Rifiuta il paragone con Zohran Mamdani, eppure Lorenzo Pacini, 30 anni, candidato alle primarie del centrosinistra per il sindaco di Milano, sta portando avanti una campagna elettorale che nei modi e nei contenuti ha molti tratti in comune con quella del sindaco di New York, arrivato al governo della Grande Mela partendo da outsider.
Su Instagram conta 103mila follower e nei suoi video scanzonati (ce n’è uno in cui gioca a bocce) lancia messaggi radicali come «La sinistra deve smetterla di essere moderata». Ma la sua corsa a Palazzo Marino passa anche attraverso metodi più retrò, come le anguriate all’aperto organizzate nei diversi quartieri di Milano.
Lo scorso giugno Pacini è stato il primo esponente del centrosinistra ad annunciare che si candiderà alle primarie meneghine. Assessore del Municipio 1 con deleghe a Verde, Case popolari e Lavori pubblici, già segretario dei Giovani Democratici della Lombardia, milita nel Partito Democratico dall’adolescenza, ma è aspramente critico nei confronti delle politiche portate avanti dal fronte progressista negli ultimi decenni. Nel suo libro “Una cosa di sinistra”, appena uscito per Ponte alle Grazie, parla di «socialismo municipale», «lotta di classe» e scrive che «i miliardari non sono un modello, ma il nemico».
Genitori liberi professionisti – il padre è architetto, la madre lavora nel mondo della cultura –, Pacini è cresciuto in zona Paolo Sarpi, mentre oggi abita a Dateo. È laureato in Giurisprudenza alla Statale e, a latere dell’attività da assessore municipale, fa consulenze per pratiche amministrative per conto di uno studio professionale. In precedenza ha lavorato anche come lavapiatti, venditore di fragole, stagista e comunicatore per campagne elettorali. «Non esistono lavori umili», ci tiene a sottolineare: «Esistono semmai stipendi bassi, sfruttamento e condizioni di lavoro peggiori delle altre». «E sono anche contrario – aggiunge – all’idea della gavetta, quella secondo cui si dovrebbe iniziare con lavori “peggiori” degli altri perché solo così si può imparare a fare quelli “migliori”. Io penso che tutti i lavori abbiano esattamente pari dignità: per me è un aspetto fondamentale».
Pacini, quando e come si è avvicinato al Pd?
«Ai tempi delle primarie per la segreteria in cui erano candidati Matteo Renzi, Gianni Cuperlo e Pippo Civati (era il 2013, ndr). Sostenevo Civati. Da allora sono sempre stato iscritto al partito».
Eppure non usa parole dolci per il centrosinistra.
«A partire dagli anni Novanta la sinistra, in Italia e nel resto d’Europa e del mondo, ha abbandonato l’idea di costruire un sistema economico-sociale alternativo a quello esistente, che produce enormi disuguaglianze sociali. Ha abbandonato l’idea di lotta di classe, la difesa di alcune classi sociali che rischiano di essere schiacciate e oppresse dal mercato. Non è un caso che proprio a partire dagli anni Novanta gli stipendi abbiano smesso di aumentare, le disparità sociali si siano ampliate e il potere economico si sia impossessato totalmente del potere politico. La sinistra non può difendere lo status quo, perché è lo status quo ad aver determinato i problemi che affliggono oggi la nostra società».
Nel suo libro lei cita una frase di Che Guevara: «Quando il ricco e il povero votano lo stesso partito, uno dei due sbaglia, e non è il ricco». Ma il Pd nacque, ai tempi di Veltroni, proprio sulla base della convinzione che il concetto di classe fosse superato: l’aspirazione era quella di coniugare gli interessi di imprenditori e lavoratori. Che ci fa, allora, in questo partito?
«A quel tempo c’era anche un forte bipolarismo: da una parte noi, dall’altra Silvio Berlusconi. Due poli, entrambi interclassisti. Non so se si trattasse di un’analisi giusta o sbagliata – non abbiamo mai vinto le elezioni, quindi forse era sbagliata – ma è evidente che nel 2007 la situazione era molto diversa rispetto a oggi. Oggi la società è divisa. C’è una piccola élite, il 5% delle famiglie italiane, che detiene metà della ricchezza del Paese. E poi ci sono tutti gli altri, la classe lavoratrice: professionisti, lavoratori manuali, tutti coloro che hanno bisogno di lavorare per arrivare a fine mese. Ecco: il compito della sinistra, oggi, è unire la classe lavoratrice».
Nella storia del Pd quale segretario o segretaria si è più avvicinato a mettere in pratica questa missione?
«Sicuramente Elly Schlein, pur con grandi difficoltà legate alla storia che il Pd si porta dietro, sta lavorando per spostare a sinistra il partito. Penso che questo le vada riconosciuto. Detto ciò, penso anche che a molti militanti e dirigenti del partito piacerebbe che questo lavoro fosse portato avanti con ancora maggior coraggio e determinazione».
