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Storia di un contagio mai avvenuto

Credit: Reuters

Joao ha scoperto che Roberto era sieropositivo solo dopo aver avuto con lui un rapporto non protetto. A TPI entrambi hanno raccontato come sono andate le cose. Ma qual è il rischio reale di contrarre l'Hiv da un partner in terapia?

Di Tommaso De Paoli
Pubblicato il 11 Ago. 2017 alle 13:44 Aggiornato il 18 Apr. 2019 alle 10:39

È finito un incubo, per Joao. Uno stato di ansia durato un mese: il test ha dato esito negativo. Ho aspettato che tutto andasse bene, prima di scrivere questo pezzo.

“Tutto è cominciato quella sera, ci eravamo dati appuntamento tramite una app di incontri”, racconta Joao. Le parole escono da una bocca coronata da una folta barba. “Ci siamo incontrati a casa mia, il mio compagno di stanza non c’era e allora ho pensato che sarebbe stata la situazione più comoda”. I due poco dopo sono distesi a letto: “Ci eravamo accordati per l’uso del preservativo, ma poi nella foga del momento non l’abbiamo più usato. Mi sento anch’io responsabile per questo”, continua Joao.

A Roberto le domande le ho potute fare solo per iscritto, ha preferito così: “Avrei dovuto dire a Joao che ero sieropositivo. Ma con un nuovo partner, non è mai facile per me parlare di questa cosa. Mi sono affidato al fatto che per 8 mesi sono stato assieme a un ragazzo con cui l’ho sempre fatto senza protezioni e che non è mai stato contagiato”.

Il mattino seguente, Joao si sveglia ripensando alla notte passata con Roberto: quella era la prima volta che lo faceva senza protezioni. “Mi son trovato a riflettere sul perché lui si sentisse così sicuro nel non usare il preservativo, in teoria una persona che non ha l’Hiv, per non rischiare, lo usa”.

Joao racconta la vicenda con serenità: lo spavento è passato, ora. “Ho deciso di chiamare Roberto. Ci ha messo un po’, ma alla fine mi ha confessato di avere l’Hiv, di essere sieropositivo, ma anche di essere in cura, di non avere quindi carica virale nel sangue. Io mi sono preoccupato perché il rischio c’era, anche se minimo”.

Ma come ha contratto l’Hiv, Roberto? “Sono venuto a contatto col virus presumibilmente nell’inverno del 2011, calcolando che il periodo finestra é di circa 6 mesi. L’incontro ‘fatale’ è stato in sauna: diciamo che ho dato fiducia alla persona sbagliata, ma non me ne faccio un cruccio, in fin dei conti ero più che maggiorenne e vaccinato.

Nel marzo 2012 ho avuto una pesante influenza intestinale, la febbre non si abbassava e non rispondevo agli antibiotici. Per una serie di complicazioni causate da allergie, è stato deciso un ricovero e, senza consenso, mi è stato fatto il test. Tralasciando l’implicazione giuridica che ne è scaturita, ho avuto ‘fortuna’ nella ‘sfortuna’: il test sia stato fatto nel momento in cui il virus era all’apice della sua viremia, da lì é iniziato il mio percorso nel DH degli infettivi. La terapia è stata stabilita seguendo dei protocolli nazionali: viene creata una cura ad hoc mixando vari farmaci a seconda dello stato di salute del paziente”.

Joao è un ragazzo di Lisbona che vive e lavora in Italia da qualche anno. È omosessuale e come tanti ragazzi gay cerca appuntamenti nelle app per incontri. Dopo la doccia fredda della sieropositività di Roberto, decide di andare immediatamente in ospedale, dove gli dicono che Roberto è nei loro registri, che sta seguendo effettivamente la cura con i farmaci antiretrovirali (farmaci che bloccano i meccanismi di replicazione del virus) e che la possibilità di contagio tra lui e Roberto è bassissima, quasi nulla.

Joao però, insiste, vuole fare la profilassi, e si fa prescrivere lo stesso quei farmaci costosi: “Tu che cosa avresti fatto?”, dice guardandomi negli occhi. Michele Breveglieri, responsabile salute dell’Arcigay Italia, spiega a TPI: “Se Roberto era in terapia e con carica virale non rilevabile, la profilassi fatta da Joao è stata probabilmente inutile e mi stupisco anche che gliel’abbiano data: le linee guida ministeriali non la consigliano se il partner sieropositivo è in terapia, cioè la ritengono fondamentalmente superflua”.

I farmaci di Joao sono costati 1600 euro allo Stato: due piccole boccette di plastica con dentro delle pillole. È la PEP, detta anche profilassi, un intervento farmacologico che ha lo scopo di prevenire il contagio: due pastiglie da prendere la mattina e una la sera, per un mese.

“Non si può pensare di ricorrere al farmaco ogni volta in cui c’è una situazione a rischio: sono farmaci molto costosi e sono a carico del Sistema sanitario nazionale. Credo che in un momento di tale crisi economica, spendere risorse preziose per delle situazioni che potrebbero essere evitate con un po’ di buonsenso, non sia proprio un atteggiamento etico. Inoltre questi farmaci non sono a costo zero per l’individuo e non intendo a livello economico. Sono farmaci impattanti per il fisico della persona”, sostiene il dottor Foresta, professore di Andrologia dell’Università di Padova e presidente dell’omonima onlus Fondazione Foresta. “Si rischia che passi il messaggio per cui l’Hiv non sia una malattia impegnativa, e questo porta a un’ulteriore deresponsabilizzazione nei comportamenti sessuali”.

