Onorevole, il 17 e 18 aprile lei, insieme ad altri dirigenti del Pd, ha partecipato a Barcellona alla Global Progressive Mobilization, che ha riunito le principali forze della sinistra mondiale. Lavori in corso per una “internazionale di sinistra”?
«In questi anni abbiamo vissuto un grande paradosso, che abbiamo immediatamente messo a fuoco con Elly Schlein, ed è l’aver lasciato l’internazionalismo ai nazionalisti. Lo sconvolgimento che la rielezione di Trump ha determinato sul piano globale non è un incidente della storia, ma è frutto di un’onda nera che è cresciuta e si è organizzata a livello internazionale. Un rete organizzata di think tank, centri di estremismo religioso, tecnoligarchi, influencer, che si è raccolta nei Cpac (Conservative Political Action Conference, ndr), ha consolidato relazioni e linguaggi comuni, cementata dai soldi e da un’ideologia nazionalista che anche assunto forme nuove. A fronte di tutto questo, le forze democratiche e progressiste a livello mondiale sono state divise e frammentate. Per la prima volta, abbiamo riunito tutte le organizzazioni insieme. Dall’Internazionale Socialista all’Alleanza Progressista, dai latinoamericani al Partito del Congresso indiano, dai sudafricani ai democratici americani. Il Pse è stato il vero organizzatore, e noi insieme agli spagnoli siamo quelli che hanno più spinto».
Schlein dice che il tempo delle destre è finito. Non è un po’ presto per cantar vittoria?
«Sicuramente a Barcellona è finito il tempo in cui i progressisti giocavano in difesa, perché esiste un’alternativa non solo giusta ma anche vincente, a partire da due priorità condivise: pace e giustizia sociale. Questo è il senso degli interventi di Pedro Sánchez, di Lula e, mi lasci dire, anche di quello di Schlein, la cui leadership esce ulteriormente rafforzata dalla due-giorni catalana. La realtà è sotto gli occhi di tutti. I nazionalismi prima o poi entrano in conflitto tra loro, basti pensare ai dazi di Trump. E come ha insegnato la storia, prima o poi conducono alla guerra. Putin, Trump e Netanyahu hanno gettato il mondo nel caos perché condividono una visione del mondo in cui vale solo la legge del più forte, e negano il principio di uguale dignità tra i cittadini e tra i popoli. Ed è precisamente questo il valore della sconfitta di Orbán in Ungheria. La battaglia non è finita, certo. Ma sta cambiando il vento».
C’è un filo comune che lega le sconfitte di Meloni e Orbán alle urne?
«Le confesso che a Barcellona si è respirato un clima diverso, di speranza, non solo per la sconfitta di Orbán che chiude un ciclo e può aprire una strada diversa in Europa, ma anche per la sconfitta di Meloni e la nostra vittoria al referendum costituzionale. È stato un tema oggetto di conversazione non solo con gli europei, e questo ci ha un po’ stupito. Forse da fuori, persino al di là del merito della riforma, la posta in gioco era più chiara che a molti opinionisti nostrani. Le ragioni dei 15 milioni di No al referendum sono molte, e non vanno banalizzate. Ma al fondo, gli italiani hanno detto No all’idea che chi vince le elezioni comanda, indebolendo controlli e contropoteri, perché questo è il sale delle democrazie liberali. In questa vittoria della democrazia, del patrimonio costituzionale europeo, io vedo il filo comune delle due sconfitte».
L’amicizia con Trump è diventata un problema per le destre europee?
«Indubbiamente, e ha pesato anche questo nel risultato ungherese e italiano. Orbán e Meloni si sono presentati come i migliori amici di Trump in Europa. J.D. Vance si è praticamente trasferito in Ungheria per le elezioni e ha firmato la prefazione all’edizione americana del libro di Meloni. Ma mentre Orbán insieme a Trump volevano disintegrare l’Europa, Meloni ha giocato sull’ambiguità del “ponte tra Usa e Ue”. Quel ponte è stato distrutto da Trump. Noi abbiamo espresso solidarietà per l’attacco che la premier ha subìto per aver espresso, dopo un travaglio di ore, solidarietà al Papa. Ma Meloni fatica a uscire dalla sua gabbia ideologica, per fare i veri interessi dell’Italia. E infatti a rompere è stato Trump».