Chi c’è nel suo pantheon politico?
«Due nomi. Il primo è Ho Chi Minh, un grande rivoluzionario, un grande patriota, un uomo che è riuscito a liberare il suo Paese, prima dai francesi e poi dagli americani, con una capacità politica e strategica invidiabile, da prendere a esempio. Fra l’altro, nessuno lo sa, ma è stato anche milanese per qualche anno: ha abitato e lavorato a Milano. C’è una targa in suo onore in centro».
E il secondo nome?
«Emilio Caldara, sindaco di Milano dal 1914 al 1920. È a lui che ci ispiriamo quando parliamo di “socialismo municipale”, ossia l’idea che i Comuni possano mettere in atto leve pubbliche a sostegno della classe lavoratrice. Caldara mise in piedi quelle strutture pubbliche di cui ancora oggi Milano gode. Dovremmo ripartire anche da figure come la sua, che hanno realizzato davvero il socialismo in una società capitalista».
Lei è molto attivo sui social: il suo stile comunicativo e la radicalità delle sue posizioni ricordano la campagna elettorale che ha portato Zohran Mamdani a diventare, da outsider, sindaco di New York. Si ispira a lui?
«Come dico sempre, il “paese reale” dice che assomiglio a qualcun altro. Quando entro in un bar, le signore di una certa età mi dicono che assomiglio a Pietro Taricone, non a Mamdani. Scherzi a parte, apprezzo l’accostamento a un politico che ha dimostrato enorme capacità, ma a noi interessa quello che succede nella nostra città e nel nostro contesto. Le idee belle si copiano, questo vale sempre, ma sarebbe sbagliato guardare a New York e dire: “Facciamo così anche noi”. Quello è un mondo totalmente diverso. E non particolarmente più positivo del nostro».
Per gestire la comunicazione si fa aiutare da qualcuno? Si affida a qualche agenzia del settore?
«Ci sono persone, compagni di viaggio da tanto tempo, che mi aiutano. Ma la regia e il montaggio di quasi tutti i video sono curati da me. In questo momento non ci affidiamo a nessuna società esterna: è tutto autoprodotto».
Lei insiste molto sul tema delle disuguaglianze economiche e sociali. Un capitolo del suo libro si intitola: «I miliardari non sono un modello, ma il nemico». E propone di mettere un tetto alla ricchezza: 50 milioni di euro. Lei sa che in Italia proporre una patrimoniale è considerato equivalente a evocare il demonio: come minimo, la accuseranno di invidia sociale…
«Nel nostro Paese il potere politico, mediatico ed economico è in mano a persone molto ricche, che ovviamente non vogliono essere tassate di più e quindi utilizzano i loro strumenti per convincere gli altri a opporsi a questo tipo di proposte. L’egemonia culturale della destra ha convinto i poveri di essere dei ricchi in temporanea difficoltà: se un normale lavoratore dice no alla patrimoniale, è perché teme che, quando diventerà milionario, sarà tassato. Ma milionario non lo diventerà mai: è questo l’inganno dei padroni, se così lo vogliamo chiamare. Per questo dico che serve la lotta di classe».
Quale «classe» dovrebbe condurre questa lotta?
«La classe lavoratrice, che oggi è massacrata dalle tasse. Ma per fare la lotta di classe occorre prima costruire una coscienza di classe: è un lavoro politico lungo, difficile, però assolutamente necessario. Anche per questo ho scritto il mio libro».
La patrimoniale, dunque, sarebbe un mezzo per condurre la lotta di classe.
«Innanzitutto io non la chiamo patrimoniale: non uso mai questo termine perché, appunto, è abusato ed evoca l’idea che ne sarebbe colpito chiunque abbia un patrimonio, anche piccolo. Penso che rappresenterebbe già una svolta importante tassare le eredità. Oggi buona parte della ricchezza non viene prodotta attraverso il lavoro ma attraverso le rendite, il patrimonio, le eredità: è solo una questione di fortuna, non c’è alcun merito. Allora, esattamente come tassiamo le vittorie al gioco d’azzardo, dovremmo tassare molto di più le grandi eredità. E, all’opposto, dovremmo tassare di meno il lavoro. Oggi l’Italia è un inferno di tasse per la classe lavoratrice, ma è un paradiso fiscale per i grandi patrimoni e le grandi eredità. È un paradosso a cui bisogna porre rimedio».
I Comuni, però, non hanno il potere di introdurre tasse di successione o patrimoniali.
