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    Il cerchio magico della presidente Meloni

    A sinistra Meloni con Scurti. In alto Mantovano (a sinistra) e Fazzolari (a destra). In basso Arianna Meloni e Caputi. Foto AGF

    L’ideologo Fazzolari, i tecnici Mantovano e Caputi. La segretaria storica Scurti. E la sorella Arianna. Ecco chi c’è nello stato maggiore di Meloni

    Di Enrico Mingori
    Pubblicato il 25 Set. 2026 alle 12:03

    Correva l’anno 2004. Ultimo weekend di marzo. Azione Giovani, l’organizzazione giovanile di Alleanza Nazionale, teneva il suo Congresso a Viterbo. Fu un’assise serrata che ha segnato un punto di svolta nella storia recente della destra italiana, e non solo della destra. Due erano i candidati alla presidenza: da un lato il milanese Carlo Fidanza, 27 anni, sostenuto in An dalla corrente della Destra sociale di Francesco Storace e Gianni Alemanno; dall’altro la romana Giorgia Meloni, anche lei 27enne, che nel partito dei “grandi” poteva contare sulla sponda della Destra Protagonista di Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri. 

    Non occorre essere degli indovini per immaginare come andò a finire: più di ventidue anni dopo, Meloni siede alla presidenza del Consiglio, mentre Fidanza si deve accontentare del pur onorevole incarico di capogruppo di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo. 

    Nel suo discorso di ringraziamento, dopo essere stata eletta a capo della giovanile, Giorgia citò un brano tratto dal Cirano di Francesco Guccini: «Tornate a casa, nani, levatevi davanti: per la mia rabbia immensa mi servono giganti- Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco», scandì dal palco, dietro cui campeggiava a caratteri cubitali la scritta identitaria «Nel nome della Patria».

    Fu al Congresso di Viterbo che decollò la parabola politica della cosiddetta «Generazione Atreju». C’erano tutti, o quasi, i massimi dirigenti attuali di FdI: Fabio Rampelli, Andrea Delmastro, Giovanni Donzelli, Galeazzo Bignami, Augusta Montaruli, per fare solo alcuni nomi.

    Il responsabile organizzativo della “mozione Meloni” era Francesco Lollobrigida, oggi ministro dell’Agricoltura. Ma la figura più vicina alla futura premier era Giovanbattista Fazzolari, incaricato di redigere il programma della mozione. Ancora oggi Fazzolari è il braccio destro della leader: sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. E la delega è la stessa di allora: Attuazione del programma di governo. Per andare alla scoperta del cerchio magico di Giorgia è da lui che bisogna partire.

    Il cardinal Spugna
    «Giovanbattista, per gli amici antichi Spugna, per me Fazzo, è la persona più intelligente e giusta che abbia avuto la fortuna di conoscere. Non ricordo un solo giorno della mia vita in cui non ci fosse lui al mio fianco», ha scritto Meloni nel suo libro autobiografico Io sono Giorgia, uscito nel 2021. 

    I due si conobbero agli inizi degli anni Novanta tra i manifesti del Movimento Sociale Italiano della sezione di Colle Oppio, a Roma. Fazzolari ha cinque anni più della premier e viene da ambienti più altolocati. Nato a Messina, ha vissuto l’infanzia tra Francia, Argentina e Turchia al seguito del padre, diplomatico di origini reggine. Rientrato in Italia, ha frequentato l’esclusivo liceo francese Chateaubriand, nella Capitale, prima di laurearsi in Economia e Commercio alla Sapienza. Nel 2009 la Gazzetta dello Sport gli dedicò un articolo: l’allora 39enne Spugna aveva vinto il torneo di capodanno del Fantacalcio organizzato dalla rosea, aggiudicandosi un’automobile, una Kia New Carnival. Il nome della sua squadra – Legio XX – era chiaramente ispirato all’esercito imperiale romano. 

    Erano passati cinque anni dal Congresso di Viterbo e Fazzolari già sedeva nelle stanze dei bottoni insieme all’amica di una vita, nel frattempo scelta da Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi per la carica di ministra della Gioventù. Dopo essere stato suo consigliere giuridico quando lei era vicepresidente della Camera, fu nominato capo della Segreteria tecnica della ministra.

