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    Il gesto, la domanda, lo sguardo: i tre passi indietro necessari per comprendere meglio il caso della prof accoltellata a Roma

    L'ingresso dell'Istituto Giovanni Verga a largo Cocconi, in zona Collatina, a Roma. Credit: Francesco Fotia / AGF

    Ognuno ha descritto con precisione il pezzo della storia che aveva davanti e ha concluso che fosse l'intero quadro. Sarebbe comodo trovare un colpevole sociale — la scuola, i social, i giovani, l'immigrazione — e una vittima perfetta. Ma per comprendere davvero le radici della violenza e il trauma generato occorre allontanarsi da questa logica

    Di Olivia Ninotti
    Pubblicato il 21 Set. 2026 alle 12:58

    Nei dipinti puntinisti, da vicino, si vedono solo dei punti di colore. Il volto compare quando si fa un passo indietro. Mi è venuto in mente perché si è scritto molto sulla professoressa accoltellata a Roma, e  mi sembra un po’ con il naso appoggiato alla tela. Chi si è avvicinato a un angolo ha visto la mancanza di sicurezza a scuola: dal metal detector alle pene più severe, fino agli psicologi nelle classi. Chi si è avvicinato a un altro angolo ha visto il movente, un brutto voto, e le indagini sul telefono. Un angolo, grosso direi, ha visto soprattutto la remigrazione, e su quella macchia ci si è indignati. Ognuno ha descritto con precisione il pezzo che aveva davanti, e ognuno ha concluso che quel pezzo fosse il quadro. Questo caso richiede tre passi indietro. Ciò che un ragazzo ha fatto, ciò che alla professoressa è stato chiesto, ciò che hanno visto gli altri.

    Contesto urbano e trappole virtuali
    Partiamo però dal contesto. Centocelle prende il nome dalle centum cellae, le cento stanze attribuite a una villa imperiale, e si sviluppa come borgata nella storia urbana di Roma. Nel 1909 vi sorse il primo aeroporto italiano. Il quartiere conserva una memoria civica forte, legata anche alla Resistenza, tanto da ricevere nel 2017 la medaglia d’oro al merito civile. È oggi un territorio attraversato da molte provenienze e molte identità, tanto che qualcuno ha scritto che “qui a Centocelle è difficile dire chi sia straniero”. Ha vissuto anni duri, tra incendi ai locali e infiltrazioni criminali (l’operazione “Propaggine” è del 2022), e ha reagito dal basso, con realtà civiche come la Libera Assemblea di Centocelle. Si potrebbe usare il quartiere come spiegazione ,la periferia difficile, oppure come smentita ,il modello di convivenza. Marc Augé distingueva i luoghi antropologici, fatti di relazioni, storia e identità, dai nonluoghi, spazi caratterizzati dalla circolazione e da relazioni più impersonali. Centocelle è un luogo antropologico multiculturale quasi da manuale.Il piano del ragazzo, invece, sembra essersi costruito almeno in parte altrove: non nel quartiere, ma in uno spazio virtuale dove il luogo fisico perde centralità e la comunicazione indiscriminata fa da moltiplicatore. Nelle echo chambers le voci si somigliano e si rafforzano a vicenda, e un disagio che nasce altrove, a scuola, in famiglia, dentro di sé, può crescere fino a cambiare forma, contenuto e direzione. Che cosa abbia alimentato quel disagio, e se abbia trovato eco online, lo diranno le indagini. Sappiamo però che quegli spazi sanno amplificare ciò che trovano.

    Adolescenza sospesa e violenza in vetrina
    Veniamo al gesto del ragazzo.Victor Turner, riprendendo Arnold van Gennep, chiamava liminale la condizione di chi ha lasciato uno status e non è ancora entrato nell’altro; quel né qui né là  che rappresenta bene l’adolescenza ,spesso anche molto precoce dei nostri ragazzi di oggi.In molte società i passaggi di status erano accompagnati da rituali espliciti, con prove, separazione e reintegrazione. La modernità ha indebolito o trasformato molte di queste cornici. La scuola resta uno dei luoghi nei quali un adolescente viene continuamente valutato, ma non necessariamente riconosciuto attraverso un rito di passaggio.Un voto o un debito può allora diventare, per chi lo vive, una piccola sentenza senza cerimonia di chiusura. Spiegare però non è giustificare. Milioni di tredicenni ricevono brutti voti e non impugnano un coltello. Gli elementi finora emersi raccontano anche un gesto preparato. Coltelli acquistati online, secondo quanto riferito, strumenti di ripresa, un annuncio sui social e il tentativo di trasmettere ciò che stava accadendo.Girard, ne La violenza e il sacro, descriveva il desiderio come mimetico, ovvero il desiderio dell’individuo si forma anche attraverso quello dell’altro. Una possibile lettura, non una prova, è che questa logica possa aiutare a interrogarsi sulla ricerca di uno sguardo: quando un atto è preparato per essere visto, la violenza può farsi messa in scena, è un modo distorto di diventare simbolo di qualcosa di grande, attingendo a una fragilità profonda.

