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    “Io cacciata dalle Sardine perché sono andata ospite dall’Annunziata”

    Illustrazione: Emanuele Fucecchi
    Di Giuliana Sias
    Pubblicato il 30 Set. 2020 alle 18:26 Aggiornato il 30 Set. 2020 alle 19:23

    Io sono stata invitata ad uscire e sicuramente non è stata una cosa facile o allegra, ma ho deciso all’epoca che non avrei fatto casino e non voglio creare casini adesso. Tuttavia mi sono confrontata col mio gruppo, perché all’opposto di quello che fanno i vertici delle Sardine noi a Milano abbiamo mantenuto questo costante dialogo, e loro hanno detto ‘no, devi fare l’intervista’, e quindi la faccio”. Simona Regondi, assistente sociale, una laurea in programmazione di politiche sociali e una specializzazione in welfare di comunità, è tra le organizzatrici della piazza milanese delle Sardine dello scorso dicembre ma il suo gruppo, assieme a quelli di Brescia, Pavia e Sondrio, è stato messo alla porta dai proprietari del marchio con una lettera. A marzo, cioè in pieno lockdown. In Lombardia, cioè nella regione più drammaticamente colpita dal Coronavirus.

    Partiamo dalla fine della vostra esperienza nel movimento delle 6000 Sardine: cosa è successo a marzo?
    “Abbiamo ricevuto una lettera dalla sera alla mattina che più o meno diceva ‘le nostre linee di pensiero e le nostre modalità non convergono, vi chiediamo di lasciare il movimento'”.
    Qual è stato più nel dettaglio il motivo per cui siete stati espulsi?
    “Il motivo che ha dato il là ha dell’incredibile e quasi mi vergogno a raccontarlo: eravamo già in pieno lockdown quindi le riunioni si potevano fare solo su piattaforma. Noi avevamo chiesto che i due referenti di ogni gruppo provinciale fossero entrambi presenti, il coordinatore regionale – imposto da Santori – ha deciso invece che doveva essere presente solo uno. Alla fine tutti quelli che avevano chiesto di avere i due referenti sono stati buttati fuori, dicendo che questo era solo l’ennesimo episodio che dimostrava da parte nostra una non-collaborazione”.

    Proprio nel momento più critico per la vostra regione…
    “Più che critico era un momento disperato che la nostra regione stava attraversando. E questo tra l’altro è stato il motivo per cui ho chiesto di non fare grossi proclami, di non far uscire pubblicamente quanto fosse successo, non contattare i giornalisti, perché io mi sono posta, assieme a tutti gli altri, nella testa delle altre persone: ‘Stanno morendo in migliaia, a noi delle Sardine che cosa ce ne frega?’. Insomma non volevamo renderci ridicoli perché in quel momento le priorità della nostra regione erano ben altre. Quindi abbiamo accettato non solo di uscire ma anche di farlo in silenzio senza sollevare un polverone”.
    Riavvolgendo il nastro, siete stati voi ad organizzare la piazza milanese?
    “Il mio gruppetto di Milano ha organizzato quella piazza e da lì abbiamo continuato a fare il nostro percorso, in tentativo costante di dialogo con i vertici che noi all’epoca chiamavamo ‘il gruppo di Bologna’”.
    Quando siete stati espulsi, cosa è rimasto del movimento delle Sardine a Milano?
    “Io penso, dò per scontato, che esista un gruppo ufficiale in città anche se non ne sento parlare e non vedo loro azioni”.