«I sindaci hanno una responsabilità politica: il loro compito è anche battersi per ottenere delle leggi più giuste a livello nazionale. Chiaramente le grandi riforme fiscali devono essere fatte a livello statale, ma i Comuni hanno comunque delle piccole leve per poter intervenire: la Tari, le imposte comunali, le addizionali comunali, le tasse di scopo… Io ad esempio propongo una tassa di scopo per alberare le strade della città e renderle più vivibili in estate, quando le temperature si fanno insopportabili: chiederò alle 100 persone più ricche di Milano di finanziare quell’intervento; se non ci staranno, impiegherò i miei cinque anni a Palazzo Marino per renderglielo obbligatorio». Il capitolo finale del suo libro s’intitola «La Rivoluzione di Milano».
Come si fa la rivoluzione nella capitale borghese d’Italia?
«Guardo alla lezione di Caldara, che più di cento anni fa ha realizzato il socialismo a Milano con una rivoluzione democratica, prima che arrivasse il fascismo. Parlo di rivoluzione perché penso che si debba cambiare totalmente l’ideologia al governo della città: puntare non più sull’attrattività a tutti i costi dei grandi eventi, della grande speculazione immobiliare, dei turisti da tutto il mondo, ma sulla felicità della classe lavoratrice, delle famiglie, di chi fa funzionare la città. La rivoluzione è prima di tutto ideologica: cambiare la mentalità per realizzare il socialismo municipale».
Cos’è il socialismo municipale?
«Erogare servizi pubblici a prezzi calmierati per abbattere il costo della vita a carico della classe lavoratrice di Milano».
Quali sono oggi i problemi principali della città?
«Ne cito uno su tutti: il costo della vita insostenibile, a fronte di una qualità della vita che si abbassa. Pensiamo anche all’aria inquinata: lo smog c’è per tutti, ma chi ha i soldi se ne va al mare o in montagna ogni weekend, mentre gli altri rimangono in città e i loro figli si ammalano respirando l’aria più inquinata d’Europa. Quello che bisogna fare è intervenire per abbattere il costo della vita migliorando la qualità, invece, della vita».
Non ha menzionato la sicurezza. Eppure è un tema di cui si dibatte molto, a Milano.
«Anche quello della sicurezza è un problema di carattere sociale. La sicurezza è un problema di classe, nel senso che i primi a subirne la mancanza sono le persone più povere. Se vogliamo migliorare le condizioni di sicurezza in città e contrastare la criminalità, dobbiamo lavorare per sconfiggere la povertà: la povertà economica, la povertà educativa, la povertà abitativa… Il Comune non dovrebbe concentrarsi tanto sulle forze di polizia, la cui gestione non rientra tra i suoi compiti, ma assumere e pagare meglio educatori ed educatrici scolastici e di strada: sono loro ad allontanare i ragazzi dai comportamenti criminali».
Quali sono le tre principali proposte della sua campagna elettorale?
«La prima: riformulare le tariffe Atm modificando il sistema della scontistica, che oggi prevede sconti praticamente solo in base all’età senza tener conto delle condizioni economiche. Proponiamo di abbattere il costo degli abbonamenti per il personale sanitario e scolastico – cittadini che usano il trasporto pubblico locale per andare al lavoro – e, di contro, di far pagare di più ai turisti e agli Over 65 ricchi. Una seconda proposta riguarda le convenzioni per le opere a scomputo degli oneri di urbanizzazione: quando un’impresa costruisce un palazzo, le opere a scomputo non devono favorire la gentrificazione ma devono essere interventi a scopo sociale, come la realizzazione di impianti sportivi pubblici o la riapertura di piscine pubbliche chiuse. In altre parole, la nostra proposta è: soldi privati, gestione pubblica. Infine, la terza proposta che voglio citare è la tassa di scopo, di cui parlavo prima, per alberare le vie della città».
Mi sembra di capire che per lei l’Amministrazione Sala sia bocciata in toto…
«Se auspico una rivoluzione di Milano, c’è un motivo».
Tra gli sfidanti alle primarie del centrosinistra, con ogni probabilità, ci sarà Mario Calabresi. Che ne pensa della sua figura e della sua candidatura?
«Sicuramente è un nome forte, un candidato forte. Sarà una sfida ancora più interessante confrontarsi con lui e batterlo alle primarie».
Se si candidasse anche Pierfrancesco Majorino, esponente della sinistra dem, lei potrebbe pensare di fare un passo indietro e appoggiarlo?
«Il mio obiettivo oggi è realizzare il socialismo municipale e portare avanti la rivoluzione di Milano, un percorso collettivo che sta coinvolgendo centinaia di persone. I tatticismi e le strategie politiche le lascio agli altri, che in queste cose sono molto più bravi di me. Io l’unica politica che conosco è quella fatta in piazza per la gente e con la gente».
Esclude la possibilità di ritirare la sua candidatura, qualora si faccia avanti un altro candidato con idee simili alle sue?
«Se qualcuno si propone con idee simili alle mie, perché dovrei ritirarmi io e non lui?».