Quattro anni fa quella di Giorgia Meloni non fu solo una vittoria. Quel consenso elettorale fu infatti il sigillo su una cavalcata che pochi partiti possono vantare di aver compiuto: fondato nel 2012, l’anno seguente Fratelli d’Italia non raggiunse il due per cento dei consensi. Negli anni, mentre prendevano piede in tutta Europa le forze di orientamento sovranista, euroscettico e anti-immigrazione, il partito di Giorgia Meloni, all’epoca affine a quei temi, prendeva lentamente quota, rimanendo però all’ombra della Lega di Salvini, all’apice della popolarità. Se il “Capitano”, come veniva chiamato all’epoca, sembrava lanciatissimo nel raggiungere Palazzo Chigi, non era chiaro il futuro del partito di Giorgia Meloni, che sembrava destinato a un ruolo subalterno. Non fu così. Dopo il Papeete, nel 2019, la parabola di Salvini prese il verso opposto, e quel consenso si spostò gradualmente verso Fratelli d’Italia che saggiamente aveva saputo mantenere un proprio profilo autonomo. Così, quando i sondaggi avevano iniziato a mostrare che Giorgia Meloni era seriamente lanciata verso Palazzo Chigi, quella leader che aveva fatto tutta la gavetta dal Fronte della Gioventù fino alla guida del suo partito fece in modo di non ripetere gli errori di Salvini e di tutti coloro che la avevano preceduta e di arrivare più preparata possibile all’appuntamento con la vittoria e con il governo, puntualmente arrivato il 25 settembre del 2022. Fu in quell’occasione che quella percentuale inferiore al due per cento dei consensi di nemmeno dieci anni prima si trasformò in un 26 per cento, che portò Fratelli d’Italia a diventare il primo partito italiano e a guidare la coalizione vincente di centrodestra e fece quindi ottenere a Giorgia Meloni la nomina a Presidente del Consiglio.
La postura all’estero
La storia politica italiana, però, insegna una cosa: arrivare al governo non è un’impresa facile, ma riuscire a rimanervi è ancora più difficile. E Giorgia Meloni questo lo ha avuto chiaro fin dall’inizio. Questo non significa solo saper gestire una coalizione evitando tensioni tra gli alleati, ma anche sapersi accreditare sui tavoli internazionali, qualcosa che non era scontato ma su cui la leader di Fratelli d’Italia ha saputo investire in modo saggio. In quel settembre di quattro anni fa sembrava lontano il partito che predicava l’uscita dall’euro e dall’Europa, e sembrava più porsi in continuità con l’esperienza del governo di Mario Draghi, con il paradosso di essere stata l’unica delle principali forze politiche a non averlo sostenuto.
Tuttavia, proporsi come forza atlantista, inserita nel contesto europeo e conservatrice non è stata un’operazione semplice, soprattutto quando i propri principali alleati europei sono Viktor Orban e la destra spagnola di Vox e quando nella compagine di maggioranza hai la Lega, che prima del conflitto in Ucraina non aveva mai nascosto una simpatia verso Vladimir Putin. E con Berlusconi ancora in vita, figura troppo grande per essere solo un gregario di governo, che non aveva mancato di lasciarsi andare a esternazioni sul conflitto ucraino che avevano fatto discutere.
Ma dopo la sua morte, avvenuta nove mesi dopo la vittoria del centrodestra, Silvio Berlusconi avrebbe lasciato in eredità a Giorgia Meloni quella che forse è stata la più grande invenzione del fondatore di Forza Italia, ovvero il centrodestra italiano. Perché dal 1994 a oggi tante cose sono cambiate, ma al momento del voto c’è sempre stata la certezza che quella alleanza andasse unita con lo schema erede del 1994: Forza Italia, l’evoluzione di Alleanza Nazionale e la Lega. Possono cambiare le gerarchie, il consenso, il perimetro, i nomi, ma l’ossatura del centrodestra italiana sarà sempre quella, fondata all’epoca da Berlusconi e che oggi fa capo a Giorgia Meloni. E l’alleanza, infatti, pur con i suoi smottamenti e i suoi problemi, complice un’opposizione che sarebbe miope non definire disorganizzata, è rimasta in piedi per quattro anni portando l’attuale esecutivo a diventare il più longevo della storia repubblicana.
