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Vitamina C in integratore: quali forme esistono e quale scegliere

Di Redazione TPI
Pubblicato il 24 Feb. 2026 alle 18:39

La vitamina C è tra gli integratori più acquistati in Italia — oltre quaranta milioni di confezioni vendute ogni anno, secondo i dati di mercato del settore nutraceutico. Eppure, sullo scaffale o online, la scelta è tutt’altro che semplice: acido ascorbico, ascorbato di sodio, bioflavonoidi, vitamina C liposomiale, forme tamponate. Capire le differenze aiuta a scegliere in modo più consapevole.

Le principali forme in commercio e cosa le distingue

L’acido ascorbico puro è la forma più diffusa e meno costosa. Chimicamente identico alla vitamina C prodotta dall’organismo, viene assorbito efficacemente a dosi moderate (fino a 200 mg per singola assunzione), ma può risultare irritante per la mucosa gastrica in soggetti sensibili, specialmente a stomaco vuoto o a dosi elevate.

Per ridurre l’acidità si ricorre agli ascorbati minerali, cioè sali dell’acido ascorbico legati a un minerale — solitamente sodio, calcio o magnesio. Queste forme tamponate hanno un pH neutro e sono meglio tollerate a livello digestivo, pur mantenendo una biodisponibilità sovrapponibile a quella dell’acido ascorbico.

Un’opzione specifica in questa categoria è l’Ester-C, un ascorbato di calcio brevettato che contiene anche metaboliti della vitamina C, come il treonato di calcio. Alcune formulazioni di Ester-C con bioflavonoidi da agrumi abbinano questa forma a estratti naturali per potenziarne l’assorbimento: studi in vitro suggeriscono che i metaboliti presenti favorirebbero la ritenzione della vitamina nei leucociti, le cellule chiave del sistema immunitario. Per chi ha uno stomaco sensibile o cerca una forma più complessa dell’acido ascorbico standard, è una delle opzioni più studiate.

Biodisponibilità e tolleranza: quale forma conviene

La vitamina C liposomiale è la forma più recente e costosa. La molecola di acido ascorbico viene incapsulata in liposomi — sfere lipidiche che imitano la membrana cellulare — con l’obiettivo di bypassare il tratto digestivo e aumentare l’assorbimento. Alcune ricerche indicano una biodisponibilità superiore rispetto all’acido ascorbico standard, anche se gli studi su larga scala restano limitati e i costi per unità di dosaggio sono significativamente più elevati.

C’è poi la vitamina C da fonti naturali: estratti di acerola, camu camu, rosa canina o kiwi. In questi casi la vitamina C è accompagnata da cofattori (enzimi, polifenoli, bioflavonoidi) presenti nella matrice vegetale originale. Le concentrazioni sono generalmente più basse rispetto alle forme sintetiche, il che le rende più adatte a una supplementazione di mantenimento che a trattamenti di urto.

Secondo le linee guida del Ministero della Salute, la dose massima giornaliera consentita per gli integratori di vitamina C in Italia è di 1.000 mg, soglia al di sotto della quale non si registrano effetti avversi per la popolazione adulta sana. L’assorbimento intestinale è dose-dipendente: a 200 mg si assorbe quasi il 100% della quota ingerita, a 1.000 mg la percentuale scende intorno al 50%.

Cosa valutare al momento dell’acquisto

La scelta della forma dipende da tre variabili: la tollerabilità gastrica individuale, il dosaggio abituale e il budget disponibile. Per chi non ha problemi digestivi e assume dosi moderate, l’acido ascorbico standard rimane una scelta solida ed economica. Le forme tamponate o l’Ester-C sono più indicate per chi soffre di acidità o segue protocolli ad alto dosaggio. La vitamina C liposomiale può avere senso in contesti specifici, ma i dati clinici non giustificano ancora il divario di prezzo per l’uso quotidiano ordinario.

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