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    Tip Toe: la serie che ti costringe a fare i conti con i tuoi pregiudizi

    La televisione può ancora mettere in discussione il presente e chiederci conto del posto che occupiamo dentro le sue contraddizioni

    Di Eleonora Tricarico
    Pubblicato il 7 Ott. 2026 alle 09:12

    Le piattaforme di streaming hanno allargato lo spazio a disposizione delle serie TV, mettendo in catalogo storie e linguaggi molto diversi. Tuttavia la visibilità non si distribuisce allo stesso modo: alcuni titoli arrivano accompagnati da campagne promozionali insistenti, altri vengono pubblicati senza grande clamore e affidati al giudizio degli spettatori. Tip Toe, miniserie in cinque episodi di Russell T Davies, con Alan Cumming e David Morrissey, appartiene a questa seconda categoria ed è disponibile nel catalogo HBO Max su Prime Video.

    Nella serie la fine è già inizio, lasciando intuire fin da subito il destino dei suoi personaggi, ma non per questo attenua la tensione, anzi. Mentre gli episodi ricostruiscono la storia, cresce un senso di profonda amarezza che accompagna lo spettatore fino all’ultima puntata.

    Ambientata a Manchester, Tip Toe mette al centro Leo, un gentile e simpatico proprietario di un gay bar a Canal Street, e Clive, un rude e rigido elettricista che vive con la famiglia nella casa accanto. Dopo anni di vicinato, gli equilibri tra i due cominciano a incrinarsi tra incomprensioni, rancori e pregiudizi che alimentano uno scontro che diventa sempre più duro, portando dentro una vicenda privata le tensioni di una società sempre più polarizzata.

    Le scritte conclusive che compaiono al termine del quinto episodio raccontano che cosa è accaduto a ciascun personaggio, dove si trova e quale sorte ha avuto; una scelta narrativa che richiama il linguaggio dei documentari e avvicina la vicenda a una cronaca possibile, anche se Tip Toe resta un’opera di finzione.

    Il suo nucleo politico si rintraccia nel modo in cui racconta la disinformazione, l’omofobia e il rancore che si alimenta nelle conversazioni quotidiane, online e fuori dalla rete. La serie mostra quanto poco basti perché la diffidenza diventi ostilità e l’ostilità prenda spazio nella vita degli altri. La violenza non compare dal nulla, né resta confinata a un gesto individuale; cresce dentro un clima che normalizza il disprezzo e lascia circolare accuse e falsità senza interrogarsi sulle conseguenze.

    Tip Toe è disturbante, non si trova un termine più adatto, e proprio per questo motivo deve essere necessariamente vista. Manca quella distanza rassicurante che solitamente protegge lo spettatore che, invece, qui è costretto a fare i conti con le parole che usa, con i pregiudizi che coltiva e con la responsabilità che ha quando si relaziona agli altri.

    La scrittura di Davies, la regia di Peter Hoar e le interpretazioni di Cumming e Morrissey rendono credibile ogni passaggio della storia; il coinvolgimento degli attori dà ancora più peso a una vicenda che colpisce come un pugno allo stomaco.

    Alla fine, vien da chiedersi: quanto siamo disposti a tollerare, ripetere o ignorare prima che il pregiudizio diventi un fatto concreto? Probabilmente Tip Toe non pretende di risolvere il problema con una lezione, ma apre uno spazio di educazione e confronto, nel quale la televisione può ancora mettere in discussione il presente e chiederci conto del posto che occupiamo dentro le sue contraddizioni.

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