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    Altro che largo ai giovani: 5 milioni di fuorisede non potranno votare, ma la politica non cambia la legge

    Di Marta Vigneri
    Pubblicato il 11 Ago. 2022 alle 21:15 Aggiornato il 12 Ago. 2022 alle 22:55

    Mancano 40 giorni alle elezioni del prossimo 25 settembre, ma secondo i dati Istat circa 5 milioni di italiani non potranno esercitare il proprio diritto di voto, garantito dall’art. 48 della Costituzione. Non si tratta del 42 per cento di astenuti che, per disaffezione, segno di protesta o disillusione, ha deciso per sua scelta di non recarsi alle urne, ma dei cittadini – per lo più under 35, studenti o giovani lavoratori – domiciliati in un comune diverso da quello di residenza che non possono votare nel luogo in cui vivono: la legge italiana infatti prevede che il diritto di voto venga esercitato esclusivamente nel comune di residenza.

    Ma coloro che per motivi logistici non possono tornare nella propria città di origine, in questo modo si trovano molto semplicemente costretti a rinunciare al proprio diritto. Un “astensionismo involontario” che potrebbe presto trasformarsi in volontario se i partiti non mostreranno più attenzione al tema e non si batteranno per approvare una proposta di legge che permetta il voto a distanza, come già avviene nel resto dell’Unione Europea: l’Italia infatti è l’unico Paese, oltre a Malta e Cipro, a non concedere questa possibilità ai fuorisede.

    Il paradosso è che questo diritto è invece garantito agli italiani all’Estero, almeno quando le schede elettorali arrivano in tempo per essere rispedite al Ministero dell’Interno prima dell’election day: un connazionale che vive anche temporaneamente in Perù infatti può votare a distanza e di fatto esprimere più facilmente la propria preferenza sulla composizione del Parlamento rispetto a un cittadino originario di Taranto che vive a Milano ma non può tornare in Puglia per impegni professionali o di studio.

    Una proposta di legge sul voto a distanza per chi vive fuorisede è stata presentata il 29 marzo 2019 in Commissione Affari Costituzionali (“esercizio del diritto di voto in un comune diverso da quello di residenza, in caso di assenza per motivi di studio, lavoro o cura, e delega al Governo per la sperimentazione di sistemi telematici di votazione”), ma con le crisi di governo che si sono succedute nel corso dell’ultima legislatura, c’è stata solo una prima lettura alla Camera a maggio del 2021. La caduta dell’esecutivo Draghi a fine luglio ha fatto definitivamente tramontare il progetto.

    Una mancata approvazione che “ha creato sconforto e disillusione tra coloro che il 25 settembre, causa impegni universitari e lavorativi, saranno impossibilitati a recarsi alle urne”, hanno ricordato in una nota le associazioni “The good lobby”, “Comitato io voto fuori sede” e “Rete voto sano da lontano”. Un problema che deve essere affrontato “soprattutto in un contesto sciale e politico che vede sempre più persone sfiduciate dalla politica e che scelgono di non recarsi affatto alle urne“, hanno aggiunto le associazioni.

    Secondo un’indagine Ipsos del 2022, infatti, l’astensionismo giovanile è in costante aumento: tra il 41 e 43 per cento di ragazze e ragazzi non sa per chi votare; il 10 e il 15 per cento di giovani non è mai andato a votare da quando è maggiorenne e circa l’8 per cento annulla la scheda. Complessivamente, secondo il rapporto, almeno il 60 per cento degli under 35 ha un rapporto distaccato con la politica.

    Ma i proclami dei partiti di mettere al centro dei programmi le esigenze dei giovani e di favorire una più alta partecipazione alla vita politica del Paese da parte dei più piccoli risultano alla luce di questa situazione lettera morta: non sono passati nemmeno tre anni da quando per la prima volta l’attuale segretario dem Enrico Letta aveva rilanciato l’idea di concedere il voto ai sedicenni. Ma come si pretende di abbassare la soglia del suffragio universale se non si pensa prima alle esigenze di chi sulla carta può già votare ma nei fatti è impossibilitato a esercitare il proprio diritto?

    Uno dei motivi risiede anche nel fatto che in Italia i potenziali elettori over 50 sono la maggioranza: pari cioè a 26 milioni. Gli under 35 rappresentano invece solo 10 milioni di elettori. Va da sé che le forze politiche sono portate a parlare alle generazioni più anziane perché costituiscono la gran parte del corpo elettorale, in un Paese in cui si fanno sempre meno figli – nel 2020 15mila in meno rispetto al 2019 secondo i dati Istat – e la popolazione invecchia inesorabilmente. Una giustificazione comunque non sufficiente a non occuparsi di un tema fondamentale per l’esercizio della democrazia in Italia.

    “Non possiamo lamentarci della scarsa partecipazione dei giovani alla vita politica e poi non permettergli di votare dove vivono“, hanno denunciato in una nota i leader di +Europa Emma Bonino e Riccardo Magi. Sottolineando che, come se non bastasse, il 25 settembre molti studenti saranno in piena sessione d’esame e di laurea, che rende ancora più complicato per loro spostarsi. Ma ora è troppo tardi per cambiare la legge.

    Le associazioni che si battono per il diritto al voto dei fuorisede hanno però scritto a tutti i segretari di partito affinché si ponga rimedio al più presto, almeno in vista delle future elezioni, chiedendo un impegno pubblico ad approvare entro i primi 6 mesi dall’insediamento del nuovo parlamento una legge sul voto a distanza. “Non possiamo permetterci alla prossima tornata elettorale di non aver colmato questa grave lacuna del nostro sistema democratico”, hanno sottolineato. Restano 40 giorni per rispondere all’appello.

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