Board of Peace, no di Meloni a Trump: l’Italia non aderirà
L’Italia non entrerà a far parte del Board of Peace, il Comitato per la Pace che si sta costituendo su iniziativa del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Secondo indiscrezioni di stampa, il Governo Meloni è orientato a declinare l’invito ad aderire pervenuto dalla Casa Bianca. Alla base del rifiuto ci sono valutazioni sulla possibile incompatibilità fra l’ingresso nel Comitato e la Costituzione italiana.
La cerimonia di costituzione del Board of Peace è prevista per domani, 22 gennaio 2026, nel contesto del World Economic Forum che riunisce i grandi della Terra a Davos, in Svizzera. Meloni, reduce da una visita istituzionale in Asia, non ha ancora ufficializzato se volerà in terra elvetica. C’è l’ipotesi che la premier partecipi al summit senza però firmare il trattato istitutivo del Comitato, rappresentando l’Italia come semplice “Paese osservatore”.
Perché No: dubbi di costituzionalità
La premier Meloni spiegherà a Trump che l’Italia non può aderire al Board of Peace per ragioni di natura tecnica. La Costituzione italiana, infatti, all’articolo 11 sancisce che il nostro Paese “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni” e “promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.
Il passaggio che impedirebbe a Roma di entrare a far parte del Comitato trumpiano è quello in cui si fa riferimento alle “condizioni di parità con gli altri Stati”. Una clausola che con ogni probabilità, in caso di adesione al Board, verrebbe opposta sia dal presidente della Repubblica sia dalla Corte Costituzionale.
Inoltre, si fa notare, la ratifica di trattati internazionali dovrebbe necessariamente passare per un voto del Parlamento tramite legge ordinaria: un passaggio per il quale ormai non c’è più tempo.
Cos’è il Board of Peace
Trump ha parlato per la prima volta di Board of Peace lo scorso ottobre, nell’ambito dell’accordo che ha sancito il cessate il fuoco sulla Striscia di Gaza. Ora, però, lo statuto che lo istituisce non fa alcun riferimento all’enclave palestinese.
All’articolo 1, il Comitato viene definito come “un’organizzazione internazionale che si propone di promuovere la stabilità, ripristinare una governance affidabile e legittima e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti”.
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“Una pace duratura richiede giudizio pragmatico, soluzioni di buon senso e il coraggio di abbandonare approcci e istituzioni che troppo spesso hanno fallito”, si legge nel preambolo.
Il presidente del Board sarà Donald Trump. Sarà lui a scegliere quali Stati invitare a far parte del Comitato. Ciascuno Stato membro sarà rappresentato dal rispettivo capo di stato o di governo. Le decisioni saranno assunte a maggioranza.
Trump potrà essere sfiduciato solo con un voto all’unanimità. Sarà lui stesso, quando lo vorrà, a designare il suo successore. Il presidente, inoltre, avrà il potere di rimuovere gli Stati membri: tale decisione potrà essere annullata solo da una maggioranza di due terzi dei membri.
L’adesione di un Paese al Board of Peace durerà per un mandato limitato di tre anni, a meno che il Paese in questione non contribuisca con oltre 1 miliardo di dollari entro il primo anno di attività.
Board of Peace, chi è stato invitato
Secondo quanto emerso in queste settimane, Trump ha invitato a far parte del Comitato per la Pace anche il presidente russo Vladimir Putin, un invito contestato da più parti, specialmente in Europa.
Nel vecchio continente, sembrano orientati a declinare l’invito, tra gli altri, il presidente francese Emmanuel Macron, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il premier britannico Keir Starmer e il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez. Dovrebbero aderire, invece, l’Ungheria di Viktor Orban e l’Albania di Edi Rama.
Tra gli altri invitati ci sono il presidente argentino Javier Milei, il presidente brasiliano Inacio Lula, il premier canadese Mark Carney, il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il re di Giordania Abdallah II, il primo ministro indiano Narendra Modi e il premier pakistano Shehbaz Sharif.