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    Una potenza di equilibro nell’ordine post-atlantico (di Giulio Gambino)

    Credit: Unsplash

    L'Occidente non è mai stato una realtà naturale, ma una convergenza storica. E le convergenze possono finire. In questo quadro, l'Europa non deve sostituire gli Usa come potenza, ma rappresentare ciò che gli Usa oggi faticano a incarnare: uno spazio di mediazione e regolazione

    Di Giulio Gambino
    Pubblicato il 19 Feb. 2026 alle 13:05

    Per oltre settant’anni la relazione politica, commerciale, diplomatica tra Stati Uniti ed Europa è stata il pilastro implicito dell’ordine internazionale: non soltanto un’alleanza militare o commerciale, ma una comunanza di valori politici, giuridici e culturali riassunta nella formula, potente quanto ambigua, di “Occidente”.

    Oggi quella formula vacilla. Non perché l’America sia improvvisamente divenuta un avversario dell’Europa, ma perché la natura del suo ruolo si è trasformata, e con essa l’idea stessa di ciò che chiamiamo Occidente.

    L’ascesa di Donald Trump – più che un incidente – appare ormai come l’emersione di una tendenza profonda della politica americana. Il suo stile di governo, reattivo e personalistico, affaristico e unilaterale, fondato su rapporti di forza più che su regole condivise, non è solo un cambio di leadership: è una diversa concezione dell’ordine internazionale.

    Il diritto diventa negoziabile, le alleanze transazionali, le istituzioni multilaterali un intralcio. La retorica pubblica assume tratti apertamente conflittuali, talvolta brutali; la politica estera viene narrata come competizione permanente; il palcoscenico globale rischia di ridursi a teatro domestico della politica interna americana.

    In questo quadro, la domanda non è semplicemente se l’Europa possa continuare a contare sugli Stati Uniti. La domanda più radicale è: ha ancora senso parlare di Occidente come soggetto unitario? O stiamo assistendo alla fine di un equivoco, quello di una comunità di valori sempre identica a se stessa?

    Il dibattito tra chi continua a leggere l’Occidente come spazio politico-culturale condiviso e chi lo interpreta piuttosto come costruzione geopolitica contingente illumina il punto decisivo: l’Occidente non è mai stato una realtà naturale, ma una convergenza storica. E le convergenze possono divergere.

    Oggi emergono chiaramente diversi “Occidenti”, con interessi, sensibilità e priorità differenti. Forse, allora, il blocco occidentale deve iniziare a pensarsi oltre l’Occidente stesso. Non come sua negazione, ma come pluralità di centri.

    In un sistema internazionale ormai strutturato su “due piani” – dove all’attico abitano Stati Uniti e Cina, e immediatamente sotto tutti gli altri, Europa compresa, insieme alle democrazie asiatiche, al Sud globale, e la Russia – la questione non è scegliere un padrone, bensì costruire un equilibrio. E dato che in fin dei conti abitiamo tutti lo stesso palazzo, converrebbe dotarsi di un buon amministratore di condominio anziché di un proprietario che ne usi le stanze come proprietà privata.

    Qui si apre il vero compito europeo. Non sostituire gli Stati Uniti come potenza – non ne ha la vocazione né gli strumenti – ma rappresentare ciò che gli Stati Uniti oggi faticano a incarnare: uno spazio di mediazione e regolazione. Stato di diritto, mediazione diplomatica, primato delle istituzioni sulla leadership personale, economia di mercato temperata da coesione sociale.

    Non è antiamericanismo. È dotarsi di un senso che ci appartenga. A livello comunitario. L’Europa deve emanciparsi senza rompere.

    Il case-study Mercosur ne è un perfetto e paradigmatico esempio. Rafforzare la cooperazione con il continente africano, dialogare pragmaticamente con Cina e Russia, non per sostituire un’alleanza con un’altra, ma per non dipendere da una sola. Diversificare.

    Nel frattempo i governanti europei cercano un baricentro: Giorgia Meloni oscilla tra “fedeltà” atlantica e ricerca di identità; Friedrich Merz punta alla ripartenza industriale tedesca mantenendo due piedi in una scarpa; Emmanuel Macron insegue consenso interno proponendo una “sovranità europea” quasi impossibile, oggi, da raggiungere. Una rincorsa collettiva. Anche se ignoriamo verso dove, verso cosa.

    Nessuno, più, può ignorare il nodo: sicurezza non coincide con subordinazione. Partiamo dalle basi, un passo alla volta: più che una superpotenza, l’Europa punti a rappresentare una potenza di equilibrio.

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