Mentre il governo di Roma, insieme a quello di Berlino, rimane tra i più stretti alleati europei di Israele, l’opinione pubblica italiana spicca nel vecchio continente per essere una delle più critiche verso le politiche aggressive portate avanti dal primo ministro Netanyahu. Secondo un sondaggio condotto lo scorso giugno a livello mondiale dall’istituto statunitense Pew Research Center, nel nostro Paese il 75% della popolazione ha un’opinione sfavorevole dello Stato ebraico a fronte di un 21% che conserva invece un giudizio positivo.
Negli ultimi tre anni le operazioni di pulizia etnica nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, a cui si sono sommate l’invasione del sud del Libano e la guerra scatenata contro l’Iran (con le note conseguenze sui prezzi energetici), hanno fatto precipitare l’immagine di Israele nel mondo. Lo Stato ebraico suscita oggi sentimenti diffusi di indignazione anche tra molti di coloro che prima lo identificavano come un baluardo della democrazia nel Medio Oriente. Uno sdegno che, in Europa, è aggravato dalla debolezza con cui la maggioranza dei governi ha reagito alle ripetute violazioni israeliane del diritto internazionale.
Piazze piene. E anche cinema
In Italia questo senso di repulsione è largamente condiviso. Lo dimostra anche ciò che sta accadendo nei cinema del nostro Paese. Nel momento in cui scriviamo al primo posto tra i film più visti c’è Naza, il documentario premiato a Venezia in cui militari e operatori dell’intelligence israeliani raccontano in forma anonima lo sterminio di civili nella Striscia di Gaza. L’opera – prodotta da The Guardian e James Wilson e distribuita in Italia in anteprima mondiale – ha registrato 270mila spettatori nei primi quattro giorni di proiezione, incassando 2 milioni di euro e superando un blockbuster come Avengers: Endgame: Encore.
Grande successo ha avuto anche la serata-evento per il debutto di The Bibi Files, film-inchiesta vietato in Israele che ricostruisce le indagini giudiziarie per corruzione a carico di Netanyahu. Lo scorso 30 settembre MescalitoFilm, la società che distribuisce la pellicola in Italia, ha organizzato una proiezione speciale con 130 sale collegate in tutta la penisola e la risposta dal pubblico è stata enorme: quasi 23mila spettatori. Quel giorno solo Naza ha fatto meglio: così, per la prima volta nella storia, la classifica italiana del botteghino ha visto ai primi due posti due documentari d’inchiesta. Numeri che confermano come sia ancora alta l’attenzione dei nostri connazionali per le vicende israelo-palestinesi.
L’anno passato le mobilitazioni di piazza pro-Pal hanno registrato milioni di presenze. Oltre 300mila al corteo del 7 giugno a Roma, organizzato da Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra. Altre centinaia di migliaia il 22 settembre, per le manifestazioni in diverse città guidate dai sindacati di base. E poi lo sciopero generale del 3 ottobre per Gaza e per la Global Sumud Flottilla, proclamato da Cgil e Usb, al quale aderirono – secondo gli organizzatori – oltre 2 milioni di lavoratori in tutta Italia. Il giorno successivo un milione di persone erano di nuovo in strada, a Roma, convocati dal Global Movement to Gaza. Tra loro non c’erano solo attivisti di ferro, ma anche cittadini non militanti, individui di diversa estrazione sociale e politica: giovani, anziani, famiglie. Una partecipazione alla vita pubblica che in Italia non si vedeva da decenni.
Parabola discendente
E dire che nei giorni immediatamente seguenti 7 ottobre 2023, dopo l’attentato di Hamas e della Jihad islamica, tra gli italiani c’era un diffuso sentimento di solidarietà verso il popolo israeliano. In un sondaggio realizzato da Swg per il TgLa7 tra l’11 e il 13 ottobre veniva chiesto agli intervistati se si sentissero più vicini alla comunità israeliana o a quella palestinese: il 25% scelse quella israeliana, il 10% quella palestinese, il 30% entrambe e il 21% nessuna delle due (il restante 14% ammise di non avere un’opinione in merito).
Tre anni dopo, lo Stato ebraico ha quasi azzerato il proprio credito nell’opinione pubblica. Secondo una rilevazione condotta lo scorso luglio dall’istituto Ixè, il 39,7% degli italiani ritiene che Israele con Netanyahu alla guida rappresenti una «minaccia all’ordine mondiale e alla pace», una percentuale quasi raddoppiata rispetto a gennaio, quando la premiata ditta Bibi & Donald non aveva ancora dichiarato guerra all’Iran.
Dallo stesso sondaggio emerge inoltre che per il 61,2% degli intervistati l’Italia dovrebbe interrompere i rapporti con Tel Aviv (è contrario il 34,4%, mentre il 4,5% «non sa»).
