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    Il fronte invisibile dietro il caso Soumahoro: le storie dei braccianti sfruttati nel sud pontino

    Credits: Reuters/Yara Nardi

    Lavorano per i colossi del settore dell’alimentazione. Servono la filiera industriale che arriva sulle nostre tavole. E sono sfruttati al limite della schiavitù. Sono i contadini che la vicenda del neo-deputato rischia di far dimenticare

    Di Andrea Palladino
    Pubblicato il 10 Dic. 2022 alle 07:00

    Balbir, Joty, Harbhajan, Gill Singh, Joban Singh, Ash, Akhila, Malhi, Amrinder, Gurpreet, Gurjant, Surjeet. Segnateli questi nomi. Difficili da pronunciare, forse, ma sono lo specchio di un Paese che tanti vorrebbero dimenticare. Terre produttive, nel nome della “sovranità alimentare”, del “made in Italy”, delle eccellenze da portare a tavola in tutta Europa e nel mondo. Aziende agricole modernissime, con i trattori di ultima generazione, i semi selezionati, nomi e grafiche da marketing costoso. Questo elenco di nomi, però, non appare sulle etichette.

    Eppure sono le loro mani, il loro sudore, le loro storie di difficili migrazioni a coltivare, selezionare e raccogliere i prodotti agricoli dell’Italia regina della tavola. Ed è lo sfruttamento del loro lavoro, che spesso sfiora la riduzione in schiavitù, a garantire il prezzo abbordabile e profitti di miliardi di euro del settore primario. Questa è anche la lista – appena rappresentativa – che il caso Soumahoro rischia di coprire, di far dimenticare. Poco sappiamo del coinvolgimento del deputato di Sinistra Italiana nella gestione disastrosa delle cooperative della famiglia della moglie.

    Lui ha reagito forse nei peggiori dei modi, travolto da un’inchiesta – giudiziaria, ma anche molto mediatica – che ha contorni ancora da chiarire. Era il simbolo degli sfruttati nei campi, è divenuto il target preferito del tiro al bersaglio mediatico, dove un dettaglio diventa scoop gonfiato. Questi volti, queste storie fatte di sofferenza e sfruttamento, sfociato a volte in morte, li ha raccolti in anni di attività sul campo il sociologo Eurispes Marco Omizzolo, nel libro “Per motivi di giustizia” (editore People).

    Lo ha fatto con metodo scientifico, documentando ogni parola; ma anche con passione militante, infiltrandosi a lungo nelle aziende agricole del pontino, sua terra di origine. Ha guadagnato la fiducia dei braccianti, sia donne sia uomini, li ha organizzati, fino ad animare a Latina il 18 aprile 2016 lo sciopero di 4mila lavoratori indiani contro caporali e padroni. Una protesta che si è replicata il 21 ottobre del 2019, pochi mesi prima dell’inizio della pandemia. È stato minacciato diverse volte, oggetto di duri editoriali sul giornale locale Latina oggi, a volte isolato.

    Testa china sui campi

    Ad aprire, insieme alla prefazione di Franco Ferrarotti, il libro di Omizzolo sono due storie antiche, tutte italiane, quelle di “Zi’ Vincenzo O’ vaccaro e Michele Mancino”. Il primo era un allevatore nato a metà ottocento e noto in tutta la Lucania per le sue battaglie contro i latifondi e i padroni che sparavano contro chi protestava. Il secondo, anche lui contadino, fu il fondatore del Partito comunista in Basilicata nel 1922, che ha sempre lottato per i diritti dei braccianti nel meridione.

    Figure antiche, parte dell’origine di una sinistra che oggi ha perso l’anima e la bussola. Pagine intense che fanno riemergere la memoria di lotte oggi divenute, paradossalmente, più difficili. Le storie dei braccianti indiani ci aprono la strada verso un territorio a ottanta chilometri da Roma, dove si concentra buona parte della produzione agricola del paese. Il pontino parte da Aprilia e arriva fino al confine con la Campania. Terra complessa, con una storia fatta di miti spesso falsi. Ai contadini veneti e friulani che arrivano qui negli anni durante la bonifica i poderi non furono regalati.