    Cosa non funzionava a livello gestionale e decisionale?
    “Capire cosa stesse succedendo è sempre stato molto difficile. Io faccio sempre un esempio molto banale: quando per la prima volta si è parlato dei decreti sicurezza, dal palco di Roma, nessuno ne aveva mai sentito parlare prima, nemmeno i referenti. Un’altra volta mi ha chiamata un giornalista chiedendomi “mi spiegheresti questa cosa che ha detto Mattia?” e io ho dovuto rispondere “ne sai più tu di me”.
    Ad un certo punto poi siete stati commissariati?
    “La Lombardia ha tentato da subito di strutturarsi in un coordinamento regionale ma all’inizio i gruppi regionali venivano visti come fumo negli occhi. In seguito invece sono stati accettati, solo che a quel punto Bologna ha imposto a Milano una persona, appena arrivata, che non ci piaceva per due motivi: prima di tutto noi abbiamo scoperto sulla chat nazionale che avevamo un coordinatore, che aveva accettato in segreto quella investitura senza neanche confrontarsi con noi. Secondo, con le sue modalità di gestione non ci siamo mai trovati”.
    Con il gruppo di Bologna avete parlato di questi problemi?
    “Ne abbiamo parlato con Mattia, lui ha risposto, anche logicamente volendo, ‘io mi fido della persona che ho messo lì’. Poi sicuramente Milano è stata sempre guardata con molta attenzione perché è se Milano fosse stata capace di organizzare qualcosa avrebbe probabilmente anche tolto luce al gruppo di Bologna, perché Milano è Milano”.
    Come è fatta Milano?
    “Noi eravamo l’unico gruppo che finché ci è stato possibile faceva una riunione al mese aperta a tutti, ma proprio a tutti, non solo alle Sardine dichiarate. Prima della grande manifestazione di dicembre noi abbiamo fatto una riunione organizzativa con tutti quelli che volevano esserci, perché dal nostro punto di vista quella era la base con la quale dialogare. Avevamo anche iniziato ad organizzare delle giornate di formazione, anche se in realtà poi siamo riusciti a farne una sola prima che scattasse la quarantena”.

    Ancora oggi proseguite con le vostre attività?
    “Abbiamo cambiato nome alla nostra pagina, adesso siamo “In Rete” ma continuiamo a fare quello che facevamo da Sardine: tantissime battaglie contro la Regione Lombardia, abbiamo fatto un flash theater in piazza per sensibilizzare sul problema di Seveso e dell’autostrada che ci passava sopra. Per il 13 di ottobre abbiamo in programma un dibattito sulla modifica dell’articolo 97 dello Statuto di Milano. Quindi noi ci proviamo nonostante tutto… Ma c’è una cosa che adesso abbiamo fatto e che prima, quando stavamo dentro le Sardine, non ci era possibile fare. Noi ci siamo dichiarati: siamo di sinistra. Sinistre diverse, abbiamo dentro da Rifondazione al Pd”.

    Parlando sia con te che con molti altri ex attivisti, emerge che i punti deboli delle 6000 Sardine sono il personalismo e la mancanza di collegialità. Si può dire che la gestione di Santori abbia un po’ incarnato, almeno dal punto di vista degli elettori di centro sinistra delusi, il peggio della politica degli ultimi anni, tra renzismo e grillismo?
    “Sicuramente Santori ha fatto da subito l’uomo solo al comando, o quantomeno ha mostrato di essere l’uomo solo al comando. Perché magari le sue idee erano condivise con altri, ma noi non lo abbiamo mai saputo. Quello che posso dire con certezza è che ha chiesto di essere l’unico uomo immagine. Dopo qualcuno ha trovato spazio, ma lui doveva essere l’immagine pubblica del movimento, da qui il divieto per noi di fare interviste. Io poi qualcuna l’ho anche fatta, ma sempre con il loro disaccordo. Per  esempio sono stata ospite da Lucia Annunziata su Rai3 ma Santori e il ‘gruppo di Bologna’ non volevano andassi e non l’hanno presa bene”.
    Un disastro completo?
    “Secondo me ha sbagliato anche la sinistra, che si è sentita in pericolo e non è stata capace di dire ‘vi diamo una mano in questo percorso’. Secondo me la sinistra, tutta la sinistra, qualche mea culpa rispetto a queste dinamiche dovrebbe pronunciarlo. Ho l’impressione che Zingaretti stia tentando di farlo però se penso al clima che c’era a Milano quando abbiamo organizzato la prima piazza, devo dire che nessuno ci ha proposto di sederci attorno ad un tavolo, di spiegare il nostro pensiero. Quindi errori da entrambe le parti, hanno sbagliato i ragazzi di Bologna ma anche la sinistra”.

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