Gli inciampi interni
«La stabilità è la prima grande riforma», ha detto Giorgia Meloni all’inizio del mese dal palco di Bari dove ha celebrato il traguardo del quarto anno di governo. Una frase che rivendica senza dubbio un successo ma mostra anche tra le righe le debolezze di questo esecutivo, ovvero che di riforme e provvedimenti decisivi non sembra se ne siano visti. Il premierato, storico cavallo di battaglia della destra italiana, è stato messo nel cassetto. La riforma della giustizia è stata bocciata dagli italiani al referendum costituzionale che ha sancito la principale battuta d’arresto per questo governo, e che rischia di portare, memori dei referendum costituzionali di Berlusconi del 2006 e di Renzi del 2016, i futuri esecutivi a essere molto più timidi nel far passare dalle urne le proprie riforme. Nel frattempo, se molti indicatori economici rimangono sotto controllo, l’Italia è attraversata da un calo del potere d’acquisto che difficilmente la sospensione delle accise o del bollo auto basterà a fermare, mentre le crisi geopolitiche globali destano timore sugli sviluppi dell’economia globale nel futuro prossimo. Le minacce alla tanto celebrata stabilità, inoltre, non sono mancate, e non solo per via della sconfitta nel referendum sulla giustizia dello scorso marzo, ma anche da fattori puramente interni. Le dimissioni occorse lungo la strada del ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano in seguito all’affaire Boccia, del sottosegretario Andrea Delmastro da sottosegretario alla Giustizia in seguito alla notizia dei suoi rapporti con una famiglia vicina al clan Senese e di Daniela Santanché, su esplicita richiesta di Giorgia Meloni, da ministro del Turismo dopo il rinvio a giudizio per falso in bilancio sul caso Visibilia, ad esempio. Problemi che Giorgia Meloni ha saputo gestire con una certa rapidità, con la consapevolezza ma anche col terrore che trascinare tali problemi rischi di significare finire nella palude, il più grande nemico della celebrata stabilità e dei presidenti del Consiglio.
Nodi irrisolti e sfida a destra
Posizionamenti internazionali a parte, una porzione consistente dell’elettorato di governo è un elettorato tradizionalmente di destra, attento a temi come la sicurezza e l’immigrazione, e forse proprio per questo tra i primissimi provvedimenti del governo c’è stato il decreto “anti-rave”. Ma è sulla questione della gestione dei flussi migratori che è arrivata una delle questioni più controverse del governo: l’accordo con l’Albania del novembre 2023, con cui l’Italia ha realizzato a proprie spese centri di identificazione e permanenza per migranti respinti, già ritenuti poco efficaci per la gestione di un fenomeno così ampio e il cui già criticato funzionamento è stato fermato dalla magistratura, lasciando tali centri pressoché inutilizzati.
Mentre le istituzioni europee guardano i partiti più a destra con scetticismo, soprattutto alla luce della forte crescita di AfD in Germania, e mentre Giorgia Meloni è sempre più ferma nel mostrarsi punto di riferimento di una destra europea, atlantista e conservatrice, con un’opposizione che non riesce nemmeno a stabilire con precisione quale sia il suo perimetro e quali siano le sue parole d’ordine, il problema più grande sembra arrivare proprio da destra e si chiama Roberto Vannacci. Il generale, lasciata la Lega e fondato Futuro Nazionale, ha catalizzato su di sé tutto il mondo che critica da destra il governo Meloni e tutti coloro che su immigrazione e sicurezza vorrebbero vedere di più. Non senza differenziarsi anche dall’atlantismo meloniano, ad esempio sull’Ucraina. E i sondaggi da settimane sembrano premiare il nuovo partito, in crescita al punto da essere ormai la quarta lista del Paese, sopra alla Lega, ad Avs e a Forza Italia. L’enigma di Giorgia Meloni sembra uno: lasciare Vannacci fuori rischiando di perdere o allearsi con lui, vincendo ma sbilanciando a destra la coalizione, col timore di renderla più frammentaria e minacciando la stabilità, attuale punto di forza della narrazione meloniana?
I rischi per il bipolarismo
Questo schema sembra essere un equilibrio delicato che per il momento il governo ha affrontato più tramite la legge elettorale che altro, un iter ancora in corso in cui non sono passati inosservati emendamenti e proposte di cambi in corsa che hanno lasciato pensare tra le righe che il governo non si senta così al sicuro. Ma se Vannacci dovesse andare da solo, cambierebbe tutto non solo per il centrodestra e per il centrosinistra che potrebbe approfittarne più facilmente, ma per il sistema politico italiano in generale. Da anni, tranne il centrista a tutti i costi Calenda, lo schema dei principali partiti sembra andare verso un bipolarismo muscolare, soprattutto dopo il referendum sulla giustizia, ma una corsa solitaria di un soggetto politico importante e in forte crescita potrebbe ridefinire l’intera architettura politica, dal perimetro del centrodestra a quello dell’opposizione.
Se dunque la stabilità della Meloni è stata tale anche per via di una politica rimasta in gran parte statica e che non ha riservato per i primi tre anni e mezzo particolari sorprese, gli ultimi mesi hanno per la prima volta introdotto un elemento che ha sparigliato le carte, al di là dei risultati del governo, comunque li si giudichino. E proprio questo elemento destabilizzante è, per sua stessa definizione, il nemico della parola che Giorgia Meloni ha definito la più grande riforma del suo governo: la stabilità.
Il paradosso della stabilità: benvenuti nel Melonistan
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