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    L’obbedienza agli Usa non è una virtù: vuol dire essere succubi del capitalismo finanziario

    Illustrazione di Emanuele Fucecchi
    Di Alessandro Di Battista
    Pubblicato il 21 Giu. 2021 alle 12:39 Aggiornato il 21 Giu. 2021 alle 13:48

    «Segui il denaro e troverai Cosa nostra» diceva Falcone. Oggi, nell’era del capitalismo finanziario, basta tenere d’occhio le principali società di investimento del pianeta per comprendere le ragioni che risiedono dietro molte scelte politiche scellerate. BlackRock è la più grande società di investimento del mondo. Non si può definire propriamente una banca sebbene gestisca un patrimonio di 8000 miliardi di dollari, non è uno Stato nonostante sia decisamente più influente della gran parte delle nazioni del pianeta. BlackRock è BlackRock e la gran parte dei capi di Stato si mettono sull’attenti al suo cospetto.

    Il ceo di BlackRock è Laurence Douglas Fink, per gli amici come Draghi, Larry. Anche Larry, lo scorso 16 aprile, si è unito al coro di beatificazione del SuperMario nazionale. Sulle colonne di Repubblica prima ha descritto Draghi come “un leader forte, determinato, un uomo di grande integrità sul piano umano e compassionevole”, poi si è lanciato in una difesa, evidentemente corporativista, della globalizzazione capace, a detta sua, di “sollevare sempre più gente dalla povertà”. Il fatto che mai nella storia dell’umanità vi sia stata una tale disuguaglianza socio-economica tra pochi ricchissimi individui ed una moltitudine di derelitti ai quali, quotidianamente si aggiunge chi, un tempo, povero non era, evidentemente per Larry ha poca importanza. Un incidente di percorso o un danno collaterale, come quelli prodotti dai vaccini o dai missili intelligenti.

    A tal proposito è interessante osservare dove BlackRock e gli altri colossi della finanza hanno deciso di investire. BlackRock possiede il 7,25% di Pfizer e questo lo rende il secondo azionista principale. Il primo è Vanguard Group, altro colosso degli investimenti che detiene l’8,06% del pacchetto azionario. Il terzo investitore in Pfizer è State Street Corporation, altra società di servizi finanziari nordamericana. I colossi della finanza hanno investito nelle case farmaceutiche più importanti al mondo. Non solo Pfizer sia chiaro. BlackRock è il secondo maggiore investitore di Moderna, altro gigante farmaceutico che ha sviluppato uno dei vaccini autorizzati dall’Ema e Vanguard Group possiede il 4,71% delle azioni. E sempre Vanguard Group e BlackRock sono i due principali azionisti di Johnson & Johnson, altra multinazionale farmaceutica con sede in New Jersey che ha disegnato l’unico vaccino monodose che, seppure tra innumerevoli polemiche, si sta somministrando in Europa. Nel Vecchio continente, ad oggi, nessun paese – salvo la Gran Bretagna (in joint venture con la Svezia), che, tra l’altro, non fa più parte dell’Unione europea – ha sviluppato un vaccino anti-covid. L’Europa si sta vaccinando soprattutto con vaccini americani prodotti da case farmaceutiche sostenute finanziariamente dalle principali società di investment management statunitensi. Si chiama egemonia finanziaria, l’unica egemonia che esiste nell’epoca in cui stiamo vivendo, un’epoca caratterizzata da una debolezza politica senza precedenti.

    BlackRock, Vanguard Group, Wellington e le altre società di investimento americane non comprano soltanto azioni delle case farmaceutiche. Anche l’industria bellica si appoggia su di loro. E sono i consiglieri di amministrazioni delle grandi imprese di armamenti ad esultare quando ascoltano i capi di Stato inneggiare ad una nuova guerra fredda, indicare nuovi nemici, imporre nuovi blocchi come se la Conferenza di Jalta si fosse tenuta lo scorso anno. BlackRock, Vanguard e State Street Corporation sono i tre principali azionisti di Lockheed Martin Corporation, l’azienda che produce più armi al mondo. E lo stesso vale per la Boeing, azienda conosciuta soprattutto per il 747 ma che ha il core business nella fabbricazione di sistemi d’arma. I caccia F18, gli elicotteri Apache e i missili Patriot sono prodotti made in Boeing. Ebbene Vanguard e BlackRock, ancora loro, figurano tra i suoi principali azionisti.

