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    Fabrizio Barca a TPI: “La sinistra non ha saputo leggere la crisi della democrazia. Riparta dallo Stato”

    Fabrizio Barca, 72 anni: economista di formazione, ha alle spalle una lunga carriera da dirigente tra Banca d'Italia, Ministero dell'Economia e Ocse. Foto AGF

    Il co-coordinatore del Forum Disuguaglianze e Diversità, già ministro del Governo Monti, è in libreria con un saggio scritto insieme allo storico Luca Borzani: "Il neoliberismo ha imbrigliato la democrazia e aperto la strada alla destra autoritaria. In Francia e Spagna si manifesta per i diritti fondamentali. In Italia prevale lo scoramento, ma sui territori il nostro Paese esprime ancora un grande potenziale. Il centrosinistra torni a parlare di Stato democratico e rinnovi la classe dirigente. Le elezioni del prossimo anno? Dalle candidature si capirà molto"

    Di Enrico Mingori
    Pubblicato il 9 Ott. 2026 alle 09:40 Aggiornato il 9 Ott. 2026 alle 09:42

    «Se vogliamo comprendere il presente, dobbiamo fermarci e pensare: dedicare un pizzico del nostro tempo al pensare a come e perché siamo arrivati fino a qui». Fabrizio Barca, co-coordinatore del Forum Disuguaglianze e Diversità, già ministro della Coesione territoriale nel Governo Monti, è in libreria da pochi giorni con un saggio scritto insieme allo storico Luca Borzani, membro del Forum DD, nonché ex assessore del Comune di Genova ed ex presidente della Fondazione Palazzo Ducale del capoluogo ligure. Il libro, edito da Feltrinelli, s’intitola “Democrazia alla prova”, come la tre-giorni di «riflessione collettiva» organizzata dal Forum DD lo scorso gennaio nel Palazzo Ducale genovese, quando 38 relatori e relatrici di diverse discipline si sono confrontati (i loro interventi sono disponibili in formato video sul sito del Forum DD) intorno a una delle grandi domande del nostro tempo: come riaccendere la fiducia nella democrazia? «Pur nel pluralismo delle varie posizioni, è emerso un pensiero coeso», osserva Barca: «Tanto coeso che abbiamo pensato meritasse un tentativo di traduzione, di sintesi. Ecco quindi questo libro».

    Barca, nel sottotitolo parlate di «promesse tradite». Sono promesse tradite anche quelle alla base delle mobilitazioni di questi giorni in Francia e Spagna?
    «Certamente sì, al di là delle specificità del singolo Paese. In Francia si protesta per il sottofinanziamento alla scuola pubblica e le gravi distorsioni nella selezione per le università, in Spagna per la speculazione sugli alloggi: scuola e casa sono due diritti fondamentali che – assieme all’accesso alla conoscenza e al diritto per tutti a un sistema universale di cura che non dipenda di propri mezzi – costituiscono alcuni dei tratti fondamentali di quell’opera di rimozione degli ostacoli al pieno sviluppo della persona umana che dovrebbe essere il compito primario di uno Stato democratico. Nel cosiddetto “trentennio glorioso”, tra la fine degli anni Quaranta e la fine degli anni Settanta, la democrazia era progressivamente riuscita a rimuovere quegli ostacoli. Poi, a partire da un certo punto, è cambiato tutto. E quelle promesse non sono state più mantenute».

    Ci torneremo. Ma prima devo chiederle di noi. Anche in Italia abbiamo i nostri problemi: salari stagnanti, economia che non cresce, giovani che emigrano. Eppure da noi non si protesta. Perché?
    «È un paradosso. Abbiamo un forte potenziale di consapevolezza e sperimentazione di strade alternative. Ma c’è una diffusa non-convinzione che sia agibile il trittico che noi nel libro proponiamo, ovvero: organizzazione, proposte, visione. C’è la sensazione che, sì, si potrà cambiare qualcosa nel singolo territorio, ma a livello di sistema no, non potrà mai cambiare nulla. Una grande massa di persone, nuove generazioni in testa, avvertono sfiducia nella possibilità di contare».

    Un «potenziale»? A cosa si riferisce?
    «È un potenziale che viene da lontano. Dalla maturazione degli anni del dopoguerra e degli incredibili anni Settanta, quando partiti assai lontani tra loro hanno trovato dei punti di incontro che hanno prodotto risultati straordinari: dalle riforme dei fitti agrari allo Statuto dei lavoratori, dal cambiamento radicale del Diritto di famiglia alla Sanità pubblica, dalla fine delle discriminazioni per i bimbi con diverse capacità alla chiusura dei manicomi. Partivamo da una posizione arretrata rispetto al complesso del mondo occidentale, ma l’abbiamo sopravanzato. In quel periodo il Paese ha sedimentato competenze, pratiche, sperimentazioni che erano molto avanti per l’epoca. Poi è arrivata l’ideologia neoliberista».

