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    La retorica centro contro periferia non fa bene alle nostre città

    Di Stefano Mentana
    Pubblicato il 21 Ott. 2022 alle 12:16 Aggiornato il 1 Ago. 2023 alle 12:17

    Pandemia, crisi energetica, movimenti ambientalisti che vogliono fermare i mutamenti climatici. Una serie di cambiamenti che stanno attraversando l’umanità e che stanno portando tante persone a provare a ridisegnare le nostre città, dando loro una nuova forma pensata per dare un peso diverso all’uomo. In questo contesto di cambiamenti e di fermenti visionari, sembra che troppe volte non si riesca a uscire dalla retorica per cui le nostre città non siano altro che centro e periferia.

    Un Paese come il nostro non ha certo il numero di megalopoli della Cina o degli Stati Uniti, ma ha un numero di centri urbani da centinaia di migliaia di abitanti sufficiente per fare un ragionamento molto semplice: le città non possono per loro natura essere divise esclusivamente in due realtà, ritratte come diametralmente opposte, quali sono centro e periferia.

    Ma le nostre città, talvolta nate anche migliaia di anni fa, hanno avuto uno sviluppo talmente complesso che ridurre tutto a due sole categorie ha molto poco senso e rischia di far cadere in errori grossolani. Se dall’Ottocento a oggi sono nati ovunque sorti quartieri per dare alloggio a una popolazione urbana in crescita, queste zone sono molto diverse tra loro e hanno necessità diverse. Prendiamo il caso più clamoroso, Roma, il più esteso e popoloso comune italiano.

    Roma, oltre a un centro storico urbanisticamente definito, ha una varietà di quartieri sorti in epoche diverse con tessuti socioeconomici differenti, e un numero altissimo di zone, magari disperse nell’agro romano, che non trovano mai sufficiente spazio, tanto sono nascoste nei meandri di un comune dall’estensione sterminata da passare inosservati anche alle cronache.

    In questo senso è stata molto illuminante l’uscita l’anno scorso del libro “Le sette Rome”, in cui gli autori (Keti Lelo, Carlo Monni, Federico Tomassi) dividono il territorio romano in ben sette categorie di zone, qualcosa di molto più complesso della retorica centro-periferia. Perché, per farla breve, come si possono mettere sullo stesso piano un quartiere periferico, pur dal nome e dalla storia simbolici ma collegato dalla metropolitana con un luogo completamente isolato? E come si fa a mettere un quartiere di origine popolare strettamente integrato con il tessuto urbano a un ricco sobborgo in mezzo alla campagna e lontano da tutto? In parole povere, la situazione è più complessa, come complessa è una città che altro non è che un corpo unico composto da parti vive e mutevoli ognuna con proprie caratteristiche.

    Tuttavia, spesso e volentieri quando si vuole parlare dei problemi delle città del terzo millennio si continua a parlare di centro e periferia, mettendole in una contrapposizione che ricalca quella tra popolo ed élite che anima parte del dibattito politico contemporaneo. Ma ridurre tutto a questo non renderà meno complesso il tessuto urbanistico, sociale ed economico delle nostre città e non renderà più semplice affrontarne i problemi, e tutti i passi avanti che si potranno fare rimarranno ridotti a un pugno di retorica.

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