    Obiettivamente, e lo dico senza alcuna malizia complottista, le case farmaceutiche hanno fatto affari d’oro grazie al covid. L’industria bellica ed i finanziatori che hanno deciso di investire in essa, per crescere, hanno bisogno di una sola cosa: la guerra. Di piccoli e non per questo meno sanguinari conflitti il pianeta terra ne è pieno. Sono guerre dimenticate dalla stampa mondiale ma ben presenti nei CDA delle industrie degli armamenti. Ciononostante il settore per continuare a svilupparsi ha bisogno di una grande guerra mondiale, una guerra fredda, una guerra mediatica, una guerra infinita. Senza aver identificato Cina e Russia come i nuovi pericoli per la sicurezza mondiale sarebbe molto più difficile far digerire alle pubbliche opinioni, ancor di più in un momento in cui la pandemia ha peggiorato le condizioni di vita di centinaia di milioni di cittadini, una nuova corsa agli armamenti.

    Ed ecco che i cinesi, con i quali i principali detrattori di Pechino – a sfavor di telecamera – fanno affari d’oro, sono tornati a mangiare i bambini, gli iraniani sono tutti terroristi, quei disgraziati dei palestinesi sono un pericolo per la sopravvivenza di Israele e Putin è un assassino. Chi scrive non ha alcuna particolare simpatia né per la Cina né per Putin. Amo l’Europa e vederla così succube di Washington in un momento in cui gli Stati Uniti d’America, visto tutto quel che hanno combinato in casa propria e all’estero negli ultimi decenni, non dovrebbero rappresentare un modello sociale, politico e culturale per i cittadini europei, beh fa male al cuore. E fa male al cuore constatare che sia l’ignavia dei politici europei, italiani in primis, a confermare l’ormai decennale stato di sudditanza.

    Biden, da padrone non del mondo, ma dell’Europa è sbarcato nel Vecchio continente e ha imposto la sua linea: che guerra fredda sia. E si tratta di una linea che conviene a tutti, fuorché all’Europa. Conviene a Biden, un nemico fa sempre comodo per la propria stabilizzazione politica. Conviene alle lobbies delle armi che potranno tornare ad un livello di influenza perduto negli ultimi 10 anni. Conviene alla Cina che sotto attacco saprà dare il meglio di sé e conviene a Putin il quale avrà stappato una bottiglia della sua miglior vodka quando ha ascoltato Biden dargli del killer. Un attacco così scomposto da parte del rivale del secolo è oro colato per chi intende rafforzarsi internamente. Non solo, la nuova guerra fredda non farà altro che avvicinare la Russia alla Cina, ovvero uno dei paese più armati al mondo ad un paese che, nel giro di dieci anni, potrebbe diventare la principale forza economica del pianeta.

    Un capolavoro per tutti tranne che per gli europei. Schiacciati, succubi, costretti ad accettare imposizioni economiche, guerre di invasione mascherate da missioni di pace, infrastrutture ed accordi energetici meno convenienti ma politicamente più corretti e basi militari straniere. In Europa, soprattutto in Germania ed Italia, continuano a scarrozzare militari americani. Non solo, in Italia, paese nel nel quale, per ben due volte il popolo italiano si espresso contro il nucleare, nelle basi nordamericane sono stoccate non si sa bene quante bombe atomiche. Come potrà mai essere indipendente l’Europa se i marines pestano il suo suolo? Come potrà mai essere autonoma la politica europea se nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non esiste un seggio permanente dedicato all’UE (sia chiaro, in attesa che l’ingiustizia dei membri permanenti con diritto di veto finisca per sempre)?

    Oggi chi si oppone a questa stupita e dannosissima guerra fredda 2.0 viene definito filo-cinese. Siamo alle solite. Chi non si piega ai diktat di Washington o chi si indigna per la pavidità europea riceve squallide etichette. Successe già a chi si oppose alla guerra in Afghanistan. Allora chi non benediceva le sante bombe occidentali veniva definito un amico dei talebani. Gli stessi talebani con i quali oggi, l’amministrazione USA sta trattando per raggiungere un accordo di pace e lasciare il Paese. Mai come oggi, l’obbedienza a Washington (che fa legittimamente i propri interessi e che, in molti casi, non coincidono con quelli europei) non è più una virtù. Eppure i politici nostrani fanno a gare a chi si definisce più atlantista del re. Il turbo atlantismo, l’illogica sottomissione, l’insensata servitù, nulla hanno a che fare con l’europeismo. Iper atlantismo ed europeismo, più si avvicina la guerra fredda contemporanea, più diventano termini politicamente antitetici. La gran parte dei politici europei cita Spinelli, Adenauer e De Gasperi ma si comporta come un Nando Mericoni* qualsiasi. Con un aggravante. Lui, almeno, faceva ridere.

    * Nando Mericoni è il personaggio interpretato da Alberto Sordi in “Un americano a Roma”

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