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    Tra Conte e Renzi il vero vincitore è Zingaretti: fenomenologia di un leader sottovalutato

    Di Luca Telese
    Pubblicato il 20 Gen. 2021 alle 18:22

    Dice Goffredo Bettini, a caldo, dopo il voto del Senato: “Zingaretti è un gatto, ha un istinto felino, difficile gli sfugga qualcosa”. Tuttavia qualcosa sfugge agli altri, e anche a molti cronisti politici, che, impegnati ancora oggi a glorificare la sconfitta di Renzi, si sono dimenticati di raccontare l’ennesima vittoria sottotraccia di Nicola Zingaretti.

    Forse perché viviamo nel mondo dell’apparenza, e l’ex premier passa le giornate a fare proclami tonitruanti, mentre il governatore del Lazio parla poco, pochissimo, fa zero sparate, e opera senza esporsi. Quando interviene – fateci caso – non ha mai la prosopopea di chi pensa di parlare alla Storia. E forse perché questo sfida, erroneamente, è stata letta come un duello tra il leader di Italia Viva e Conte. Mentre, a ben vedere, questa non è altro che la quarta sonora sconfitta che Renzi subisce da parte di Zingaretti in meno di tre anni.

    Un ko in quattro puntate, che risponde, come per i cinesi abituati ad attendere sulla riva del fiume, al proclama più ambizioso dell’uomo di Rignano. Ovvero alla frase pronunciata alla Leopolda 2019: quella secondo cui “Noi faremo al Pd, quello che Macron ha fatto ai socialisti”.

    Ebbene, senza battersi i pugni sul petto “il gatto” di Roma ha atteso al varco il volpino di Rignano e – ancora una volta – gliele ha suonate. Di fatto è già la quarta volta che mi tocca scrivere questo stesso articolo, e dunque occorre ricordare perché.

    Zingaretti ha battuto Renzi la prima volta 1) alle primarie del Partito democratico, quando l’ex premier correva per interposta persona sostenendo il fido Giachetti. Lo ha battuto una seconda volta 2) alle elezioni europee, quando ha bissato il risultato delle politiche (18%, ultimo disastroso voto di Renzi da leader) organizzandosi in pochi giorni e inventando la candidatura e l’alleanza di Carlo Calenda. Lo ha battuto per la terza volta 3) nei giorni duri della scissione, quando gli ha sfilato metà dei suoi uomini (e i giornaloni, invece, scrivevano che la mossa geniale di Renzi era aver mantenuto una quinta colonna nel Pd).

    Come è andata si sa: non solo “l’esercito di Terracotta” di Renzi dentro il Pd nell’ora X non si è risvegliato, ma Italia Viva ha continuato a perdere pezzi verso il partito di Zinga, anche dopo, fino a ieri.

    La quarta batosta è quella subita con il voto di fiducia del Conte bis. E faceva quasi tenerezza che Renzi, celebrato tutt’ora da qualche allucinato come la persona più scaltra del mondo, ammettesse pubblicamente di essere stato depistato, quando raccontava di aver “avuto coraggio anche per il Pd”.

    Vero è esattamente il contrario: Zingaretti ha fregato l’uomo di Rignano, al punto che quello si è convinto di averlo in pugno (e, come si è visto, non era vero) spingendosi fino all’azzardo dello strappo, fondato su di un calcolo sbagliato.

    Zinga, oggi incassa anche un credito nei confronti di Giuseppe Conte, che dovrà comunque convenire con lui sulla necessità di innestare e rafforzare la maggioranza con il fatidico “Conte ter”. E che, senza il Pd e la sua compattezza, non avrebbe certo potuto dare battaglia.

    Se poi i giallorossi riuscissero, tramite il socialista Riccardo Nencini, nell’impresa di sfilare a Renzi anche il gruppo, l’ex sindaco di Firenze si ritroverebbe in condizioni di non nuocere, privato del tempo di parola a Palazzo Madama, e non rappresentato in tutte le commissioni: partito con il sogno di essere il Macron di Zingaretti, Renzi si ritrova ad essere il Micron di se stesso.

    Questo perché – come dice Bettini – il segretario del Pd è un gatto a cui sfugge poco o nulla. Ed è un profondo conoscitore degli apparati. In Qualcuno era Comunista ho raccontato del giovane Zingaretti che – da segretario dei giovani comunisti romani – si metteva a guardia dei rotoli dei manifesti in via dei Frentani, dove aveva sede la Federazione romana del Pci (perché non fossero sprecati per eccesso di zelo).

    Zinga viene da lontano e va lontano, non fa proclami. Questo Forrest Gump post-comunista, che si mostra poco, non fa vita di salotto e non seduce le grandi firme, era stato addirittura considerato come “sostituibile” dai fan mediatici di Stefano Bonaccini. E invece è sempre lì: vincitore (a sorpresa) in una provincia di destra, vincitore (a sorpresa) in una regione di destra, vincitore (a sorpresa) contro gli epigoni di Renzi, e ora (sempre a sorpresa) contro Renzi, in tutte le occasioni che abbiamo detto.

    Siccome il gattone romano è scaramantico, dovrà augurarsi di continuare ad essere sottovalutato. E di continuare a vincere, malgrado le sparate dei suoi megalomani sfidanti.

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