Al referendum sulla riforma della magistratura il 57,2% degli imprenditori, liberi professionisti e dirigenti ha votato No, contribuendo a dare uno scossone al Governo Meloni (lo ha rivelato l’autorevole istituto di sondaggi Ipsos). Meno di una settimana dopo, Confindustria è andata su tutte le furie per la decisione dell’esecutivo – inaspettata e fulminea – di tagliare di due terzi i fondi che erano stati stanziati per il programma Transizione 5.0, destinato a sostenere gli investimenti delle imprese. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha spiegato che quei soldi dovevano essere spostati per finanziare misure straordinarie contro il caro-carburanti. Il caso è rientrato nel giro di 48 ore o poco più: su input della premier Giorgia Meloni, quei fondi sono stati non solo ripristinati, ma persino aumentati (da 1,3 a 1,5 miliardi di euro: una sorta di risarcimento per il disturbo).
I dissidi tra il Governo e il mondo degli imprenditori (il cosiddetto «partito del Pil») sono un tema non secondario, per una presidente del Consiglio che nel suo discorso di insediamento, ormai più di tre anni fa, disse che bisognava «non disturbare chi produce». Alle imprese conviene avere un esecutivo che le agevoli, ma anche per Meloni è di importanza vitale non perdere il loro sostegno.
Clamoroso a Siena
Eppure, specie dopo il referendum, abbondano i segnali che qualcosa stia ribollendo, nelle stanze del capitalismo italiano.
Ha del clamoroso ciò che è accaduto a Siena a metà aprile, quando l’assemblea del Monte dei Paschi ha bocciato Fabrizio Palermo come nuovo amministratore delegato, riconsegnando invece la guida della banca a Luigi Lovaglio, licenziato appena una settimana prima.
Palermo era il favorito in quanto candidato del cda: in particolare, era l’uomo scelto dal socio forte Francesco Gaetano Caltagirone, immobiliarista nonché editore filo-governativo, per lanciare l’assalto alle Assicurazioni Generali. Ma alla fine ha prevalso Lovaglio, sostenuto, tra gli altri, dal Banco Bpm e, a sorpresa, dalla Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio guidata da Francesco Milleri, che negli ultimi anni aveva (quasi) sempre giocato di sponda proprio con Caltagirone. Imprevedibilmente, quell’asse si è rotto.
Il colpo di scena ha importanti risvolti politici. Primo: perché Caltagirone, Delfin e Bpm sono entrati in Mps, tra il 2023 e il 2024, comprando le quote dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Secondo: perché Lovaglio, Caltagirone e Milleri sono indagati dalla Procura di Milano con l’accusa di aver nascosto al mercato la loro alleanza finalizzata alla scalata di Mediobanca, dietro cui ci sarebbe stata la regia occulta del Tesoro (anche un dirigente del Mef è indagato). Terzo: perché l’a.d. del Bpm, Giuseppe Castagna, è sponsorizzato dalla Lega del ministro Giorgetti, il quale notoriamente continua a covare l’idea di una fusione tra l’istituto milanese e Mps per dar vita a un nuovo forte polo bancario radicato nel Centro-Nord.
Non è chiaro se il Governo abbia subìto o pilotato la rottura Delfin-Caltagirone, oppure se dietro il divorzio si celino lotte intestine alla maggioranza – sul punto sono emerse diverse interpretazioni – ma quel che è certo è che l’esecutivo non può essere rimasto indifferente rispetto al coup de théâtre che si è consumato a Rocca Salimbeni.
Il gas di Mosca
Pochi giorni prima dell’assemblea di Mps, il Governo ha depositato le sue liste per il rinnovo delle partecipate di Stato. La novità più importante ha riguardato Leonardo, dove l’amministratore delegato Roberto Cingolani è stato allontanato dopo un solo triennio e proprio nel pieno di una fase non esattamente piatta per il settore della difesa. La sua defenestrazione pare sia stata imposta da Meloni con il disaccordo del ministro della Difesa Guido Crosetto.
È stato invece confermato, per il quinto mandato consecutivo, Claudio Descalzi nella carica di a.d. di Eni. Neanche il tempo di incassare la rinnovata fiducia, e l’esperto manager ha fatto una dichiarazione che ha suscitato clamore. «Penso che sia necessario sospendere il bando che scatterà il primo gennaio 2027 sui 20 miliardi di Gnl (gas naturale liquefatto, ndr) che vengono dalla Russia», ha detto, intervenendo alla scuola di formazione politica della Lega.