La profilassi è una cura di prevenzione a base di farmaci antivirali, esattamente come lo sono i farmaci che assumono le persone che già hanno contratto il virus. Ma è sicuro o no il sesso non protetto per le persone sieropositive in cura farmacologica?

“Prendendo i farmaci, Roberto ha avuto una probabilità praticamente nulla di trasmettere il virus, e quindi per questo si è forse lasciato andare rispetto a Joao (fermo restando la corresponsabilità di Joao nel non averlo fermato e la responsabilità di Roberto di non avergli detto prima che, pur in terapia, era sieropositivo)”, afferma Breveglieri.

Il 25 luglio a Parigi, un gruppo di ricercatori della University of New South Wales di Sydney guidato dal professor Andrew Grulich ha presentato uno studio che aveva come obbiettivo l’analisi della vita sessuale degli ultimi quattro anni di oltre 350 coppie omosessuali (coppie in cui uno dei due membri è sieropositivo). I partner positivi erano in cura farmacologica, mentre quelli negativi sono stati testati regolarmente durante lo studio per diagnosticare eventuali nuove infezioni.

Nonostante i partecipanti abbiano avuto rapporti sessuali senza preservativo quasi 17 mila volte, nessun nuovo contagio è avvenuto.

“Il fatto è che i sieropositivi sono persone più deboli per la loro condizione, dunque più esposti alle altre malattie sessualmente trasmissibili: è bene che si proteggano! Ma non solo loro, tutti dovrebbero farlo, la principale causa di contagio è il mancato uso delle protezioni”, spiega il dottor Foresta.

Da un’indagine condotta dalla sua fondazione infatti, su oltre 2mila giovani intervistati, è emerso che il 40 per cento di questi aveva avuto rapporti non protetti. Il dato si riferisce alla sola città di Padova, però è certamente un indicatore. Il virus fa ancora paura?

Penso che l’Hiv sia entrato un po’ nell’oblio per varie ragioni. Un po’ perché certamente non si muore più e un po’ perché ad uno sviluppo eccezionale sul piano terapeutico e preventivo, non ha corrisposto una uguale crescita di consapevolezza comunitaria: la gente ancora non parla di Hiv con competenza e le persone sieropositive si nascondono o non si dichiarano perché ancora sono vissute come potenziali ‘untori’. L’effetto è quello di una bolla in cui si vive come se l’Hiv non esistesse più”, sostiene Breveglieri.

La lotta al virus sembra però aver ritrovato nuova linfa dopo anni di sonnolenza: a marzo il governo ha presentato il nuovo piano per il biennio 2017 – 2019 con interventi contro Aids e Hiv (PNAIDS) che ha l’obbiettivo di dare un impulso decisivo alla lotta al virus. Si punta fortemente sulla prevenzione, sulla comunicazione e sul contrasto alla stigmatizzazione che ancora affligge le persone contagiate.

“Credo che il governo col nuovo piano si stia muovendo nella giusta direzione: è necessario facilitare in tutti i modi l’accesso ai test e all’informazione”, dice il dottor Foresta.

Anche Breveglieri pensa che sia un buon intervento. “È un documento a suo modo storico, perché definisce in modo dettagliato obiettivi ad ampio raggio da sempre ignorati nel nostro paese, tra cui ad esempio l’attenzione speciale alle cosiddette popolazioni chiave e le strategie diversificate di offerta del test Hiv, incluso il test offerto direttamente dalle associazioni”.

Ma non è tutto oro quel che luccica. “Dal punto di vista delle risorse, non c’è al momento alcun investimento di spesa commisurata all’ambizione degli obiettivi, e il piano rischia di rimanere un bel libro dei sogni”, conclude il responsabile salute dell’Arcigay.

Ma come vive oggi, un sieropositivo? “Da quando ho saputo di essere infetto, la mia vita è proseguita come prima: ho studiato, lavoro, faccio viaggi. In fin dei conti è una patologia come altre e non mi blocca nel far nulla”, scrive Roberto. “Anzi, credo di essere in un certo senso ‘fortunato’, perché essendo controllato con cadenza precisa, ho la certezza di avere sempre un feedback sul mio stato di salute generale e, in caso di dubbi, posso rivolgermi a personale altamente specializzato”.

Gli enormi passi in avanti fatti dalla medicina stanno permettendo a Roberto di vivere una vita relativamente tranquilla. Ma il virus non è stato sconfitto: chi lo contrae deve ancora andare incontro a pesanti ripercussioni psicologiche, a uno stigma che colpisce chi ha l’Hiv e all’assunzione quotidiana di farmaci. C’è una maniera semplice per evitare tutto questo: proteggersi.

Joao e Roberto sono nomi di fantasia dal momento che i due uomini hanno accettato di fornire la loro testimonianza in forma anonima.

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