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    Il mito del progresso ci ha portato alla bomba atomica: fermiamoci prima che sia troppo tardi

    Il conflitto in Ucraina ci pone davanti l’esigenza immediata di distruggere subito gli arsenali capaci di mettere fine alla specie umana

    Di Domenico De Masi
    Pubblicato il 10 Mar. 2022 alle 10:47

    Dalla padella alla brace. Cala la pandemia, imperversa la guerra. Ora sui teleschermi, al posto dei virologi con le loro sale di rianimazione fitte di computer, ci sono i generali con i loro missili e le loro bombe sofisticate. In entrambi i casi trionfa la tecnologia: negli ospedali per salvare, in guerra per ammazzare. In un Settecento ancora lontanissimo dalle testate nucleari, Giambattista Vico sosteneva che la storia procede per corsi e ricorsi in un perenne alternarsi fra epoche di barbarie distruttiva e altre di civiltà creativa. Ma la barbarie successiva è sempre peggiore di quella precedente, perché intanto il progresso tecnologico ha apprestato strumenti di morte più potenti. In Ucraina, ad esempio, tra la fase dell’invasione nazista del 1941 e questa attuale russa, vi è stata la produzione di 15 reattori funzionanti da parte ucraina e di 4.477 testate nucleari da parte russa. Nel 1941 le bombe potevano distruggere una città intera; ottant’anni dopo, possono distruggere l’intero pianeta. L’attuale guerra in Ucraina è la prima, vera “guerra mondiale”: le due precedenti, che abbiamo chiamato “mondiali”, si sono svolte in varie parti del pianeta ma non potevano distruggere il pianeta intero, mentre questa all’opposto si svolge in un solo Paese ma può scatenare un conflitto atomico che conduce alla distruzione totale. Dunque il conflitto in atto ci mette di fronte al vero grande problema dell’umanità: l’esigenza assoluta, immediata, non negoziabile, di distruggere subito, ovunque esse siano, tutte le armi capaci di azzerare la nostra specie. Dalla baionetta, capace di uccidere una persona per volta siamo passati alla bomba di Hiroshima che ha ammazzato 140mila persone in pochi secondi, e ora abbiamo le armi sufficienti per distruggere in meno di un giorno l’intera umanità. Non basta lasciare le testate nucleari stivate nei vari arsenali e stipulare accordi per non usarle: occorre distruggere quelle esistenti e non costruirne mai più. Ogni accordo sul non-uso del nucleare stipulato in periodi di pace, infatti, può saltare quando si entra in guerra. E l’umanità non può correre il rischio di auto-annientarsi. Tutto questo ci impone di riflettere sul concetto di progresso e sull’atteggiamento che occorre assumere nei suoi confronti. In che cosa esso consiste? Che vantaggi e che pericoli presenta? Siamo sicuri che convenga spingerci sempre oltre, verso l’ignoto? In questa fase storica, entusiasmati dai progressi salvifici della medicina, della farmacologia e dell’informatica per salvare la vita, noi occidentali fingiamo di ignorare i progressi distruttivi che, nel frattempo, hanno compiuto le armi per portare la morte.