    Li hanno pagati probabilmente anche più del dovuto al regime di Mussolini, con anni di lavoro nei campi al servizio della patria. Dal nordest portarono lo spirito veneto, che qualche famiglia sintetizza con il “magna e tasi”, mangia e stai zitto. Testa china sui campi, meglio non vedere quel che accade in giro. Dagli anni ’80 la terra pontina è divenuta area di conquista, silenziosa, capillare da parte delle cosche di mafia. Dopo la prima guerra di ‘Ndrangheta a Fondi – sede del mercato ortofrutticolo – arrivò la famiglia di don Mico Tripodo, l’ala perdente ma non rassegnata.

    Arrivarono altri clan dalla piana di Gioia Tauro, da Rosarno e dalla Sicilia. Poi dalla Campania sbarcarono i Bardellino, il gruppo che aveva perduto lo scontro con i casalesi vincenti degli Schiavone. Quest’area a sud di Roma si è lentamente trasformata in una camera di compensazione di sistemi criminali, che – leggendo gli atti delle ultime inchieste della Dda della capitale – hanno permeato anche la politica. Non solo quella locale.

    Le storie dei braccianti

    C’è poi l’economia, basata sull’agricoltura, soprattutto industriale. Nel sud pontino hanno aperto le fabbriche alcuni colossi delle verdure surgelate, realizzate a poca distanza dai poderi divenuti filiere potenti di produzione agricola e di allevamento. È il granaio di Roma, del Lazio, dell’intero Paese. In questo contesto sono nate le storie dei braccianti indiani sfruttati al limite della schiavitù, raccontate da Omizzolo: «Le storie che ho raccolto non sono solo descrittive di una condizione che le Nazioni Unite definiscono di moderno schiavismo ma esperienze di lotta contro un sistema padronale e a volte mafioso che annienta dignità e diritti in un territorio dove il mito del padrone e del fascismo sono ancora diffusi». Un territorio dove il volto feroce dello sfruttamento è stato spesso dimenticato.

    L’area pontina, però, è diventata anche un esempio dell’autorganizzazione dei braccianti, dove prevale la lotta collettiva al palco mediatico: «Proprio nel pontino sono in corso esperienze di lotta che superano le esposizioni mediatiche leaderistiche autoreferenziali – spiega a TPI Omizzolo – ma di natura collettiva che restituiscono dignità alla democrazia. Ciò vale soprattutto per le donne braccianti immigrate che stanno lottando contro il padronato e le violenze anche sessuali. Sono donne che vanno sostenute e ci stiamo provando con i nostri progetti sociali e legali e con le nostre competenze, ad esempio costituendoci anche noi parte civile nei processi al Tribunale di Latina e dando loro tutele e sicurezza.

    Ciò che però temiamo è che questi percorsi vengano arrestati non solo dalla reazione dei padroni pontini ma anche da una politica governativa che è vicina a chi produce e invece lontana da queste esperienze straordinarie di riscatto sociale». Di fronte alle tante storie raccolte e alle inchieste della magistratura degli ultimi anni, la classe politica locale si è spesso chiusa a corte nella difesa del modello pontino. Il primo difensore degli imprenditori agricoli è Nicola Procaccini, già sindaco di Terracina e oggi europarlamentare di Fratelli d’Italia.

    Il 3 febbraio 2020 su Facebook ha pubblicato un video di appoggio incondizionato agli imprenditori agricoli della zona, partendo dalle immagini dell’Istituto Luce sulla bonifica degli anni ‘20. «Basta criminalizzare gli agricoltori, da parte di chi ne sta facendo un mestiere», ha poi commentato tre mesi dopo. L’attacco – neanche troppo velato – alle denunce di Marco Omizzolo era arrivato dopo l’arresto e la successiva scarcerazione (per mancanza delle esigenze cautelari) di un agricoltore accusato di aver usato violenza contro un lavoratore che aveva chiesto i dispositivi di protezione anti Covid. Il processo nei confronti dell’imprenditore, per la cronaca, è oggi in corso.

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