Descalzi fa riferimento al regolamento europeo, adottato lo scorso gennaio, che vieta ai Paesi dell’Ue di comprare gas russo: lo stop scatterà il primo gennaio 2027 per il Gnl e il 30 settembre 2027 per le forniture via metanodotto. Secondo l’a.d. di Eni, Bruxelles dovrebbe fare marcia indietro sulla parte che riguarda il gas liquido.
Attualmente l’Unione europea acquista dalla Russia circa 36 miliardi di metri cubi di gas all’anno, pari al 12,5% del totale delle importazioni: di questi, circa 16 miliardi di metri cubi (il 5,5% del totale) arrivano in Europa via tubo, mentre 20 miliardi (il 7%) viene liquefatto e trasportato via nave. Per Descalzi, rinunciare a questo 7% rappresenta un autogol, adesso che gli impianti energetici del Qatar – altro nostro importante fornitore – sono stati pesantemente danneggiati dai raid iraniani.
«Dal Qatar – ha fatto notare il manager, sempre ragionando in ottica di fabbisogno Ue – ci mancano 6,5 miliardi di metri cubi di gas, ma fra Congo, Nigeria, Angola e America li rimpiazziamo. Ma chi va a produrre questi 20 miliardi di metri cubi dalla Russia?».
Il suggerimento sulla sospensione del bando contro Mosca è stato subito respinto dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Anche Meloni, seppur con toni più morbidi, non lo ha fatto proprio. «Sul gas russo – ha detto – dobbiamo fare molta attenzione. Non dimentichiamo che la pressione economica che abbiamo esercitato sulla Russia in questi anni è l’arma più efficace che abbiamo per costruire la pace».
Il tema è comunque rimasto sul tavolo della politica, sollecitato in particolare proprio da quella Lega che ha “ospitato” l’intervento di Descalzi.
Europa austera
La guerra in Medio Oriente, con le sue ripercussioni sui flussi commerciali e sui prezzi delle materie prime, ha stravolto qualsiasi scenario rispetto a due mesi fa.
Il Governo italiano – che in questi anni si è mostrato sempre molto attento agli equilibri contabili – chiede a Bruxelles di sospendere il Patto di Stabilità e Crescita per iniettare risorse a sostegno di famiglie e imprese nel tentativo di scongiurare lo spettro della recessione. Anche Confindustria, in questo allineata all’esecutivo, invoca flessibilità sui vincoli di bilancio. Ma l’Ue, almeno per il momento, è irremovibile: non se ne parla.
Una nuova ondata di inflazione rischia di fare particolarmente male a un’economia, come la nostra, che galleggia poco sopra la “crescita zero”, tra le meno brillanti del continente.
Nelle tre manovre finanziarie finora varate, il duo Meloni-Giorgetti ha concentrato la maggioranza delle risorse sul taglio del cuneo fiscale e sulla rimodulazione degli scaglioni Irpef. Tuttavia la pressione fiscale complessiva, anziché diminuire, è aumentata fino al 43,1%, il livello massimo da oltre un decennio. Nel frattempo: l’occupazione cresce tra gli Over 50 (effetto della Riforma Fornero) ma cala tra i giovani; i salari reali sono ancora inferiori del 7% rispetto al 2021; un cittadino su cinque è a rischio povertà o esclusione sociale; e il 5% delle famiglie più benestanti detiene circa il 46% della ricchezza netta totale.
Il prossimo Primo Maggio il Consiglio dei ministri approverà – come ormai da tradizione meloniana – un nuovo decreto ad hoc per il mondo del lavoro: stando alle anticipazioni, il pacchetto conterrà misure contro il lavoro povero e incentivi per le assunzioni di giovani. Meglio di niente, ma le soluzioni sistemiche sono altre.
Dopo un triennio di cura dimagrante, è presumibile che il Governo avesse programmato per la Legge di Bilancio 2027, l’ultima prima delle elezioni politiche, di sfornare una manovra espansiva. La crisi mediorientale, però, rischia di rendere impraticabile quel piano, perché i soldi che – secondo quella logica – avrebbero dovuto alimentare la crescita serviranno a tamponare l’emorragia.
L’esecutivo di centrodestra rischia di pagare un prezzo politico assai salato per colpa della guerra scatenata dall’(ex) amico Trump.
Nelle scorse settimane, intervistato da Il Foglio, il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha chiesto al Governo «una spinta all’altezza delle necessità». Quando l’economia va male, le critiche tendono ad aumentare e le acque si fanno più agitate. Come recitava un vecchio slogan, le imprese vogliono «fatti, non promesse». Meloni è avvertita: il «partito del Pil» non perdona.
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