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    Le alleanze non sono aritmetica, ma il PD ha sbagliato a non farne

    Di Stefano Mentana
    Pubblicato il 30 Set. 2022 alle 13:22 Aggiornato il 14 Nov. 2023 alle 13:41

    La matematica non è un’opinione, a meno che non si stia parlando di politica, dove raramente l’unione di due forze politiche che scelgono di intraprendere un percorso comune porta alla somma dei rispettivi consensi. O meglio: può portare a un risultato superiore o inferiore, ma non in maniera automatica. È la coerenza del percorso e la compatibilità dei programmi a poter risultare appetibile o meno all’elettorato.

    Oggi che il Partito Democratico esce dalle elezioni fortemente danneggiato da una politica di alleanze difficilmente comprensibile, in tanti, armati di calcolatrice, cercano di spiegare spaccando il decimale cosa avrebbero potuto combinare il tanto decantato “campo largo” o un’alleanza PD-Cinque Stelle. La morale non è solo che non lo possiamo sapere, ma che per quanto un simile calcolo possa fornire informazioni utili, è politicamente arbitrario e, come tale, sbagliato.

    Enrico Letta, segretario del partito che fa da perno nello schieramento di centrosinistra e da cui inevitabilmente deve passare qualsiasi alleanza, aveva tre possibilità: la più difficile era mettere in piedi il “campo largo” con dentro tutti, le altre due allearsi con Azione o, in alternativa, col Movimento Cinque Stelle. Nonostante il PD fosse fortemente indietro nei sondaggi rispetto al centrodestra, alla fine gli unici alleati sono stati il tandem Verdi-Sinistra Italiana, Più Europa e Impegno Civico: forze ben più piccole che hanno isolato i dem che hanno pagato un caro prezzo nella lotteria dei collegi uninominali.

    Ma siamo sicuri che il 26 per cento dell’alleanza a guida PD, se sommato al 15 del Movimento Cinque Stelle, avrebbe dato il 41 per cento? Difficile a dirsi, dal momento che i due partiti, nonostante anni di flirt, hanno ancora oggi forti differenze. Molti elettori da entrambe le parti non hanno forse del tutto seppellito l’ascia di guerra di uno scontro durissimo che per anni li ha visti contrapposti, e per Giuseppe Conte sarebbe stato difficile condurre la campagna appena compiuta nel meridione con la zavorra del PD. Non possiamo saperlo, ma è legittimo pensare che un pezzo di elettorato pentastellato avrebbe fatto altre scelte compresa quella di restare a casa e che alcuni elettori Dem avrebbero seguito le sirene di Calenda.

    Proprio la lista Azione-Italia Viva, ad esempio, ottiene consensi soprattutto nelle zone tradizionalmente più favorevoli al PD, come i centri urbani o la Toscana, e la loro corsa separata è risultata fatale in molti collegi. Questo lascia intendere che una parte consistente degli elettori del cosiddetto terzo polo venga dal PD, e non gli sia dunque troppo distante.

    E allora cosa avrebbe dovuto fare il PD? Scegliere l’accordo con un partito più piccolo ma con un elettorato più affine o rischiare alleandosi con un elettorato diverso che avrebbe potuto raggiungere elettori più distanti ma con un margine di rischio più alto? Difficile a dirsi, ma sicuramente l’unica cosa da non fare era finire per non scegliere nessuno dei due.

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