizi e un gran numero di giovani poliglotti e proattivi (e a buon mercato) è la causa di quest’anomalia.

    La competizione tra servizi uguali, nonostante sia alta, risulta comunque sostenibile. Le idee e l’innovazione non trovano molto spazio in questa valley e tuttavia il modello-Berlino è quello più apprezzato in Europa. Un approccio diverso, che preveda la formazione di start-up originali e progetti esportabili dall’Unione europea agli Stati Uniti, è considerato assurdo e illogico dalla maggior parte della filiera.

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    Questa criticità europea è la criticità di Berlino, più di quelle di altre città nel continente. Anzi, questa assenza di un centro nevralgico è la causa della subalternità europea nei confronti degli Stati Uniti sull’innovazione.

    Un processo di interazione tra i vari paesi – Germania inclusa – e una valutazione più modesta dei propri traguardi, farebbe compiere un balzo in avanti all’intero continente. Anche se ciò significasse accantonare gli stili civettuoli californiani per, chissà,  dettarne di nuovi e straordinari.   

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