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    Regionali, come è cambiata la geografia elettorale della Lombardia

    Di Stefano Mentana
    Pubblicato il 16 Feb. 2023 alle 14:02 Aggiornato il 23 Feb. 2023 alle 09:41

    In una tornata elettorale dominata agevolmente dal centrodestra, non è una notizia la vittoria con oltre il 50 per cento dei consensi del presidente uscente Attilio Fontana in Lombardia, che supera di oltre 20 punti il candidato di centrosinistra Pierfrancesco Majorino (fermo al 33,93 per cento contro il 54,67 di Fontana) e lasciano alle spalle Letizia Moratti, sostenuta da Azione e Italia Viva, ferma a un deludente 9,87.

    Ma al di là del risultato secco, è bene andare a vedere meglio alcuni aspetti della geografia di questo voto.

    Se il dato a sostegno di Fontana si presenta come solido, a causa dell’abbondante distacco, in Lombardia appare più evidente che altrove un fenomeno che si sta sviluppando in molte parti d’Italia, ovvero la differenza nel risultato tra i grandi centri urbani e la provincia. In tre dei quattro più popolosi comuni lombardi ha vinto infatti il candidato di centrosinistra Pierfrancesco Majorino, che si impone a Milano (vincendo in tutti i municipi cittadini), Brescia e Bergamo e lasciando il vantaggio a Fontana solamente a Monza. Chiaramente, questo dato non è stato sufficiente al candidato sostenuto dal centrosinistra allargato ai Cinque Stelle, dal momento che nonostante il buon risultato ottenuto nelle grandi città ha comunque perso con largo margine.

    Diversamente da altre regioni, come il Lazio (in cui il peso di Roma sulla popolazione generale della regione è altissimo), in Lombardia il peso delle grandi città, tra cui la seconda più popolosa d’Italia, è ben inferiore in quella che risulta non a caso essere la regione più popolosa d’Italia, ricca di centri molto abitati anche tra le città non capoluogo di provincia.

    Questo dato si è molto sviluppato nell’arco degli anni. Quando nel 1995 si votò per la prima volta in Lombardia con l’elezione diretta del presidente di regione, il centrosinistra non riuscì a vincere in nessuno dei quattro più grandi centri e così fece per tutte le elezioni successive fino al 2010. Solo nel 2013 iniziò a cambiare la tendenza: in quell’anno, infatti, il centrosinistra riuscì nel suo miglior risultato in Lombardia, con il candidato Umberto Ambrosoli sconfitto di appena quattro punti dal centrodestra di Roberto Maroni e vincitore a sorpresa in tutti e quattro i più popolosi comuni lombardi. Un dato, tuttavia, che come abbiamo visto è stato insufficiente per ottenere la vittoria proprio per via della vasta popolazione lombarda e dell’alto consenso del centrodestra in molte aree.

    Da quel momento, le città di Milano e Bergamo hanno visto la vittoria del centrosinistra alle regionali sia nelle regionali del 2018 (dove Fontana superò Giorgio Gori di 20 punti a livello regionale) e quest’anno, con Majorino vincente anche a Brescia.

    Parallelamente, il consenso del centrodestra è cresciuto in molte aree, anche storicamente più legate al centrosinistra. Una su tutte, la provincia di Mantova, per decenni la roccaforte della sinistra lombarda e considerata dal punto di vista politico più affine all’Emilia rossa, in cui Fontana domenica scorsa ha vinto con quasi 20 punti di vantaggio (nonostante la vittoria di Majorino nel capoluogo). Non è una novità: già nel 2018 Fontana aveva battuto Gori in questa provincia, e bisogna tornare al 2013 per vedere il centrosinistra vincente nel mantovano.

    Osservati speciali di questo voto anche i comuni lombardi simbolo della pandemia di Covid e particolarmente colpiti nel 2020. A Codogno, dove venne registrato il primo focolaio italiano, Fontana ha sconfitto Majorino 56 a 32, mentre nei comuni bergamaschi di Alzano Lombardo e Nembro il presidente uscente ha vinto agevolmente 52 a 36 e 58 a 31.

    Se il risultato complessivo di Fontana non ha stupito, è più interessante vedere la distribuzione delle liste del centrodestra. La più votata è stata infatti Fratelli d’Italia con il 25,18, seguita dalla Lega al 16,53 e da Forza Italia ferma al 7,23. Nel 2018 il partito di Giorgia Meloni aveva ottenuto appena il 3,64, mentre quello di Salvini era saldamente in testa con il 29,65, seguito da Forza Italia al 14,32.

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