La rottura delle relazioni raccoglie ampio sostegno in tutte le aree politiche: tra gli elettori di sinistra i favorevoli sono il 92% del totale, tra quelli di centrosinistra sono l’85%, ma anche tra quelli di centrodestra e di destra il consenso è alto: rispettivamente 53 e 47%. I più scettici sono coloro che votano al centro, tra i quali comunque il 43% si schiera per l’interruzione dei rapporti.
Significativo anche il dato anagrafico: nella fascia 18-34 anni lo stop alle relazioni con Israele è caldeggiato dal 69% del campione, mentre tra gli Over 65 si scende al 51%. Del resto, le associazioni studentesche nei licei e nelle università sono quelle che per prime hanno avvertito l’urgenza di mobilitarsi in difesa del popolo palestinese. Spesso ricevendo in cambio tempeste di manganellate dalle forze dell’ordine.
Il caso Flottilla
L’impegno dell’Italia sul fronte pro-Pal si è concretizzato anche nel caso della Global Sumud Flottilla, la coalizione internazionale di associazioni costituita con l’obiettivo di rompere il blocco navale imposto da Israele, portare a Gaza aiuti umanitari via mare, ma soprattutto attirare l’attenzione del mondo sul genocidio in corso nella Striscia.
Il nostro Paese ha svolto un ruolo centrale in entrambe le missioni organizzate dagli attivisti. Nella prima, tra l’estate e l’autunno del 2025, decine di imbarcazioni salparono da Genova e da Augusta, in provincia di Siracusa. Nella seconda, la scorsa primavera, la flotta internazionale si è concentrata in Sicilia, per poi partire in blocco alla volta del Medio Oriente.
Gli italiani a bordo erano 58 nella prima spedizione e 57 nella seconda. In entrambi i casi le barche della Flottilla sono state intercettate dalla Marina israeliana in acque internazionali e i volontari arrestati e portati a forza nel carcere di Ktziot, dove, secondo le testimonianze rese dopo il rilascio, alcuni di loro sono stati insultati, umiliati, pestati e torturati. Nel caso della seconda missione, il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, l’estremista Ben Gvir, si è fatto filmare nel carcere mentre derideva gli attivisti bendati, ammanettati e inginocchiati. Un comportamento da bullo, che ha spinto il nostro presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a intervenire definendolo «incivile». Anche la presidente del Consiglio Meloni – pur avendo pubblicamente criticato l’iniziativa della Flottilla – si è fatta sentire, parlando di immagini «inaccettabili» e chiedendo le scuse ufficiali a Tel Aviv (scuse che mai sono arrivate), per poi schierarsi a Bruxelles in favore di sanzioni europee contro il ministro.
Poche settimane prima, la premier aveva annunciato la sospensione del rinnovo automatico dell’Accordo di cooperazione militare con Israele: una decisione presa in seguito ai colpi d’avvertimento sparati dall’Idf contro i nostri soldati in Libano, ma favorita anche dalle pressioni delle piazze pro-Pal (e dalla sconfitta di Meloni al referendum sulla riforma giustizia).
Effetti collaterali
La stragrande maggioranza di coloro che manifestano contro il genocidio dei palestinesi ha ben chiara la distinzione tra governo di Israele ed ebraismo. Condannare i crimini di Netanyahu non equivale in nessun modo a mal tollerare la religione professata dalla maggioranza degli israeliani (così come, d’altra parte, non significa appoggiare Hamas). Tuttavia il germe dell’antisemitismo non è mai stato totalmente estirpato dalle nostre società e le violenze commesse dallo Stato ebraico hanno finito per dargli nuova linfa.
Secondo i dati dell’Osservatorio antisemitismo della Fondazione Cdec, tra il 2022 e il 2025 gli episodi di odio o discriminazione nei confronti degli ebrei sono aumentati del 400%. Solo nei primi sei mesi di quest’anno sono stati segnalati 401 casi, tra cui 36 minacce, 11 discriminazioni e 6 aggressioni fisiche. Lo scorso 16 settembre un rabbino di 60 anni è stato preso a calci da tre giovani mentre aspettava l’autobus in un piazzale di Milano. Ad agosto un turista francese è stato aggredito per due volte mentre passeggiava per Roma solo perché indossava la kippah. A giugno, a Santa Marinella, sul litorale capitolino, una 70enne ebrea è stata accerchiata da un gruppo di adolescenti e apostrofata con frasi come «Gli ebrei stanno bene al forno con le patate». Scene assolutamente indegne per un Paese civile, ma che sarebbe sbagliato assimilare al fermento pro-Pal diffuso in ampie fasce della società italiana. A tre anni dagli attentati del 7 Ottobre, l’antisemitismo è purtroppo crescente, ma anche tra gli italiani più tolleranti e democratici Israele ha meno amici di prima.