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    Cuperlo a TPI: “Caro Pd, non nascondiamo la polvere sotto al tappeto”

    AGF

    “Serve un segretario che si dedichi solo a ricostruire. Chi ha guidato il partito in questi anni aveva altri obiettivi”

    Di Giuliano Guida Bardi
    Pubblicato il 3 Feb. 2023 alle 07:00

    Onorevole Cuperlo, perché si è candidato se sa che non si vince? È la sinistra De Coubertin, basta partecipare?
    «Bisogna sempre pensare che esiste la libertà di pensiero e di scelta delle persone. A votare, nella prima fase di questo nostro congresso a regole bizantine, sono gli iscritti. Scelsi di restare nel Pd quando non era semplice. Ci sono rimasto perché ho sempre avuto grande fiducia negli iscritti, quella che una volta chiamavamo la base. Donne e uomini che coltivano uno spirito critico mortificato dai vertici del partito. Mi candido perché questo è il nostro congresso più importante di sempre».

    Perché?
    «Non scegliamo solo un nuovo segretario: in discussione è la possibilità stessa che questo progetto continui a esistere nell’Italia dei prossimi anni. Abbiamo perso le elezioni, ma le ha vinte una destra diversa da quella degli ultimi due decenni. È una destra che ha un solido impianto culturale e ideologico. Lasciano i migranti in balia delle onde per dimostrare che la pacchia è finita, fanno i condoni agli evasori e, soprattutto, di nuovo concepiscono la povertà come una colpa da espiare, non come un’ingiustizia da sanare. Una destra che riscopre la sua tradizione corporativa, con politiche redistributive solo a vantaggio delle categorie che difende».

    Invece quali sono le categorie che deve rappresentare il (suo) Pd?
    «In sedici anni di vita noi abbiamo perso 6 milioni di voti. Gran parte erano delle fasce sociali più disagiate, più colpite dalla crisi prima e dalla pandemia poi: operai, disoccupati, precari, giovani, donne, pensionati al minimo. Cioè quella parte di società che avremmo avuto il compito di rappresentare. È un problema che riguarda tutta la sinistra in Europa, da più di trent’anni. Noi abbiamo pensato bene di andare a compensare quel vuoto, quella mancanza di consensi, spostando il baricentro verso la cosiddetta classe media. Ma quando quella classe media è stata colpita dalla grande crisi, dalle recessioni del 2008 e del 2010 e 2012, lì è venuto a mancare anche quell’ancoraggio».

    Quindi?
    «Dobbiamo ricostruire un Pd che parli con una propria lingua alla parte di società che ci si candida a rappresentare, ad emancipare dal bisogno. Ci sono oltre 5 milioni di italiani che l’anno scorso hanno rinunciato a curarsi perché tra gli effetti della pandemia c’è che sono saltate 100 milioni di visite ambulatoriali, un milione e 700mila ricoveri, e in alcune regioni è semplicemente impossibile fare un esame diagnostico. È una discriminazione che taglia in due la società. Chi non ha le risorse economiche per rivolgersi al privato è costretto a rinunciare al bene primario che è il diritto alla salute. Un Pd nuovo è quello che riesce a ricongiungerci con chi oggi esprime un sentimento di delusione, rabbia o rancore sociale, perché non ha più trovato chi lo rappresentava nei suoi interessi più materiali».

    De Mita diceva che il Pd è nato male, perché le due culture che lo hanno formato devono rimanere in un rapporto dialettico e non fondersi.
    «Non condivido quel giudizio. Per una ragione di carattere storico oltre che politico: dopo il crollo del muro di Berlino, il Pd nacque sull’onda dell’intuizione che le grandi culture della sinistra comunista, socialista, del cattolicesimo democratico, dell’ambientalismo, del pensiero femminista, potessero dare vita a un nuovo soggetto che non voleva essere la conservazione delle identità di partenza, ma la creazione di una nuova per rispondere ai problemi nuovi. Problemi e situazioni che necessitavano anche di nuove categorie di interpretazione. Basta andare nei circoli del nostro partito per verificare che il famoso amalgama è molto più che riuscito. Solo i vertici non lo vedono. Sa perché mi sono candidato?». 

    Dica.
    «Perché temo che la discussione più importante che dobbiamo affrontare sui limiti, gli errori e le ferite – tre scissioni, 6 milioni di voti persi, il cambio di nove segreterie – possa ancora finire come la polvere sotto il tappeto. Se semplicemente ci limitiamo a scegliere una nuova figura, un nuovo piano, un volto (l’ennesimo!) non avremmo poi sciolto i nostri nodi». 

