Da sempre il denaro è il metro con cui la società divide chi conta e chi no, dando forma a ogni ambizione. In questa epoca veloce e difficile un altro importante criterio ha preso il sopravvento, segnando uno spartiacque ancora più profondo: il tempo.
In effetti il tempo separa la vita delle persone più del denaro: definisce ciò che si può fare e ciò che non si può, distingue chi vive da chi sopravvive alla propria agenda. Si può avere il conto in banca pieno e le case in ordine, ed essere semplicemente ricchi. Ma chi a tutto questo aggiunge il tempo — il tempo libero, il tempo proprio, il tempo scelto — è ricco per davvero.
Il tempo per poter leggere. Per ascoltare. Per capire e imparare cose che non servono a nulla se non a noi stessi. Il tempo di viaggiare senza controllare la mail. Di stare con chi si ama, senza un occhio all’orologio. Ed è anche, forse soprattutto, tempo di scegliere di non fare. Tempo di non fare nulla.
Il sociologo Domenico De Masi lo avrebbe semplicemente chiamato ozio creativo. Un’espressione che suona antica e inapplicabile ma che oggi è più attuale che mai, e che va difesa da un equivoco: non significa non fare nulla, nel senso pigro del termine. Significa poter fare ciò che ci stimola, ciò che ci interessa davvero, imparando e arricchendosi mentre lo si fa. Significa acquisire sapere senza che il lavoro, e i suoi ritmi imposti da altri, ci schiacci.
Questa mancanza di tempo non riguarda solo i singoli. Si ripiega su ogni aspetto della vita collettiva, e da lì si riversa su manager di imprese e stakeholder delle istituzioni. Il risultato è una povertà che non è più solo economica, ma di sostanza: povertà di linguaggio, povertà di pensiero critico, di profondità ideologica. Perché il pensiero ha bisogno di tempo per formarsi, e senza tempo si producono solo reazioni, quasi mai idee.
Potremmo dire, dunque, che il tempo governa più del denaro, perché il denaro si può accumulare in fretta, mentre il tempo, quello vissuto bene, quello che arricchisce, non si recupera e non si compra. Ed è per questo, forse, che celebrare la durata di un governo, il più longevo della storia repubblicana, ha ben poco senso se preso da solo. La longevità, di per sé, non è un merito: è solo la misura di un tempo trascorso.
La domanda è un’altra: che cosa si è fatto, in quegli anni, per arricchire davvero la società? Se la risposta è poco o nulla, allora si è governato a lungo, ma non si è governato bene. E la durata, senza sostanza, non è una vittoria. Ma solo tempo passato.
Quanti sono quattro anni? (di G. Gambino)
Celebrare la durata del governo più longevo della storia repubblicana ha ben poco senso se preso da solo. La longevità non è un merito, ma solo la misura di un tempo trascorso: si può governare a lungo, ma non governare bene. E la durata, senza sostanza, non è una vittoria
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