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    Chiara Saraceno a TPI: “Il governo ci chiese come migliorare il Rdc ma poi ha ignorato le nostre proposte”

    Credit: ANSA/MASSIMO PERCOSSI

    Chiara Saraceno ha presieduto il comitato scientifico sul Rdc voluto dal ministro Orlando. L'abbiamo intervistata per capire cosa va migliorato nel sussidio

    Di Enrico Mingori
    Pubblicato il 23 Set. 2022 alle 07:51 Aggiornato il 23 Set. 2022 alle 07:51

    Nel marzo 2021 il ministro del Lavoro Andrea Orlando ha insediato un comitato scientifico per la valutazione del Reddito di cittadinanza. Per guidare l’organismo è stata scelta la sociologa Chiara Saraceno, una vita spesa a studiare misure di contrasto alla povertà. Otto mesi più tardi il comitato ha presentato al governo le sue conclusioni: il parere unanime degli esperti è stato che il Rdc è uno strumento essenziale, sebbene ci siano alcune criticità da correggere. Saraceno e i colleghi hanno avanzato dieci proposte migliorative: nessuna di queste però – come lamenta la professoressa parlando con TPI – è stata accolta: «Ci era stato chiesto persino di produrre un elaborato di legge: lo abbiamo fatto pur andando oltre il nostro mandato. Ma poi al tavolo del governo non è stato dato seguito a nessuna delle nostre osservazioni».

    «Un Reddito di ultima istanza per chi non riesce a soddisfare i propri bisogni di base è necessario», osserva Saraceno: «Durante la pandemia, ma anche con quello che sta accadendo oggi, senza il Rdc la povertà sarebbe esplosa». Tuttavia il sussidio, così com’è architettato, mostra delle iniquità. Un primo problema, spiega la professoressa, è che «nei criteri di accesso sono svantaggiate le famiglie numerose con figli minorenni».

    L’importo dell’assegno base – 500 euro al mese – viene infatti moltiplicato per un coefficiente che aumenta a seconda del numero dei componenti: 0,4 per ogni ulteriore componente maggiorenne e 0,2 per ogni minorenne, fino a un massimo di 2,1. Ciò determina che una famiglia numerosa con figli piccoli è penalizzata rispetto a una di dimensioni inferiori e in cui sono tutti adulti. «La nostra proposta – ricorda Saraceno – era di equiparare i minorenni agli adulti e aumentare il coefficiente massimo». «Un’altra criticità che abbiamo notato – prosegue – riguarda il requisito della residenza in Italia da almeno dieci anni: troppo stringente, ma soprattutto anticostituzionale, come rilevato del resto dalla Consulta».

    Terzo problema: «Per avere diritto al sussidio i criteri aggiuntivi all’Isee devono sussistere tutti e tre contemporaneamente: bisogna rientrare entro una determinata soglia di reddito, di risparmio e di proprietà immobiliare. Ciò produce assurdità: ad esempio, chi è quasi privo di risparmi ma sfora di un euro la soglia reddituale non riceve nulla; chi invece ha il massimo dei risparmi all’interno della soglia e nessun reddito riceve l’assegno per intero. Secondo il nostro comitato, una parte eccedente del risparmio andrebbe considerata come reddito spendibile». Poi c’è l’annosa questione delle politiche attive del lavoro: «Le misure di accompagnamento – rileva Saraceno – non hanno funzionato. I centri per l’impiego non sono attrezzati: mancano sia il personale sia le professionalità. Inoltre i navigator sono stati assunti da Anpal, ma poi hanno dovuto cooperare con i centri gestiti dalle Regioni. Pensi che non c’è nemmeno una banca dati centralizzata: i due canali non comunicano».

    Se le politiche attive si sono rivelate fondamentali, insomma, «la colpa non è dei beneficiari del Reddito, come spesso viene lasciato intendere nel dibattito pubblico». Il fatto – conclude Saraceno – è che «da sempre in Italia viene fatta della povertà una narrazione negativa. Basti pensare all’accezione tutt’altro che positiva che viene comunemente data al termine “assistenzialismo”. Eppure prima o poi tutti nella vita abbiamo bisogno di essere assistiti…».

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