    I “comunisti” devono tornare nel Pd?
    «Rivendico il ruolo che il Pci ha avuto nella storia di questo Paese, nella costruzione e nella difesa della democrazia italiana. Se vuole davvero iniziare una fase costituente, il Pd deve farlo con serietà e aprirsi a interlocutori e forze che in questi anni non abbiamo più saputo rappresentare. Feci un tentativo nel novembre del 2019, organizzando tre giornate a Bologna che chiamammo “Tutta un’altra storia”. Si discusse dei grandi cambiamenti che investivano la società, dalla transizione ecologica alle forme del mercato del lavoro e ai temi del diritto internazionale.

    L’80 e oltre per cento delle relazioni erano di esterni al Pd. Avevamo previsto un uditorio di 500-600 persone. Ne arrivarono più di 4mila, in un clima di entusiasmo. Era come riscoprire la dimensione della politica, con un pluralismo di voci essenziale. Il giorno dopo quell’evento, che poteva essere uno spartiacque in positivo, c’è stata la chiusura a riccio di quel gruppo dirigente che temette di perdere il controllo del partito, se fosse arrivata troppa gente esterna». 

    Non mi ha risposto…
    «Sono contento che Articolo 1 abbia deciso di scommettere di nuovo su questa forza. Ritenni quella scissione un errore. Quando la sinistra si divide non si risveglia più solida e più forte. Casomai l’opposto».

    La spingo a parlare un po’ male dei suoi competitor.
    «Sono persone che conosco e stimo. Nei loro confronti, veramente, il mio atteggiamento è di amicizia. Io non credo che tra di noi ci siano dei distinguo così profondi e marcati sul terreno del programma. Se ragioniamo di salario minimo legale, riforma fiscale, di defiscalizzare il costo del lavoro, della scuola o della sanità, la pensiamo allo stesso modo. Ma, ripeto, l’equivoco è pensare che l’identità del Pd derivi unicamente da un alfabeto programmatico. Ricordo Norberto Bobbio che apostrofava le divisioni della sinistra: “Discutono del loro destino senza capire che dipende dalla loro natura. Decidano la loro natura e avranno chiaro anche il loro destino”. Ecco, non possiamo essere i guardiani del presente, ma dobbiamo offrire una speranza nel futuro».

    Il Pd in tutti questi anni non è stato troppo di destra? Un partito giustizialista, con un legame molto intenso con i potenti poteri forti.
    «Noi abbiamo pensato ad un certo punto di poter addomesticare il populismo, inseguendolo e piegandolo. Siamo stati noi ad abrogare ogni forma di finanziamento pubblico alla politica, il che ha determinato il ritorno ad un accesso patrimoniale alle cariche elettive. Una doppia capriola nel passato, al notabilato maggioritario di fine Ottocento. La seconda conseguenza di quel tentativo mal pensato di addomesticare il populismo è stato votare a favore di un referendum che tagliava un terzo della rappresentanza parlamentare, scambiando una crisi della rappresentanza per una crisi di governabilità. Il che ha portato a un’accentuazione della distanza dei cittadini dalle istituzioni e dalla democrazia: 18 milioni agli astenuti alle ultime elezioni.

    Non so se in questo momento esistono ancora i poteri forti e dove sono allocati in un Paese che da molti anni non ha più una seria politica industriale, una strategia che ci consenta di competere con altri Paesi. Sul versante del garantismo dobbiamo recuperare una parte del terreno che abbiamo perduto. Nella logica ovviamente di un rispetto pieno di quella triade di poteri che prevede, da Montesquieu in avanti, un’articolazione, un equilibrio tra esecutivo, legislativo e giudiziario. Ormai abbiamo un Parlamento che converte decreti o novella la legislazione interna sulla base delle direttive europee. Ma le leggi di fonte parlamentare sono un numero assolutamente ridotto».

    Un Parlamento di nominati…
    «Sì, e da troppi anni. È evidente che se stare nel Parlamento non dipende dalla fiducia degli elettori, ma dal livello di lealtà al capo corrente o al leader di turno, è ridotta anche l’autonomia del singolo parlamentare. Il tema di una riforma della legge elettorale che restituisca un potere di scelta e di controllo al cittadino elettore è uno degli anticorpi fondamentali per sanare la democrazia».

    Perché votare lei?
    «Perché ci credo, perché nella mia vita mi è capitato più spesso di fare un passo indietro che uno  avanti, perché mi sono dimesso – sbagliando – da presidente del partito dopo un mese perché volevo riprendermi la libertà di dire quello che pensavo. Perché ho una passione per la politica e credo nel Pd. Perché credo che oggi bisogna eleggere un segretario che si dedichi interamente a questo compito: costruire il nuovo Pd, senza altri traguardi e obiettivi nella testa, come invece è stato per tutti quelli che il partito lo hanno guidato sino ad oggi».

    Lei è un po’ il poeta del Pd.
    «Magari!».

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