    Cortocircuito politico e processi alla vittima
    Quindi arriva la polemica sulla remigrazione. Il giorno dopo, in un’intervista a Repubblica, alla docente è stato chiesto se non vedesse una contraddizione tra i suoi post pubblici a favore della remigrazione e l’essere stata salvata da un ragazzo di origine congolese. Sono andata a verificare la risposta sui giornali: “Non c’è nulla di incongruente tra un’idea che esprimo sui social e applaudire a un ragazzino che mi ha salvata”, ha detto. “Le mie idee non cambiano”. E ancora: quel ragazzo “ha tutti i diritti per stare qui e gli dovrebbero dare una medaglia”. Essere super partes qui significa tenere insieme due cose. La domanda è giornalisticamente comprensibile. I post erano pubblici, l’accostamento è forte e un giornalista può decidere di sottoporlo alla persona coinvolta. Ma è anche una domanda che, a poche ore da un’aggressione, sposta immediatamente la persona ferita dal ruolo di vittima a quello di soggetto politico. Presuppone inoltre una linea tra noi e loro, la stessa linea che a Centocelle, almeno secondo alcuni dei suoi narratori, è difficile da tracciare. Mary Douglas, in Purezza e pericolo, mostrava come ciò che non entra facilmente nelle categorie possa generare ansia e spingere una società a ricollocarlo dentro un ordine comprensibile. Questo caso è materia fuori posto con un ragazzo che prepara un’aggressione e la compie in silenzio, una vittima con idee politiche nette, un salvatore che non corrisponde allo schema atteso. Così si cerca la casella. La folla trasforma la vittima in imputata. La docente è stata sommersa di insulti e ha chiuso il proprio profilo Facebook. Si può non condividere le sue idee e riconoscere che quelle idee non hanno, sulla base degli elementi disponibili, un nesso dimostrato con ciò che le è successo. Il movente finora riferito riguarda i voti e il rapporto scolastico, non la politica.C’è poi un gesto che spiazza ulteriormente i copioni.La docente mostra affetto per chi l’ha colpita (“Gli voglio bene”, “vorrei abbracciarlo”), riconoscimento per chi l’ha salvata (“ha tutti i diritti per stare qui”, “gli dovrebbero dare una medaglia”).Non sappiamo che cosa significhi questa differenza sul piano personale. Possiamo però osservare un’asimmetria nel linguaggio pubblico: verso l’aggressore compaiono parole di affetto e desiderio di incontro; verso chi l’ha salvata, parole di riconoscimento e di merito.Affetto e riconoscenza non sono la stessa cosa.Una medaglia può essere letta come una forma pubblica e istituzionale di restituzione; non è il dono personale dell’abbraccio, ma il riconoscimento sociale di ciò che è stato ricevuto.Non è una colpa. È una differenza che può dire qualcosa sul modo in cui distribuiamo affetto, gratitudine e riconoscimento. Di nuovo, non è uno slogan politico come si è voluto estrapolare e amplificare.

    Il trauma e l’ombra del silenzio
    Infine ,restano poi i compagni che tra l’altro della docente sono anche allievi. Ernesto De Martino chiamava crisi della presenza il rischio che, davanti a un evento che non si riesce a integrare, vengano meno le coordinate attraverso cui una persona si sente centro operativo del proprio agire. Nella sua riflessione, i rituali contribuivano a ricomporre queste crisi e a restituire l’esperienza a un ordine condiviso.La nozione di De Martino può offrire una lente per interrogarsi su ciò che accade a una classe che assiste a una scena simile ossia il rischio che un evento traumatico faccia vacillare le coordinate attraverso cui il gruppo dà senso alla propria esperienza.Secondo alcuni resoconti, inoltre, qualcuno tra i compagni sapeva. Il ragazzo avrebbe detto di odiare la professoressa e di volerla colpire. Una minaccia presa per spacconata, tra pari, può diventare un peso enorme il giorno dopo.Chi ha fermato l’aggressore ha agito prima ancora di capire che cosa stesse accadendo e ora rischia di essere ridotto a un’etichetta. Chi sapeva, o pensava di sapere, porta invece un’altra ombra, quella di non avere capito, non avere parlato, non avere dato peso alle parole.La scuola offre sedute di supporto psicologico, e sono necessarie. Ma forse non basta. Dopo un evento simile serve anche un momento collettivo in cui ciò che è accaduto possa essere nominato, condiviso e reintegrato nella storia della classe e non letto e interpretato tramite i media. Non è un processo. Dev’essere un modo per tornare a essere un gruppo.

    Domande scomode
    Sarebbe comodo trovare un colpevole sociale — la scuola, i social, i giovani, l’immigrazione — e una vittima perfetta.Il caso di Centocelle ci lascia domande più scomode: come si accompagna un adolescente attraverso il giudizio sia scolastico sia penale? Come si tratta una persona ferita senza trasformarla immediatamente in un simbolo? Come si riconosce chi ha salvato una vita senza ridurlo alla sua origine? Come si aiuta chi ha visto, e chi forse sapeva, a dare un significato? Forse è questo che resta quando la cronaca smette di essere soltanto cronaca.Non una spiegazione unica ma tre domande: sul gesto, sullo sguardo, sul modo in cui una comunità prova a ricomporsi.

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