Davvero l’Italia è nelle condizioni di poter rompere con gli Usa?
«Per nessuno sarebbe facile gestire questo terremoto di carattere epocale nelle relazioni transatlantiche, ma un conto è il presidente Trump, un altro gli Stati Uniti. E le dico di più. Condannare esplicitamente le azioni di Trump, prendere le distanze in maniera netta dalla sua visione del mondo, oggi forse significa preservare il carattere della relazione con gli Stati Uniti di ieri e di domani. È quello che ci chiedono tutti coloro che stanno lottando per la difesa della democrazia in America: non essere accondiscendenti con Trump. Che ha toccato il record negativo nel gradimento degli americani. L’unico posto al mondo dove ha ancora consenso, a volte, sembra essere il Consiglio dei ministri italiano».
La sinistra italiana deve prendere a modello la Spagna di Sánchez?
«Non si tratta di prendere o esportare modelli. Sánchez ha tenuto alta in questi mesi la dignità dell’Europa di fronte agli attacchi di Trump e al caos globale. Con lui c’è una condivisione di tante battaglie politiche, sia a livello interno che a livello europeo. Una consonanza che è cresciuta all’interno del Pse, dove siamo stati noi e gli spagnoli a spingere per posizioni coraggiose sul Medio Oriente. Per porre fine alla doppia morale di un’Europa che non è stata di pronunciare le stesse parole giustamente usate per l’Ucraina di fronte al genocidio di Gaza».
Di fronte alla crisi di Hormuz, l’Ue dovrebbe sospendere il Patto di Stabilità, come chiede anche il Governo italiano?
«Il Patto di Stabilità andrebbe riscritto in modo strutturale, ma ora la vera strada percorribile sono gli investimenti comuni, un grande piano per l’autonomia strategica, anche a livello energetico, e per contrastare le conseguenze economiche e sociali delle guerre di Putin, Trump e Netanyhau. Stupisce che il Governo italiano non faccia questa battaglia, cruciale per l’Italia, per paura di scontentare i suoi amici sovranisti. E invece cerca la scorciatoia di sospendere un Patto che in Consiglio europeo hanno negoziato malissimo, proprio a causa dell’incapacità di costruire le giuste alleanze».
Giusto sospendere il bando al Gnl russo, come dice l’a.d. di Eni, Claudio Descalzi?
«No, non solo non è giusto, ma non è nemmeno utile, perché noi dobbiamo insistere sulla riduzione delle dipendenze fossili e sull’autonomia energetica europea, puntando su un piano di grandi investimenti sulle rinnovabili. Ed è controproducente anche solo parlarne, in questa fase difficile dei negoziati, in cui dobbiamo piuttosto togliere armi di ricatto a Putin per arrivare a una pace che sia il più possibile giusta e duratura».
In questa “alleanza globale dei progressisti” c’è posto anche per il M5S di Giuseppe Conte?
«Guardi che il protagonismo di Schlein e del Pd a Barcellona è il frutto del lavoro coerente di questi anni, dell’appartenenza a una famiglia europea, quella dei socialisti e democratici, di cui ricordo che alle elezioni europee siamo risultati la prima delegazione. Con il M5S abbiamo storie diverse e apparteniamo a famiglie politiche europee diverse. Certo è che per la costruzione di un’alternativa forte e credibile, sulle questioni internazionali, dobbiamo esprimere una coerenza di fondo».
L’impressione diffusa è che la destra abbia una propria visione del mondo, mentre la sinistra ancora no. È così?
«Barcellona è stata la risposta a questa percezione e rappresenta un punto di non ritorno. Sulla pace e il multilateralismo, la democrazia e i diritti umani, la giustizia sociale e climatica, il lavoro buono e dignitoso, si è parlato un linguaggio comune. Ora dobbiamo trasformarlo in iniziativa politica, proposte concrete di governo per migliorare la vita delle persone. Se invece si riferiva al campo progressista, in Italia, mi lasci dire che anche su molti di questi c’è stata una progressiva convergenza».
Si dice: è sbagliato ragionare di leadership, bisogna prima definire un programma condiviso. Ma avete avuto tre anni per definirlo. Tempo perso?
