«Chi non ama la solitudine non ama la libertà, perché non si è liberi che essendo soli», scriveva Arthur Schopenhauer, ragionando sulla scelta radicale del filosofo di non ascoltare la società e di pensare solo con la sua testa, in un’epoca in cui l’isolamento era associato alla punizione, all’esilio, alla penitenza. A oltre un secolo e mezzo di distanza, abbiamo ottenuto diritti sacrosanti e la libertà passa anche dalla possibilità di stare soli, ma, paradossalmente, proprio con la società che si è fatta sempre più globale e connessa sono nate nuove solitudini che non sempre sono sinonimo di libertà.
Non sarebbe giusto né corretto puntare il dito contro le libertà individuali o contro le scelte che ognuno decide di compiere, caposaldi sacrosanti di qualsiasi società democratica. Perché non stiamo parlando della scelta consapevole di vivere soli, ma di quando questa solitudine la si subisce, con tutte le conseguenze del caso. È infatti un insieme di mutamenti sociali, demografici e tecnologici ad aver spinto sempre più persone ai margini della socialità, a subire sempre di più questa alienazione. A questo contribuiscono una flessibilizzazione sempre più strutturata del lavoro e dei suoi orari, e una digitalizzazione sempre più ampia della società che ha creato dei nuovi luoghi virtuali in cui si è spostato un pezzo della nostra vita, con un impatto profondo sulla nostra quotidianità. Fenomeni tuttora in via di sviluppo ulteriore, pur avendo mostrato pregi e difetti, limiti e opportunità in modo particolare durante il confinamento forzato al tempo della pandemia di Covid-19.
Nuove fragilità affettive
Mentre molti servizi si spostavano sempre più nel mondo virtuale, anche il modo in cui le persone si incontrano si è sviluppato attraverso le proprie regole, i propri tempi e le proprie etichette. Se nella vita di tutti i giorni abbiamo il timore sempre più frequente di invadere gli spazi altrui e vediamo con diffidenza chi mostra apparenti segnali in tal senso, rendendo sempre più difficile gestire la complessità e la spontaneità degli approcci nei luoghi fisici della quotidianità, le relazioni di qualsiasi genere si sono spostate sempre di più sulle piattaforme digitali. Così come online promuoviamo il nostro lavoro e cerchiamo comunità con interessi comuni dall’altro capo del mondo, allo stesso modo cerchiamo relazioni che ci portino al contatto umano diretto, si tratti di un rapporto amoroso, sessuale o di amicizia, spostando online quegli approcci verso cui siamo sempre più timidi nella quotidianità. Ma la dinamica relazionale che ne emerge non sempre pone pienamente rimedio alla ricerca di rapporti umani: le app di incontri, ad esempio, si basano spesso su una modalità vetrina, in cui il primo approccio è dato da un’immagine e una presentazione di poche righe pensate per catturare pochi secondi di attenzione durante i quali l’utente segna la sorte di qualsiasi potenziale rapporto con uno “swipe” verso sinistra o verso destra. Se poi non si trovano relazioni appaganti, per sempre più persone si sta sviluppando il fenomeno di usare i chatbot dei vari servizi di intelligenza artificiale come surrogato affettivo.
Queste dinamiche relazionali sempre più complesse accompagnano tanti uomini e donne in momenti cruciali della propria esistenza, non relegando più la solitudine subita a un anziano rimasto solo o a una persona abbandonata dai propri cari, ma a generazioni di trentenni e quarantenni, trasferitesi in grandi città per ragioni professionali. Se il periodo degli studi garantisce un certo livello di socializzazione, questo non sempre è semplice quando si entra nell’età del lavoro, in un momento storico in cui, peraltro, trovare una stabilità lavorativa ed economica non è la cosa più semplice.
Alienazione urbana
La dimensione dell’alienazione, però, non passa solo dalle attività e dai tempi, ma anche dai luoghi. Per decenni le città sono infatti state pensate soprattutto intorno alle famiglie; attraverso politiche di differenziazione delle diverse zone, interi quartieri sono stati ideati intorno alle esigenze di chi possiede un’automobile: per quanto sempre più spesso si parli di concetti a misura d’uomo come la “città dei 15 minuti”, e si facciano interventi a sostegno di spazi comuni, le esigenze di chi vive da solo, non ha un’auto e non può permettersi un alloggio nei quartieri meglio serviti finiscono per favorire l’alienazione.
Parallelamente, tutti quegli spazi collettivi della società di un tempo, quel mondo di circoli, bar di quartiere e dopolavoro, sono diventati luoghi di partecipazione meno spontanea o si sono commercializzati. Per una persona di 30 o 40 anni, inserita nel mondo del lavoro, con uno stipendio medio o basso, la vita rischia di essere divisa esclusivamente tra casa e lavoro, con pochi altri spazi per cercare di socializzare se non quelli virtuali o luoghi di consumo in cui il pudore della società odierna non sempre lascia grandi spazi.
Emergenza sanitaria pubblica
Tuttavia, il costo umano di queste trasformazioni si fa sempre più pesante. E così sempre più istituzioni iniziano a vedere il tema della solitudine non solo come un fatto legato ai sentimenti o alle relazioni, ma come un tema di salute pubblica, un’emergenza sociale che può influire anche sul funzionamento dello Stato. Da anni il mondo scientifico mette in guardia sia sul disagio emotivo che sullo stress biologico che può favorire malattie cardiovascolari, con studi recenti che vedono nell’isolamento un rischio di mortalità paragonabile a quello causato dal fumo di sigaretta e dall’obesità.
Anche per questo, governi in tutto il mondo si sono mossi per arginare il fenomeno: nel 2018 il Regno Unito ha istituito il ministero della solitudine, cui ha fatto seguito nel 2021 il Giappone di fronte a un aumento di casi di suicidio e di ritiro sociale, mentre la Spagna ha istituito un piano nazionale che ha coinvolto ministeri e amministrazioni diverse. L’Italia, in questo contesto, è sicuramente in una posizione critica: è tra i Paesi con l’età media più in crescita al mondo e una natalità limitata dovuta anche a una crescente percentuale di famiglie unipersonali, e in cui chi ha figli piccoli deve spesso puntare sull’aiuto informale dei parenti, un fatto su cui non si può pretendere di fare affidamento per sempre. Un lavoro politico, urbanistico e sanitario dovrebbe far fronte a questi rischi.
Ricostituire una comunità
Fornire una risposta a questo scenario non significa limitare i diritti individuali o indirizzare d’autorità i comportamenti delle persone, ma creare infrastrutture fisiche e sociali che vadano dal ridisegnare i nostri quartieri a creare spazi fisici e virtuali che possano favorire una socializzazione, e non vivere l’isolamento e la solitudine come un fallimento personale, ma riconoscerli come il risultato di numerosi mutamenti sociali, che possono essere affrontati proprio governando tali mutamenti. Non è un caso che, soprattutto dopo il periodo del Covid, stiano prendendo piede nuovi modelli comunitari che riorganizzano spazio e tempo attorno alla presenza e alla prossimità, in un momento storico in cui l’“io”, felice della sua autonomia, sta cercando di trovare il modo di mantenere la sua libertà all’interno di un “noi”.