    Poi, nel 2011, Berlusconi fu costretto alle dimissioni e a palazzo Chigi arrivò Mario Monti. Fazzo è tra coloro che considerano la caduta del governo del Cavaliere frutto di «un colpo di stato finanziario» orchestrato contro «gli interessi della nazione». 

    Quando, alla fine del 2012, Meloni fonda Fratelli d’Italia, il suo fidato collaboratore diventa responsabile dell’organizzazione nel partito. E nel 2018, dopo aver trascorso un intero lustro parcheggiato negli uffici della Regione Lazio (dirigente dell’Area Aeroporti e Infrastrutture strategiche), viene eletto senatore di FdI. 

    Appassionato di armi, a palazzo Madama si fa notare soprattutto per un emendamento, poi approvato, che legalizza i proiettili 9×19, i cosiddetti “parabellum”. Su Twitter spiccano invece alcuni commenti offensivi contro il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che definisce prima un «aspirante demonio», poi un «rottame» e infine accusa di essersi spinto «oltre i confini del ridicolo». In compenso, più di recente, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, si dice ammirato dall’«eroismo» del battaglione Azov, notoriamente di ideali filo-nazisti («Onore a loro»). Ma quei messaggi oggi non sono più leggibili, visto che il profilo dell’autore è stato cancellato.

    Nella campagna elettorale per le politiche del 2022, poi vinte, Fazzolari è il responsabile del programma di FdI. Quando diventa sottosegretario, il Corriere della Sera lo ribattezza il «cardinale Richelieu» di palazzo Chigi. Personalità forte, allergico alla mondanità ma presenza costante dietro le quinte, è riconosciuto come l’ideologo della destra meloniana, il più ascoltato consigliere della premier. Da lui passano tutti i dossier che riguardano le nomine nelle società partecipate (inclusa la Rai), le strategie di comunicazione, il sostegno all’Ucraina. «Il mondo – sostiene – sarebbe un posto migliore se tutti i politici leggessero Machiavelli».

    L’uomo d’apparato
    L’assegnazione di un sottosegretariato a uno stratega ortodosso come Spugna è bilanciata dalla presenza, al fianco di Meloni, di un profilo più abituato alla grammatica felpata degli apparati: Alfredo Mantovano, magistrato dal 1983, già consigliere della Corte d’Appello di Roma e della Corte di Cassazione, svolge questa funzione.

    Nato 68 anni fa a Lecce, laureato alla Sapienza con una tesi sui «problemi di legittimità costituzionale» della legge sull’aborto, cofondatore del Centro studi di area cattolica intitolato al giudice antimafia Rosario Livatino, Mantovano è la mente giuridica e tecnocratica di Palazzo Chigi, la cinghia di trasmissione tra i patrioti militanti cresciuti a Colle Oppio e gli inscalfibili ingranaggi della burocrazia romana, il cosiddetto Deep State. Non a caso, oltre alla carica di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, la premier lo ha piazzato anche a capo dell’Autorità delegata per la Sicurezza della Repubblica, organo di Palazzo Chigi che supervisiona l’attività dei Servizi segreti.

    Meloni lo conosce da quasi trent’anni. Dal 1996 al 2013 (salvo una parentesi tra il 2002 e il 2004) Mantovano è stato parlamentare di An (prima) e del Pdl (poi). Con Berlusconi al governo ha ricoperto per due volte la carica di sottosegretario agli Interni. Chiuso quel capitolo, aveva abbandonato l’attività politica. Non si è mai iscritto a Fratelli d’Italia. Ma quando Giorgia è arrivata al potere e ha avuto bisogno di un “uomo di palazzo”, il suo nome è rispuntato fuori. Da quattro anni è lui a sovrintendere, per conto della premier, le partite su intelligence, migranti, sicurezza e giustizia.

    Il burocrate (con giallo)
    Peraltro, Mantovano non è l’unico magistrato ai vertici di Chigi. C’è anche Gaetano Caputi, il capo di gabinetto della presidente Meloni. 

    Sessantun anni, anche lui pugliese (è originario di Bisceglie), Caputi ha alle spalle una lunga carriera nella macchina dello Stato: è stato vicecapo di gabinetto e capo dell’Ufficio legislativo al ministero dell’Economia ai tempi del ministro Tremonti, capo dell’Ufficio legislativo al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, capo di gabinetto al ministero del Turismo, oltre che segretario generale e direttore generale della Consob.