«Anch’io penso che la priorità ora sia offrire agli italiani una proposta di governo. E penso che non si faccia con un semplice accordo tra partiti, ma chiamando la straordinaria mobilitazione democratica che abbiamo visto al referendum a partecipare, a dire la sua. Ma non partiamo mica da zero. In questi anni, su tante questioni abbiamo fatto battaglie e proposte comuni. Anche in parlamento: penso soprattutto al lavoro, alla sanità. E persino sulle questioni internazionali. Non voglio nascondere o sottovalutare la divisione sul sostegno all’Ucraina, che per noi ha un valore anche di coerenza per il rispetto del diritto internazionale. Ma faccio notare che la destra sul punto è più divisa di noi. E su tutte le altre questioni di politica europea, penso agli investimenti comuni e alla difesa comune, e di politica estera, penso al Medio Oriente e al rilancio del multilateralismo, il lavoro comune è molto avanzato».
Perché per una certa sinistra è così difficile criticare il modello neoliberista?
«Parla con uno che si è affacciato alla politica e ha assunto responsabilità nel Pd facendo una battaglia contro il cedimento neoliberista della sinistra, sia negli anni Novanta che vent’anni dopo. Oggi, anche grazie alla segreteria di Elly Schlein, il Pd si è finalmente riposizionato, e molte battaglie che alcuni di noi avevano fatto in minoranza ora sono patrimonio di tutto il partito. Del resto, è cambiato il mondo, le crisi hanno aperto fratture sociali profonde, a cui una sinistra di governo ha il dovere di dare risposte. Se ne stanno accorgendo anche i dem americani. E anche su questo Barcellona è stata preziosa, ha archiviato definitivamente la Terza Via».
La parola patrimoniale è un tabù per voi? E un riassetto fiscale che porti maggior progressività anche nella tassazione del capitale?
«Per noi una patrimoniale va introdotta a livello europeo. E a livello nazionale è essenziale recuperare la funzione di redistribuzione della tassazione. Dunque, progressività ed equità non possono che essere, a mio avviso, tra i punti qualificanti dell’alternativa. Lei prima parlava di tabù: mi lasci dire su questi temi il dibattito in Italia è molto arretrato. Quando con Enrico Letta, non proprio un sovversivo, proponemmo di introdurre una tassa di successione in linea con tutti i grandi Paesi europei, ci fu una levata di scudi non solo nel Governo Draghi ma su tutti i grandi giornali. Ed era una proposta liberale, quella… Ecco, forse una maggiore consapevolezza nel dibattito pubblico ci può aiutare a essere più coraggiosi. Ed è un dovere della politica, ma non solo della politica, anche dei mezzi di informazione e del mondo intellettuale».
Qual è il principale fallimento del Governo Meloni?
«Potrei dirle molte cose, ma da socialdemocratico la mia lettura è molto semplice: non aver fatto nulla – e ripeto: nulla – per migliorare la vita della maggioranza delle persone. In questi quattro anni, i salari, il welfare, l’industria… è tutto peggiorato. E con la vicinanza a Trump e Netanyahu l’Italia è deragliata dai binari della sua grande tradizione diplomatica. Toccherà a noi riportarcela».
La maggioranza adesso si butterà sulla legge elettorale?
«Sì, ed è inaccettabile. Non gli sono certo mancati i numeri, in questi anni. Il problema non è stato la scarsa governabilità, ma la scarsezza al governo. Ora vogliono cambiare la legge elettorale solo per paura di perdere. Non è questa la priorità degli italiani. E 15 milioni di No al referendum dicono anche che gli italiani non accettano forzature sulle regole del gioco».
Il leader della coalizione di centrosinistra sarà scelto con le primarie?
«In un Paese normale, il leader della coalizione è quello del partito che prende più voti. Se non saranno tutti d’accordo con questo criterio, ci saranno le primarie. È molto semplice, ed è inutile fare un dibattito infinito su questo. La priorità, ripeto, è lavorare su una proposta politica chiara agli italiani, che parli al popolo della Costituzione che si è mobilitato a marzo».
Quanto tempo ci vorrà per sciogliere i nodi? Possiamo dare un orizzonte vagamente preciso agli elettori di centrosinistra che ci leggono?
«Il tempo è adesso. Siamo già a lavoro e ci faremo trovare pronti».