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    Il sottosegretario Freni a TPI: “La sovranità europea passa anche dai circuiti finanziari”

    Federico Freni, 46 anni, sottosegretario al Ministero dell’Economia nei governi Draghi e Meloni. Credit: AGF

    “Gli ultimi anni ci hanno insegnato che le reti dei pagamenti digitali sono infrastrutture strategiche. All’Ue serve una politica industriale: occorre costruire un ecosistema comune che coniughi innovazione e affidabilità. Ma autonomia non significa autarchia”. Intervista al sottosegretario del Mef

    Di Enrico Mingori
    Pubblicato il 10 Lug. 2026 alle 14:25

    Sottosegretario, in Italia i pagamenti digitali sono cresciuti molto negli ultimi anni, ma il nostro è ancora un Paese fortemente legato al contante. Guardando al futuro, quali tendenze prevede?
    «La diffusione dei pagamenti elettronici va verso una fase di ulteriore radicamento. La spinta dell’innovazione tecnologica e un’offerta sempre più ampia e variegata dei servizi digitali contribuiscono a rendere questo fenomeno uno dei cambiamenti più significativi del sistema economico. Questo non significa immaginare la scomparsa del contante, che continuerà a svolgere una funzione importante, sia come strumento di inclusione sia come presidio di libertà economica. L’obiettivo delle istituzioni non deve essere quello di imporre un modello di pagamento, ma di garantire che cittadini e imprese possano scegliere liberamente lo strumento più efficiente e più adatto alle proprie esigenze».

    Quali sono le novità più significative all’orizzonte?
    «La vera evoluzione riguarderà la qualità dei servizi. I pagamenti diventeranno sempre più istantanei, integrati nelle piattaforme digitali e interoperabili. Il pagamento tenderà progressivamente a scomparire come momento autonomo dell’esperienza dell’utente, diventando al contrario una funzione incorporata nei servizi digitali, nella mobilità, nell’e-commerce, nella pubblica amministrazione e persino nei rapporti tra le imprese. Emergeranno, quindi, nuove tecnologie, come la tokenizzazione degli asset, la finanza programmabile e nuove forme di moneta digitale. Sono tutti fenomeni che avranno un impatto crescente sull’economia reale e che richiederanno un quadro regolatorio capace di accompagnare l’innovazione, senza comprimerla».

    In Europa il sistema dei pagamenti digitali è oggi fortemente legato a infrastrutture e circuiti internazionali, per lo più di matrice statunitense: questo rappresenta un elemento di vulnerabilità strategica per il nostro continente?
    «Il tema dei pagamenti digitali non è più solo una questione tecnologica o commerciale. È diventato un tema di sovranità economica e, in prospettiva, anche geopolitica. L’Europa dispone di un mercato unico solo potenzialmente ottimale, di istituzioni solide e di competenze tecnologiche di assoluto livello, ma continua a dipendere in misura significativa da infrastrutture sviluppate al di fuori del continente. Gli ultimi anni ci hanno insegnato che le infrastrutture finanziarie sono a tutti gli effetti infrastrutture strategiche. Affidare completamente l’infrastruttura dei pagamenti a soggetti esterni significa esporsi a rischi che non riguardano soltanto il mercato ma anche la sicurezza economica. Naturalmente autonomia non significa autarchia. Nessuno immagina un’Europa chiusa rispetto ai grandi operatori internazionali che hanno contribuito allo sviluppo dei pagamenti digitali. Significa, al contrario, costruire una capacità europea che consenta di scegliere, di competere e di garantire continuità operativa anche in contesti complessi».

