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    Un nuovo Umanesimo: l’enciclica di Leone è un documento sul potere

    Credit: Unsplash

    Stiamo costruendo strumenti che aiutano l’uomo a fiorire, o sistemi che lo abituano a pensarsi come qualcosa da superare?

    Di Giulio Gambino
    Pubblicato il 11 Giu. 2026 alle 16:22

    C’è una tentazione atavica e ancestrale che torna ciclicamente con un volto nuovo. Oggi quel volto è prevalentemente tecnico. Si chiama Babele e porta con sé la pretesa di un linguaggio unico capace di tradurre tutto, perfino il mistero della persona, in dati e prestazioni. Da contrapporsi a Gerusalemme e la sua responsabilità condivisa, plurale e parte di un cantiere comune. Ed è proprio all’interno di questa tensione morale che si colloca Magnifica Humanitas, la prima enciclica di Leone XIV.

    La sua forza, però, non sta dove molti l’hanno cercata. Infatti non si tratta di un documento sulla regolazione dell’intelligenza artificiale. Ma di un documento sul potere. Questa distinzione conta.

    Per mesi il dibattito europeo si è quasi sempre imperniato sulla grammatica delle norme: trasparenza, controllo, etica. Tutto necessario, ma nulla sufficiente. Perché la domanda vera non è come usare uno strumento, in assoluto, ma chi lo possiede e ne definisce le architetture.

    La tecnologia, ricorda l’enciclica, non è neutrale: assume il volto di chi la concepisce. E chi la concepisce, oggi, non sono più gli Stati, ma attori privati, spesso transnazionali, con risorse superiori a quelle di molti governi. È qui che anima e infrastruttura smettono di essere discorsi separati.

    Quando Leone XIV scrive che tra i beni destinati a tutti vanno ormai inclusi algoritmi, piattaforme, dati, e che la loro concentrazione alimenta il divario tra inclusi ed esclusi, dice in linguaggio teologico ciò che il governatore della Banca d’Italia dice in linguaggio economico.

    Quando Fabio Panetta osserva che cinque imprese statunitensi detengono circa tre quarti della capacità di calcolo mondiale, descrive una potenza che si addensa sempre più, Babele appunto. Ecco perché un Paese non può attendere.

    In Italia il trenta per cento delle imprese usa l’IA, ma solo il cinque per cento ne fa un uso intensivo. Le piccole e medie imprese non hanno i fondi per non restare ai margini.

    La sovranità tecnologica non è un capriccio geopolitico. È la forma economica di quella dignità che l’enciclica pone al centro. La stessa logica che riduce la persona a risorsa da ottimizzare, sul piano industriale lascia indietro chi non corre abbastanza. I cosiddetti improduttivi, i fragili e i piccoli, sono i primi ad essere esclusi, e per questo a pagare il conto.

    Poi c’è il fronte più sottile, quello del lavoro creativo. Se la macchina impara dalla media di tutto e restituisce un linguaggio levigato, prevedibile, il rischio non è solamente la sostituzione dell’uomo ma anche e soprattutto la sua assuefazione. Custodire il pensiero creativo significa difendere ciò che non si lascia ottimizzare.

    L’enciclica, in questo senso, non è un testo nostalgico né clericale. Parla ai legislatori, alle imprese, ai giornali. Parla urbi et orbi. Non chiede di rallentare il progresso, ma di sapere verso quale fine orientarlo.

    Babele e Gerusalemme non sono il bene e il male, il passato e il futuro. Ma possono essere due possibilità aperte. L’una costruisce torri destinate a crollare; l’altra ricostruisce legami prima delle pietre. La scelta è davanti a noi. E si riduce a una domanda che vale per la fede ma anche per l’economia: stiamo costruendo strumenti che aiutano l’uomo a fiorire, o sistemi che lo abituano a pensarsi come qualcosa da superare?

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