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    Il mio ricordo di Antonio Pennacchi, l’anticonformista ribelle rosso e nero

    Di Luca Telese
    Pubblicato il 4 Ago. 2021 alle 07:26 Aggiornato il 4 Ago. 2021 alle 09:26

    Rossi e neri, fratelli-coltelli, gemelli specchiati e divisi. Adesso che Antonio Pennacchi non c’è più, se volete capire la sua sfavillante e pirotecnica figura, andatevi a rivedere Mio fratello è figlio unico, quel film meraviglioso, che narra la sua storia, e insieme l’autobiografia di una generazione.

    È il racconto di due fratelli ribelli, nella tempesta del 1968, uno rosso e uno nero: la storia della famiglia Pennacchi, la storia di una stagione in cui i cosiddetti “opposti estremismi” potevamo dormire nella stessa stanzetta, la storia d’Italia nel tempo della rivolta generazionale, fra occupazioni, militanza e lotta di classe.

    Per otto anni Gianni, il fratello maggiore (quello che era “rosso”) fu il collega con cui condividevo la scrivania, nella redazione de Il Giornale. Poi morì tragicamente, cadendo da un soppalco mentre preparava un albero di Natale per sua figlia.

    Con Antonio invece, quello che era il fratello “nero”, condividevo una amicizia intellettuale, da quando mi era capitato di scrivere della sua performance nel bellissimo docu-film di Gianfranco Pannone, Latina/Littoria, e di intervistarlo. Entrambi parlavano in romanesco, entrambi scrivevano un italiano sublime.

    Antonio Pennacchi era già allora un intellettuale ribelle e burbero: contro tutto e tutti, spesso incazzoso, sempre affilato, immancabilmente provocatorio. Perennemente anticonformista. Ma sempre, e comunque, guidato dalla fiamma saturnina dell’intelligenza che illumina. Nelle sue mani di scrittore (ex operaio) Latina era diventata come Macondo per Gabriel Garcia Marquez.

    Gianni invece era – apparentemente – il suo esatto contrario: solare, festoso, socievole. Un disincantato che talvolta amava fingersi cinico. All’inizio “quello di successo” era Gianni. Poi, dopo aver vinto il premio Strega quello famoso diventò Antonio.

    Da bambini i due fratelli Pennacchi si amavano, da ragazzi si combattevano, da uomini si erano ritrovati, con un legame profondo e indissolubile che non era stato indebolito, ma semmai rafforzato, da tutti questi passaggi di stato, nella loro connessione sentimentale.

    Gianni negli anni novanta era la sinistra che si era persa, fino a lambire la destra. Antonio era la destra che si era riavvicinata alla sinistra, fino a riscoprirne i valori. Gianni da ex socialista craxiano piangeva ad Hammamet insieme ai socialisti di Forza Italia. Antonio si candidò sindaco della sua città contro il centrodestra.

    Ogni giorno in redazione origliare le loro telefonate, per noi, i suoi compagni di stanza, era come assistere ad uno spettacolo. Per me, era un piacere in più: perché poi Gianni attacca il telefono e mi faceva: “A Lù, questo non capisce un cazzo!”. E poco dopo Antonio mi chiamava e mi diceva: “Guarda davanti a te. Ore 12.00. Hai di fronte una meravigliosa testa di cazzo!”.

    Poi, il giorno dopo, si volevano di nuovo bene, come se nulla fosse accaduto: e ricominciavano le loro maratone telefoniche, tra pubblico e privato. Per questo erano fratelli, per questo erano “figli unici”. Incarnavano l’amore cristallino delle famiglie italiane, raccontavano antropologicamente la complessità di un intero paese, erano una rincorsa infinita in cui pur inseguendosi in cerchio, nessuno dei due riusciva mai a raggiungere l’altro. E – soprattutto – pur litigando. nessuno dei due riusciva ad accettare di separarsi dal fratello.