    Le stablecoin ancorate all’euro – penso ad esempio al progetto Eur.Bank – possono contribuire a raggiungere quell’autonomia strategica europea che oggi non abbiamo nel settore dei pagamenti digitali?
    «Le stablecoin rappresentano una delle innovazioni più interessanti dell’attuale evoluzione dei mercati finanziari. Se una stablecoin è pienamente garantita, regolata, trasparente e ancorata all’euro, può certamente contribuire al rafforzamento dell’ecosistema finanziario europeo. Non perché sostituisca la moneta della banca centrale, ma perché amplia le possibilità di utilizzo della nostra valuta anche negli ambienti digitali più innovativi. In questo senso occorre guardare con interesse alle iniziative europee che puntano a sviluppare stablecoin conformi alla disciplina introdotta dal regolamento MiCA. È importante che queste iniziative nascano all’interno di un quadro normativo rigoroso seppure flessibile, con l’obiettivo di garantire la tutela dei risparmiatori e la stabilità finanziaria. Progetti come Eur.Bank testimoniano la volontà di costruire strumenti europei fondati sulla fiducia, sulla piena copertura delle riserve e sulla trasparenza. Naturalmente sarà il mercato a valutarne il successo, ma è positivo che l’innovazione possa svilupparsi anche in Europa senza essere costretta a migrare verso altri ecosistemi normativi».

    Che ruolo avranno le stablecoin nell’economia digitale europea?
    «Le stablecoin possono rappresentare uno dei principali strumenti attraverso cui l’economia digitale europea acquisterà efficienza. Naturalmente occorre distinguere tra fenomeni profondamente diversi. Una stablecoin regolamentata, pienamente garantita da attività di elevata qualità e sottoposta alla vigilanza prevista dal quadro europeo, non è assimilabile agli strumenti speculativi. L’Europa ha oggi l’opportunità di costruire un ecosistema in cui innovazione e affidabilità procedano insieme. Occorre favorire l’integrazione tra economia tradizionale e tecnologie blockchain, senza rinunciare ai principi che caratterizzano il nostro ordinamento: tutela del risparmio, stabilità del sistema e protezione degli utenti. Le stablecoin non sostituiranno il sistema bancario né la moneta pubblica, ma potranno diventare un’infrastruttura complementare, capace di migliorare l’efficienza di molti processi economici».

    Il regolamento europeo MiCA è sufficiente per garantire sicurezza e trasparenza agli utenti delle stablecoin?
    «Il regolamento MiCA rappresenta un passaggio storico. Per la prima volta una grande area economica ha scelto di disciplinare organicamente il mercato delle criptoattività, offrendo agli operatori un quadro normativo chiaro e uniforme. Questo costituisce un vantaggio competitivo importante anche sotto il profilo industriale, perché l’incertezza regolatoria è uno dei principali ostacoli agli investimenti. Ma nessuna normativa può considerarsi definitiva. L’innovazione tecnologica evolve con una velocità superiore rispetto ai processi legislativi e sarà inevitabile aggiornare progressivamente il quadro regolatorio per tenere conto delle trasformazioni del mercato. Tuttavia, MiCA introduce alcuni principi fondamentali che considero essenziali: trasparenza, adeguatezza patrimoniale, responsabilità degli emittenti, tutela degli utenti e supervisione delle autorità competenti. Sono elementi che contribuiscono a creare fiducia, e la fiducia è il presupposto indispensabile per qualunque innovazione finanziaria. Occorrerà ora concentrarsi sull’attuazione concreta della normativa».

    Che giudizio dà del progetto dell’euro digitale?
    «L’euro digitale rappresenta una delle pietre angolari del futuro dell’Europa. È un progetto che va valutato con grande attenzione, evitando sia entusiasmi acritici che pregiudizi ideologici. La trasformazione digitale impone anche alle banche centrali di interrogarsi sull’evoluzione della moneta. Se una parte crescente dei pagamenti avverrà attraverso strumenti digitali, è naturale che anche la moneta emessa dalla banca centrale possa trovare una propria dimensione in questo nuovo contesto. Detto ciò, il successo dell’euro digitale non dipenderà soltanto dalla sua realizzazione tecnologica. Dipenderà soprattutto dalla sua capacità di rispondere a esigenze concrete di cittadini e imprese. Dovrà essere semplice da utilizzare, pienamente sicuro, interoperabile con gli strumenti di pagamento esistenti e capace di offrire un reale valore aggiunto rispetto alle soluzioni già disponibili».