    Dall’ottobre del 2022 è colui che coordina i lavori della Presidenza del Consiglio, inclusa l’agenda del Consiglio dei ministri, e gestisce i rapporti con i vari dicasteri, ma gli capita anche di interloquire con banchieri e sindacati.

    La sua biografia recente è tinta di giallo. Nel gennaio 2025 il quotidiano Domani ha rivelato che, nel corso del suo primo anno alla palazzo Chigi, Caputi per tre volte è stato oggetto di misteriose verifiche – mai del tutto chiarite – da parte di alcuni funzionari dell’Aisi (l’agenzia di intelligence interna). Da quella vicenda è scaturita un’aspra disputa legale tra il Dis (il Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza) e la Procura di Roma su una presunta fuga di notizie riservate.

    Le inseparabili
    L’inner circle di Meloni comprende poi Patrizia Scurti, la capa della Segreteria particolare della presidente. Nell’informatissimo libro I potenti al tempo di Giorgia, scritto da Luigi Bisignani e Paolo Madron, Scurti viene paragonata a Mister Wolf, il celebre personaggio di Pulp Fiction che viene convocato quando serve qualcuno in grado di «risolvere problemi». È lei la donna bionda spesso immortalata un passo dietro Meloni. Sempre pronta a passarle ciò di cui la premier ha bisogno, che sia la scheda su una crisi internazionale o una bottiglietta d’acqua.

    Di Scurti si sa pochissimo – sul sito web del Governo il suo curriculum vitae non è mai stato pubblicato – se non che filtra i contatti di Giorgia col mondo esterno dal lontano 2006: all’epoca lavorava nello staff di Fini e pare che fu proprio l’allora presidente di An ad affidarle il mandato di coadiuvare l’allora 29enne leader di Azione Giovani, che era appena stata eletta vicepresidente di Montecitorio. Da allora la «signora Wolf» è l’ombra di Meloni, al punto che, nella sua autobiografia, la numero uno di FdI la definisce «la mia padrona»: «Non c’è nulla della mia vita – riconosce – che non passi da lei». 

    Per la cronaca, il marito di Scurti, Giuseppe Napoli, agente dell’Aisi, è il capo della scorta della presidente del Consiglio. Ma – si sa – i patrioti amano fare le cose in famiglia. La stessa Meloni, ad esempio, a partire dall’agosto 2023 ha voluto che a guidare la Segreteria politica di Fratelli d’Italia fosse sua sorella Arianna, la quale è anche la ex compagna del ministro Lollobrigida (l’ex coppia ha due figlie).

    Più vecchia di due anni, Arianna è una delle poche persone verso cui la premier nutre una fiducia cieca. Oltre a un’infanzia non facilissima, condivide con Giorgia la militanza politica fin dall’adolescenza (a 17 anni la prima tessera dell’Msi). Prima di approdare nello stato maggiore del partito, ha lavorato per vent’anni negli uffici della Regione Lazio svolgendo «da precaria» attività di supporto ai gruppi consiliari della destra. 

    Carattere solitamente schivo, quando nel 2022 la sorella ha trascinato FdI alla vittoria delle elezioni si è però concessa un lungo post sui social. «Siamo arrivati dove siamo, senza aiuti, anzi con molti ostacoli», ha scritto. «Ci siamo arrivati grazie soprattutto a te, perché sei una persona e un leader credibile, così credibile da essere riuscita ad affermarsi come donna  e come madre in un mondo che soprattutto alle donne non regala nulla. No, non è stata fortuna, né casualità. È stato lavoro, dedizione, esempio. Oggi ti riconoscono come un capo perché sei stata quella che ha sacrificato di più». Parole in linea con l’immagine dell’«underdog» che Giorgia ha voluto dipingere di sé: la donna tenace partita dal niente e arrivata al successo contro tutto e tutti. 

    Ancora oggi i meloniani continuano a farsi forza evocando il rumore dei nemici: la magistratura, la burocrazia europea, la sinistra amica dei migranti, i «poteri forti» in generale. Ma oggi – da quattro anni ormai – sono proprio loro a incarnare il potere. I giovani militanti del Congresso del Viterbo si sono fatti grandi e hanno scalato il governo del Paese. Gli ideali, gli slogan, i simboli sono gli stessi di allora. Forse è l’Italia a essere cambiata nel frattempo.

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