    E quel potenziale è andato perso?
    «No, non nelle pieghe del Paese. Il neoliberismo ha fatto piazza pulita, convincendo la stragrande parte delle classi dirigenti – anche, diciamo, a sinistra – che non ci fosse più possibilità di trasformazione. A livello di sistema siamo tornati indietro. Assai. Ma a livello di territorio, in quello che Giovanni Moro chiama il “conflitto di cittadinanza”, quel potenziale è rimasto: un potenziale non solo di protesta ma anche di costruzione di un’alternativa. Il Paese è vivace, però non riesce a portare questa sua vitalità a livello di sistema: ciò produce paralisi e scoramento. Lo vediamo in particolare con le nuove generazioni. Ma qui il discorso si allarga anche ai casi francese e spagnolo».

    Ovvero?
    «In Francia e Spagna sono le nuove generazioni ad animare in modo significativo le proteste di questi giorni. E anche nel nostro Paese i giovani si mobilitano: penso alle manifestazioni dello scorso anno per Gaza o alla massiccia partecipazione giovanile al referendum sulla giustizia. Il problema è che le nuove generazioni oggi sono ostacolate dal tradurre la loro profonda insoddisfazione in un moto collettivo. Andare in piazza è un punto di partenza, ma, se ciò non si tramuta in un processo di rivendicazione, di proposte concrete, con una visione eutopica contrapposta alla distopia che domina le nostre vite, se manca un ecosistema organizzativo, anche le proteste di piazza rientrano. O non cambiano le cose. A Genova, attraverso il vivido racconto di Vincent Bevins, abbiamo raccontato i moti giovanili che tra il 2010 e il 2020 hanno scosso l’Africa settentrionale, il Medio Oriente, l’Asia, l’America Latina e sfiorato anche gli Stati Uniti. Masse di persone nelle piazze, soprattutto giovani, hanno creato un vuoto, ma quel vuoto l’ha occupato la destra, e le cose sono spesso addirittura peggiorate».

    In Francia il primo partito è il Rassemblement National, nel Regno Unito è Reform Uk, in Spagna cresce Vox, in Germania l’Afd, in Italia Meloni è al governo e i vannacciani scalpitano. E negli Stati Uniti alla presidenza c’è Trump. Sembra che gli elettori sfiduciati tendano a cercare rifugio più a destra che a sinistra. Perché?
    «Perché hanno perso fiducia nella democrazia. E la sinistra è per sua stessa natura democratica, mentre la destra autoritaria – attenzione: la destra autoritaria, non quella conservatrice – prende atto dell’impossibilità di realizzare le promesse della democrazia e offre agli elettori un patto semplice, modesto, facile da spiegare e che libera la rabbia. Offre un’illusione identitaria esaltando le preoccupazioni – sacrosante! – che ognuno di noi ha verso la diversità: non promette di trovare il modo di coniugarsi con la diversità, offre la libertà di odiarla. Offre doni, anche se li chiama “bonus”. Offre un potere autoritario in contrapposizione ai grandi domini dei tecnocrati, oppure fa amicizia con loro… È la parte più profonda dell’eredità fascista».

    E la sinistra?
    «Intende quella che ha spesso governato? Non ha saputo interpretare la fase che viviamo: se la sinistra nemmeno riconosce che le democrazie non hanno mantenuto le promesse e non dice come tornare a mantenerle, allora perché gli elettori dovrebbe votarla?».

    Nel libro scrivete che è il neoliberismo ad aver aperto la strada all’autoritarismo. Spieghiamo.
    «Il neoliberismo, con il suo impianto, ha tagliato le gambe allo Stato democratico, lo ha imbrigliato, gli ha negato la sua capacità di mantenere le promesse. Ha raccontato un mondo in cui c’è nulla da promettere, perché “non c’è alternativa”: un mondo in cui ognuno di noi è solo ed egoista, in cui le politiche si riducono a premi, i diritti a regalini, in cui non c’è spazio per i lunghi, faticosi e generativi tempi della democrazia. Il neoliberismo ha paralizzato il sano conflitto democratico fra partiti diversi che faceva sì che nelle commissioni parlamentari si trovasse poi una quadra legata ai bisogni delle persone. Ha privatizzato e pure male. Ha impedito allo Stato democratico di funzionare. Solo che, di fronte a quelle promesse non mantenute, la gente non se l’è presa con il neoliberismo: se l’è presa con la democrazia».