    Quale ruolo avranno le banche nella distribuzione e nella gestione dell’euro digitale?
    «Il coinvolgimento del sistema bancario è indispensabile. Le banche rappresentano il principale punto di contatto tra il sistema finanziario e cittadini, famiglie e imprese. Dispongono delle competenze, delle infrastrutture e dei rapporti fiduciari necessari per accompagnare una trasformazione di questa portata. L’architettura dell’euro digitale, così come è stata finora delineata, valorizza proprio questo modello. La banca centrale manterrebbe la funzione di emittente della moneta, mentre gli intermediari finanziari continuerebbero a svolgere il ruolo di distributori dei servizi, garantendo assistenza ai clienti, gestione operativa, procedure di identificazione e rispetto della normativa antiriciclaggio. È una scelta condivisibile perché evita di disintermediare il sistema bancario, preserva la stabilità finanziaria e valorizza il patrimonio di competenze già presente sul mercato».

    Uno dei timori più citati rispetto all’euro digitale riguarda la privacy: come si può garantire che i pagamenti attraverso questa moneta digitale non diventino uno strumento di sorveglianza finanziaria?
    «La tutela della privacy rappresenta uno degli aspetti più delicati dell’intero progetto dell’euro digitale. Comprendo le preoccupazioni di cittadini e operatori, perché il rapporto di fiducia con la moneta si fonda anche sulla garanzia che il suo utilizzo non comporti forme improprie di controllo sui comportamenti individuali. Occorre però essere molto chiari: una moneta digitale emessa dalla banca centrale non può trasformarsi in uno strumento di sorveglianza generalizzata. Sarebbe incompatibile con i principi dello Stato di diritto europeo, con la tutela dei dati personali e con i valori sui quali si fonda l’Unione europea. Il punto di equilibrio consiste nel conciliare due esigenze entrambe legittime».

    L’Europa ha grandi capacità tecnologiche, ma spesso fatica a trasformarle in infrastrutture globali: quali condizioni servono per favorire la nascita di campioni europei nei pagamenti digitali?
    «L’Europa non soffre di un deficit di competenze. Le nostre università, i nostri centri di ricerca, le imprese innovative e il settore finanziario esprimono eccellenze riconosciute a livello internazionale. Piuttosto, il limite è rappresentato dalla difficoltà di trasformare queste competenze in piattaforme industriali capaci di raggiungere una scala continentale e globale. Per queste ragioni occorre anzitutto completare il mercato unico dei capitali, facilitando l’accesso ai finanziamenti per le imprese innovative e creando condizioni che consentano alle startup europee di crescere senza essere costrette a cercare altrove le risorse necessarie al proprio sviluppo. Allo stesso tempo è fondamentale ridurre la frammentazione normativa e amministrativa che ancora caratterizza molti settori. Un’impresa europea dovrebbe poter operare con la stessa facilità in tutti gli Stati membri, senza dover affrontare ostacoli burocratici che rallentano gli investimenti e limitano la crescita. Serve poi una politica industriale europea che individui alcune infrastrutture strategiche – tra queste certamente i pagamenti digitali, il cloud, l’intelligenza artificiale, la cybersicurezza e le tecnologie blockchain – come ambiti nei quali concentrare investimenti pubblici e privati».

    La competizione sui pagamenti digitali sarà anche una competizione geopolitica: l’Europa è pronta a difendere la propria autonomia tecnologica e finanziaria nei prossimi anni?
    «La dimensione geopolitica è ormai inseparabile da quella economica. Le grandi infrastrutture digitali, i sistemi di pagamento, la gestione dei dati e le reti finanziarie costituiscono oggi elementi essenziali della sicurezza nazionale ed europea. L’Europa dispone di tutti gli strumenti per svolgere un ruolo da protagonista. Ha una delle valute più solide al mondo, istituzioni credibili e un patrimonio industriale e finanziario di assoluto rilievo. Ciò che dobbiamo rafforzare è la capacità di trasformare queste risorse in una strategia comune. Autonomia strategica non significa isolamento. Significa poter scegliere i propri partner da una posizione di forza, sviluppare tecnologie proprietarie quando necessario e ridurre le dipendenze che potrebbero trasformarsi in vulnerabilità nei momenti di maggiore tensione internazionale».

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