    I Pennacchi avevano anche altri fratelli, e una sorella, Laura – “la secchiona”, come dicevano entrambi – che all’epoca era uno stimato viceministro del Pds.

    Quel film, e il libro da cui era tratto, trasformarono le conversazioni della sera tra “i due Pennacchi maschi” in un romanzo nel romanzo. Gianni leggeva le bozze e poi chiamava Antonio: “Sei sempre una testa di cazzo. Ma in Francia faresti impallidire Zola”.

    Poi, però, solo due giorni e due capitoli più in là, esplodeva: “Ma che cazzo te sei inventato Antó? Ahó, questa storia è nostra, mica solo tua”. Quindi, passata la tempesta, ritornava l’amore: “Ahó, mi hai reso chiare delle cose che in trent’anni io non avevo ancora capito”. La scrittura continuava, e talvolta la disputa diventava ideologica. Gianni: “Non ho capito se l’obiettivo del libro è ridicolizzare la sinistra o ridicolizzare me”. E Antonio: “Ma a te che cazzo te frega della sinistra? Non hai votato Berlusconi?”.

    Fino all’apoteosi finale, l’ultimo capitolo. Dopo averlo letto la mattina presto, Gianni arrivò, già furibondo, facendo sobbalzare il mio computer con un cazzotto sulla scrivania. Poi chiamò Antonio e si incazzo ancora di più: “Ma li mortacci tua! Se va in stampa così con me hai chiuso. Chiaro?”. Era stato un litigio diverso dal solito. Gianni voleva parlare. Andammo a prenderci un caffè a Piazza di Spagna, e mi disse: “A’ Lu, questo dentro è rimasto fascio”. E io: “Ma perché Gianni?”. E lui: “Ma cazzo, te rendi conto? Antonio nell’ultimo capitolo me fa morì! come uno stronzo!”. E io, provando a stemperare: “Ma è solo il personaggio….”. E Gianni fuori dalla grazia di Dio: “Ma quale personaggio e personaggio! Questo è un omicidio psicanalitico! E quello che muore sono io”.

    Antonio era altrettanto netto: “Ho fatto male a fargli leggere le bozze. Malissimo. Il suo narcisismo lo acceca. Lui confonde la nostra storia con il mio romanzo”. Il libro poi uscì: dopo questo parto travagliato era diventato bellissimo, fu intitolato Il fasciocomunista, ed ebbe un grande successo.

    Ma ancora più fortuna ebbe il film di Daniele Luchetti, che si intitolava, appunto, Mio fratello è figlio unico. Mi trovai a scrivere, negli anni, sia del primo che del secondo. Il film era interpretato benissimo da Riccardo Scamarcio (che interpretava Manrico, cioè Gianni) e da Elio Germano (che era Accio, cioè Antonio).

    E così mi capitò anche di essere testimone di una telefonata con lacrime di commozione in cui Gianni ringraziava Antonio per entrambi i suoi parti intellettuali. Gianni diceva: “È così bello che avrei voluto scriverlo io”. Antonio sospirava: “Se uno legge con un po’ di attenzione capisce che questo è il mio più grande atto di amore per un fratello”.

    Quando il film iniziò a raccogliere premi ovunque, Antonio si dissociò (parzialmente) dal film, mentre Gianni appese addirittura la locandina dietro la sua postazione, proprio davanti a me. Allora gli dissi, sfottendolo: “Ma ora non ti dispiace più di essere morto?”. Gianni alzava le spalle: “Ehhh”. E io: “Non ti arrabbi più per la lettura politica?”. E lui: “L’abbiamo corretta bene”. Lo provocavo: “Non hai davvero più nessun dubbio?”. Gianni era scoppiato a ridere: “Ahó, Germano è bravo, certo: ma tu hai capito che la gente vede recità Scamarcio e quello sono io? Dimmi chi mai ha fatto al fratello, un regalo così”. Era vero.

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