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    M5s, ora Grillo teme Conte: l’ex premier può “soffiargli” il partito

    Di Marco Antonellis
    Pubblicato il 18 Giu. 2021 alle 08:44

    Beppe Grillo teme che Giuseppe Conte alla lunga possa “soffiargli il partito“. Ecco perché si è messo di traverso sullo statuto – spiega una gola profonda vicinissima al comico genovese.

    Perché, come anticipato da TPI nei giorni scorsi, i veri problemi per Beppe Grillo riguardo la nascita del “nuovo” M5s erano sostanzialmente due: da un lato il poco peso politico che avrebbe avuto con la nuova formazione, dall’altro il timore che prima o poi l’avvocato del popolo finisca col trasformare la sua creatura in una sorta di lista Conte: ecco il vero motivo per cui ha rinunciato a farne una, spiegano i più maligni.

    Come? Con una sapiente scrittura dello statuto, inserendo il proprio nome nel simbolo e tenendo per sé l’ultima parola nella compilazione delle liste elettorali. Ecco perché il comico genovese ora è in “freddo” con il suo “Giuseppi” soprattutto dopo il “non possumus” di quest’ultimo all’incontro con l’ambasciatore cinese al quale beppone teneva particolarmente per presentare ufficialmente alla Cina la nascita del “nuovo” Movimento.

    Chi conosce bene il genovese spiega che ora potrebbe accadere di tutto. Persino un clamoroso ripensamento. E Di Maio che fa? Aspetta sulla riva del fiume per riprendersi il Movimento o quel che ne rimane: la sua vera ambizione, molto democristiana e molto simile a quella di Conte, è di diventare l’ago della bilancia della politica italiana con un M5s intorno al 15%.

    Anche lui però ha i suoi bei grattacapi: teme che le polemiche grilline sulla Cina finiscano per scalfirne ruolo e immagine. In fin dei conti fu Luigi Di Maio in qualità di Vicepremier e ministro dello Sviluppo Economico ad apporre materialmente il suo nome e cognome in calce all’intesa quadro sulla Belt & Road Initiative (la cosiddetta nuova Via della Seta) di fronte ad un sorridente Xi Jinping.

    Le parole di Mario Draghi pronunciate in Cornovaglia, con cui il Presidente del Consiglio ha fatto capire di esser pronto a dire addio agli accordi presi sono state vissute come una vera e propria bocciatura dalle parti della Farnesina.

    Ecco perché, ora che la Nato è tornata in grande spolvero proprio a scapito della Cina, Mario Draghi preferisce tenere ben stretta per sé la politica estera del Paese, delegando poco o niente al ministro degli Esteri, rimasto ad occuparsi principalmente di ordinaria amministrazione. Anche perché presto andranno affrontate tematiche fondamentali per l’Italia: dalla Libia al Quirinale. Ed è superfluo ricordare quanto incideranno le alleanze internazionali nella scelta del prossimo Capo dello Stato.

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