    Negli ultimi decenni, in quasi tutti i settori economici, si è registrata una crescente contrazione del potere. In alcuni campi – pensiamo a quello delle tecnologie digitali – oggi operano dei veri e propri oligopoli. Così il capitalismo entra in rotta di collisione con la democrazia.
    «Il capitalismo ha una tensione ontologica con la democrazia: se la democrazia persegue la libertà delle persone rispetto a qualsiasi dominio, il capitalismo all’opposto ha una tendenza interna a concentrare il dominio. Capitalismo significa proprio concentrazione del controllo: un tempo era il controllo sul capitale-macchine, oggi è il controllo sul capitale cognitivo. Concentrando il controllo, i capitalisti riducono il rischio che si assumono nello sfruttare se stessi».

    Sta forse dicendo che capitalismo e democrazia sono inconciliabili?
    «No. Possono convivere se lo Stato democratico è forte abbastanza. All’articolo 41 della nostra Costituzione c’è scritto che la libera iniziativa (del capitalismo) ha un solo limite, quello dell’utilità sociale, articolata in dignità umana, salute, libertà, sicurezza, ambiente. È lo stesso Stato democratico a stabilire quel limite e ad attuarlo attraverso la regolazione, la promozione della concorrenza, la sostituzione di produzione privata con produzione pubblica… Ne parla molto efficacemente Massimo Florio nel suo ultimo libro (“Il Capitale contro lo Stato”, Feltrinelli). Quando il neoliberismo ha messo alla berlina il modo di produzione pubblico, ha minato lo Stato democratico e gli ha impedito di trovare con il capitalismo un rapporto di forza adeguatamente equo, un punto di caduta. Quello che abbiamo oggi è un capitalismo incontrollato. Ma, come diceva Adam Smith, senza l’empatia umana e la solidarietà, lo stesso capitalismo impazzisce perché non ha più remore: diventa opportunismo».

    Perché anche la sinistra si è lasciata permeare dall’ideologia neoliberista?
    «Le egemonie culturali non si guadagnano solo con le parole, ma anche con i fatti. Alla fine degli anni Settanta il neoliberismo ha individuato un punto debole dello Stato democratico nel modo in cui esso si finanziava. È di nuovo Florio a metterlo in evidenza. Penso al Regno Unito, dove esplode Margaret Thatcher. Il livello della tassazione progressiva aveva raggiunto livelli insopportabili, c’erano pezzi del sistema pubblico talmente inefficienti e malgovernati da non produrre più servizi adeguati, il livello di trasferimento ai giovani consentiva loro quasi di dimenticarsi del dovere di lavorare. Il neoliberismo ha messo sul tavolo queste storture e per la sinistra è stato come ricevere un pugno nello stomaco. La sinistra si è trovata spaesata e, anziché cercare di capire come reagire, si è convinta che i neoliberisti, in fondo, avessero ragione. Ma un’alternativa c’era».

    Quale?
    «Se il problema stava nel fatto che si era pensato di usare il capitalismo come una vacca da cui mungere denaro per finanziare un modo di produzione pubblica, allora la strada da prendere era quella di trasformare progressivamente la vacca, cioè modificare il funzionamento del modo in produzione. In Italia ci stavamo provando: penso al sistema delle banche, della cooperazione, delle imprese pubbliche. Penso ai distretti industriali, dove le imprese avevano rapporti solidali al punto da trasferirsi reciprocamente le commesse. Nel nostro Paese stavamo tentando di costruire un diverso funzionamento del capitalismo. Con il fastidio congiunto di Usa e Urss. Solo che la sinistra ha buttato via tutto dalla sera alla mattina».

