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    La raccolta firme senza il digitale è una discriminazione per i partiti (di M. Cappato)

    Credit: Cristiano Minichiello - AGF

    Il Rosatellum impone ai partiti non presenti in Parlamento di raccogliere le sottoscrizioni ai banchetti, senza consentire l'uso dell'online. Una gravissima violazione dei diritti politici da sanare immediatamente

    Di Marco Cappato
    Pubblicato il 19 Ago. 2022 alle 12:57 Aggiornato il 19 Ago. 2022 alle 12:57

    Tra i simboli depositati per le prossime elezioni c’è anche quello della lista “Referendum e Democrazia – Con Marco Cappato” (ListaReferendumeDemocrazia.it), che ha deciso di raccogliere le firme e presentarle solo ed esclusivamente online, affinché la sbandierata transizione digitale non escluda la democrazia e il godimento dei diritti civili e politici. L’articolo 3 della nostra Costituzione stabilisce che «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge». Il combinato disposto dello scioglimento anticipato delle Camere e i tempi stretti per la presentazione delle liste – per non parlare dei meccanismi perversi della legge elettorale – proibiscono a chi non è già in Parlamento di poter partecipare alle elezioni del 25 settembre prossimo. Una proibizione che tocca persino la possibilità di correre in coalizioni, visto che al momento del deposito del simbolo vanno infatti specificati eventuali apparentamenti.

    La modifica costituzionale della riduzione di un terzo dei seggi fu imposta dal Movimento 5 Stelle e accettata da tutto il centrosinistra per far nascere il governo Conte 2. Avrebbe suggerito una riforma della legge elettorale (contro la quale tra l’altro pendono ricorsi davanti alla Consulta). E più in generale: il rafforzamento degli strumenti di attivazione della democrazia partecipativa e deliberativa come i referendum abrogativi, le proposte di legge d’iniziativa popolare e magari anche le assemblee di cittadini estratti a sorte che da anni sono diffuse in tutto il mondo. Invece, con una norma ad hoc, chi aveva una presenza (reale o creata nottetempo) in Parlamento ha potuto godere dell’esenzione della raccolta firme. Eppure nell’estate del 2021 i comitati promotori dei referendum eutanasia e cannabis, col sostegno dell’Associazione Luca Coscioni, in poche settimane hanno raccolto digitalmente quasi un milione di firme digitali. Quelle firme, insieme ai relativi certificati elettorali recuperati sempre per via digitale, sono state accettate dalla Corte di Cassazione.

    Pluralismo e partecipazione

    Il procedimento di raccolta firme per i referendum creato oltre 50 anni fa era stato ritenuto in violazione degli obblighi internazionali della Repubblica italiana da parte del Comitato Diritti Umani dell’Onu perché frapponeva irragionevoli ostacoli alla pratica della democrazia. Raccogliere firme in presenza di autenticatori (fino all’anno scorso solo poche figure istituzionali), depositarle presso uffici comunali per ottenere i relativi certificati elettorali e successivamente abbinarle nel silenzio del servizio pubblico radiotelevisivo rendeva l’impresa possibile solo a chi è organizzato e/o presente nelle istituzioni. Non a caso, proprio per via di questi ostacoli, solo sei degli otto referendum furono depositati in Cassazione l’anno scorso ed erano stati presentati da altrettanti Consigli regionali perché i comitati promotori non erano riusciti a raccogliere nel tempo previsto le necessarie firme autenticate e certificate.

    Oltre ad ampliare la platea di chi può autenticare le firme, con la fondamentale inclusione deIla professione forense che in Italia ha quasi 260mila persone iscritte all’ordine, le norme predisposte dal governo per rispondere alla messa in mora delle Nazioni Unite prevedevano una piattaforma pubblica per l’autenticazione e il contestuale recupero dei certificati elettorali. Malgrado quella riforma stabilisse l’entrata in vigore del sistema a gennaio 2022 la piattaforma è ancora di là da venire – prima è stata bloccata da discutibili rilievi del Garante della Privacy, poi dall’incertezza della distribuzione delle competenze tra i Ministeri della Transizione digitale, Giustizia e Interno e infine dallo scioglimento anticipato delle Camere.

    Nell’agosto dell’anno scorso, un emendamento di Riccardo Magi e un accordo informale tra il ministro Colao e l’Associazione Luca Coscioni hanno consentito alla piattaforma privata ItAgile di anticipare l’entrata in vigore della legge di quattro mesi e consentire la raccolta firme per i referendum per la legalizzazione dell’eutanasia e cannabis. Quella campagna ha creato un innegabile precedente e dimostrato al mondo intero che, quando si abbattono gli “irragionevoli ostacoli” all’esercizio della democrazia, la partecipazione popolare c’è. Una partecipazione che in meno di una settimana ha fatto raccogliere 500mila firme digitali!

    Anche se adottato pochi anni fa, per l’esattezza tre dopo l’istituzione del Sistema Pubblico di Identità Digitale (SPID), il Rosatellum ha imposto che per presentarsi alle elezioni politiche le forze non rappresentate in Parlamento debbano raccogliere 60mila firme cartacee per poi accoppiarle ad altrettanti certificati timbrati e firmati da parte dei comuni di residenza. Operazioni laboriose e dispendiose in condizioni normali che diventano impossibili da rispettare con tre settimane a disposizione e in pieno agosto!

    La legge elettorale del 2017 però prevedeva una delega al governo (mai esercitata) perché si sperimentasse la presentazione delle liste digitalmente. Malgrado la delega prevista dal Rosatellum; malgrado l’estate scorsa quella innovazione sia stata messa in pratica in poco tempo e con l’ok della Cassazione; e malgrado le osservazioni delle Nazioni Unite, non si capisce quale sia l’ostacolo per questa “sperimentazione” in occasione delle elezioni del 25 settembre che sono extra-ordinarie. La discriminazione a scapito delle nuove liste è ancor più evidente relativamente alle candidature nei collegi uninominali; infatti, non dovendo raccogliere le firme, i partiti già rappresentati possono indicare i candidati anche a poche ore dalla presentazione delle liste (22 agosto) rivoluzionando all’ultimo minuto accordi presi solennemente e in pubblico.

    Nel caso in cui chi deve raccogliere le firme dovesse riuscire nell’impresa non potrebbe coalizzarsi con altri perché le sottoscrizioni sarebbero state raccolte su nomi immodificabili e su un simbolo senza apparentamenti. Per ovviare al problema di raccogliere le firme, tanto le nuove quanto le vecchie forze che non hanno l’esenzione hanno una scappatoia obbligatoria: essere ospitate come simbolo e/o candidature con chi è esente. È il caso di Di Maio con Tabacci, dei Verdi e Possibile con Sinistra Italiana fino ad Azione con Italia Viva e vari del centrodestra.

    Negli appassionati scambi propagandistici di questi giorni nessun capo dei maggiori partiti esenti ha ritenuto opportuno segnalare quanto denunciato dalla lista Referendum e Democrazia: predisporre modifiche per sanare la gravissima violazione del godimento dei diritti civili e politici nel nostro Paese. Parlare di presidenzialismo, fascismo, patrimoniale, flat tax, ius scholae o nucleare è molto più facile e “identitario” che predisporre un ravvedimento operoso contro questa patente compressione dei diritti politici. Con quale reputazione si potranno chiedere voti per il rispetto dei diritti se accedere senza discriminazioni al “gioco democratico” è stato proibito nel silenzio diffuso?

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