    Da dove ripartire per rigenerare la democrazia? Nel libro proponete di lavorare su tre capisaldi: l’attuazione della Costituzione, il rilancio e il rinnovamento del ruolo dello Stato, la rivitalizzazione del confronto democratico.
    «Il primo punto è semplice: non abbiamo bisogno di cercare i principi a cui fare riferimento, ce li abbiamo già, sono scritti nella nostra Costituzione, moderna e avanzatissima. Del rilancio del ruolo dello Stato abbiamo già detto: è la condizione senza la quale “non si può giocare la partita”. Il terzo pilastro, la rivitalizzazione del confronto democratico, chiarisce che il rilancio dello Stato non significa nostalgia dello Stato socialdemocratico: quello era uno Stato spesso lontano dalle persone, non adeguatamente immerso nella società. Lo Stato democratizzato è invece uno Stato consapevole che un’enorme parte dei bisogni, delle aspirazioni e dei saperi sul “come fare” determinate cose va ricercata nelle persone che ne sono direttamente coinvolte. Sono gli utenti a sapere per primi come e dove realizzare un presidio della salute, come disegnare la mobilità in un territorio, come affrontare la povertà educativa in un luogo, come far sì che l’intelligenza artificiale applicata alla medicina sia a uso di tutti. Una larga parte dei saperi ce l’hanno gli insegnanti, le famiglie, i ragazzi, i pazienti, i passeggeri degli autobus… È qui che l’Italia è ancora forte. È la potenzialità di cui parlavo. Uno Stato democratico è uno Stato che disegna le politiche per restituire alle persone, per rimuovere gli ostacoli al loro pieno sviluppo. E che lo fa non in modo burocratico, ma fissando principi generali e adeguandoli a misura delle persone nei luoghi».

    Sulla base di questi tre capisaldi, proponete di elaborare una strategia articolata su tre leve.
    «La prima: proposte concrete, comprensibili, realizzabili. Esistono, le si sostenga! La seconda: ricostruire una speranza e una visione di futuro; ormai parliamo solo di distopie, serve un’eutopia. Fatichiamo a immaginarla. Ma non basta. Servono le gambe, l’organizzazione, l’ecosistema organizzativo. Occorre che i partiti, indispensabili al cambiamento, si mettano in dialogo con i movimenti e con le organizzazioni di cittadinanza e del lavoro, in un triangolo teso, conflittuale, non armonico ma denso; questo triangolo può riattivare un processo di trasformazione e alimentare un rinnovamento della classe dirigente degli stessi partiti».

    Lei crede che i partiti che si collocano a sinistra siano consapevoli della necessità di tutto questo lavoro, che siano concordi con la vostra analisi e che siano in sintonia con l’approccio che proponete?
    «La maggioranza della classe dirigente dei partiti ha avuto la sua fase di formazione nel momento di auge del neoliberismo: ce l’ha dentro. Non tutta, e infatti basta vedere l’attacco quotidiano dei “media perbene” a chi non ce l’ha dentro. Quella maggioranza non riesce proprio a dire che la risposta è “più Stato, Stato migliore, Stato democratizzato”. Al momento questo è l’ostacolo primario. Ma, se non lo si risolve, è inutile raccontare in giro che si vuole salvare il sistema sanitario nazionale».

    Chiudiamo con uno sguardo alle elezioni del prossimo anno. Il centrodestra ha la grana Vannacci, ma il centrosinistra sembra non riuscire proprio a trovare la quadra. Le primarie possono aiutare a mettere finalmente un punto o rischiano di lacerare ancor più lo schieramento?
    «Il ragionamento sulle primarie è talmente da terza sponda del tavolo da biliardo che me ne sottraggo. Mi ci sono perso, non ho un’opinione: lo confesso. Non sono più in grado di giudicare cosa sia peggio. Ma qualcosa succederà. E, quando sarà successo, conterà che la coalizione sia in grado di esprimere una visione, una speranza: che sia in grado di raccontare come dovrebbe essere l’Italia del 2032. Conterà indicare quali sarebbero le mosse iniziali che verrebbero adottare convincentemente per tendere a quella visione. E conterà far capire, attraverso le candidature, che i partiti si sono riconnessi con le organizzazioni della cittadinanza e del lavoro, che sono pronti a rinnovare le classi dirigenti».

    Lei pensa davvero che i partiti si muoveranno in questa direzione?
    «Se non lo fanno, non c’è speranza, quindi devo crederci. Devo. E comunque i frammenti di proposte emersi finora presentano elementi di interesse. Prestiamoci attenzione. Non vedo, però, una narrazione dell’Italia del 2032. Nei prossimi sei mesi il Forum Disuguaglianze e Diversità andrà in giro per il Paese con le sue idee, le sue proposte e con questo libro. Suggeriremo a tutti quanti di valutare per prima cosa le persone che verranno candidate: cos’hanno fatto nella vita per convincerci che sanno stare in Parlamento e quali sono le bandiere per cui si battono. Dalle candidature si capirà molto circa la strada che il “centrosinistra” – o come si chiama – avrà deciso di prendere».

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