    Dall’età dell’oro alla ragione

    Otto secoli prima di Cristo, Esiodo era convinto che la storia umana fosse un continuo regresso, un allontanarsi degli uomini da una mitica età dell’oro in cui essi «avevano tutte le cose belle», vivevano lontani dalle angosce, dalle fatiche, dalla miseria e dalla vecchiaia. Un’età in cui – aggiungerà Ovidio – senza bisogno di leggi, si onoravano la lealtà e la rettitudine. Ma anche oggi tra noi ci sono persone che vedono nella modernità un imbarbarimento e rimpiangono un passato in cui si coltivavano nobili valori ed esistevano ancora le mezze stagioni. Fu solo nel Seicento che filosofi e scienziati come Galileo, Cartesio, Bacone e Newton abbozzarono l’idea di progresso preparando l’avvento della società industriale. Bacone, al contrario di Aristotele, reputava ormai esaurita la creatività delle discipline umanistiche e giunta l’ora di dedicarsi anima e corpo allo sviluppo delle discipline scientifiche e al conseguente miglioramento della vita pratica attraverso il progresso tecnologico. Nel Settecento, con l’Illuminismo e soprattutto con l’Encyclopédie, la perfectibilité, cioè il progresso, divenne epicentro della visione laica del mondo e della sua costruzione filosofica, l’opzione fondamentale di tutta la storia umana: quella storia che spetta ai filosofi spingere sulla via di un continuo progredire dall’irrazionalità alla ragione, dalla barbarie alla civiltà. Rispetto ai suoi contemporanei, sarà Condorcet a elaborare l’idea più compiuta di progresso inteso come inarrestabile avanzamento infinito della società verso la perfezione e come utopia perseguibile grazie alla diffusione delle conoscenze che consentono di superare via via le disuguaglianze di razza, religione, cultura e sesso. Nell’Ottocento il positivismo perfezionerà ulteriormente il concetto di progresso come perpetua evoluzione benefica e Auguste Comte, uno dei padri fondatori della sociologia, conierà il termine stesso di «progresso». Da Comte in poi, e per l’intera durata della società industriale, prevarrà l’idea che la storia umana consiste in un continuo progredire e che questo progresso procederà all’infinito perché infinite sono le risorse del pianeta e le innovazioni che la creatività umana è in grado di produrre. I risultati di questa spinta ottimistica in favore della scienza e della tecnologia furono sorprendenti: l’automobile, il treno, l’aereo, la catena di montaggio segnarono una cesura con il passato rurale e una promessa di futuro. I poeti, da Carducci a Marinetti, si scatenarono. I futuristi inneggiarono alla velocità, alla guerra, all’industrialismo, esaltandone i tratti in forme immaginifiche. Ma, insieme alle sfarneticanti esaltazioni, iniziarono le prime riflessioni critiche. Nel 1819, con il saggio Il mondo come volontà e come rappresentazione, Arthur Schopenhauer negò ogni possibilità di migliorare la condizione umana, condannata ai suoi drammi infiniti. Nel 1836 Leopardi con La ginestra, sbeffeggiò l’illusione di presunte magnifiche sorti e progressive della storia, contraddetta dall’impassibile perennità della natura. Nel 1882 Nietzsche, con La gaia scienza, annunziò che la distruzione era ormai un fatto compiuto: nel vuoto che restava, l’insensatezza del mondo e l’inevitabile decadenza della cultura occidentale avrebbero costretto l’uomo a un atteggiamento di fuga, rinunzia, sgomento. Nei Frammenti postumi, pubblicati tra il 1882 e il 1889, egli conclude: «Lo sviluppo momentaneo deve essere una ripetizione, e così quello che lo ha generato e quello che da esso nasce, e così via: in avanti e all’indietro! Tutto è esistito innumerevoli volte, in quanto la condizione complessiva di tutte le forze ritorna sempre». Nel Novecento la Scuola di Francoforte, con Adorno, Horkheimer, Marcuse, mise sotto processo l’intero industrialismo denunziando le deformazioni che il consumismo e l’industria culturale provocavano nella società moderna. A questo punto la mira di tutti i critici del progresso si concentrò contro gli eccessi di razionalità condensati nella tecnologia, colpevoli di tutti i mali che angustiano la società industriale. Nel 1931, con il saggio L’uomo e la tecnica, Oswald Spengler rifiutò l’idea illuminista e positivista di un progresso inarrestabile e interpretò la storia come un ciclo naturale per cui ogni civiltà fiorisce, raggiunge il suo apogeo e poi inesorabilmente decade. La guerra in Ucraina confermerebbe la tesi di Spengler secondo cui il nostro esserci abbandonati ai poteri distruttivi della tecnica segna il nostro stato di irreversibile decadenza.

    La fine del mondo

    Ma l’attacco più insidioso contro la tecnica è stato condotto dai filosofi Martin Heidegger in Germania ed Emanuele Severino e Umberto Galimberti in Italia. Professore di Filosofia della storia alla Ca’ Foscari di Venezia, Galimberti considera la tecnica come forma massima di razionalità che, una volta superato un certo livello di potenza, da mezzo gestibile si trasforma in fine incombente. Secondo Heidegger è vero che l’uomo, per sua natura, mira allo sviluppo, alla potenza, alla vita attraverso la disponibilità di tutte le cose. Ma ora questa disponibilità è ridotta all’ambito strettamente tecnico, razionale, meccanico. Inoltre la tecnica non si limita a sfruttare la natura come faceva il mulino a vento ma vuole accumulare e tenere sempre a sua disposizione le forze della natura come fa una centrale nucleare. Nella tecnica, la volontà di potenza dell’uomo diventa fine a se stessa e finisce per uccidere l’umanesimo, trasformando il mondo in apparato e noi tutti in impiegati di questo apparato. Così il nostro modo di pensare non riesce più a esprimere un pensiero poetico, artistico, irrazionale. Dalla macchina, che è solo efficienza e produttività, vengono escluse opinioni, atteggiamenti, emozioni, sentimenti, estetica, amore, sogno, gioco, imprevisto, discrezionalità. Anche di fronte a un’opera d’arte ormai la reazione istintiva di valutarla in termini monetari prevale su quella di viverla in termini emotivi. E se pure fosse vero che l’uomo è diventato padrone del mondo, comunque non è l’uomo tutto intero a dominare il pianeta ma solo la sua parte razionale, rappresentata dagli scienziati e dai tecnici. Tecnica ed economia sono i due grandi scenari della razionalità: entrambi perseguono massimi scopi con minimi mezzi. Mentre però nell’economia almeno permane la passione per il denaro, la tecnica è razionalità asettica. Come tutti noi, anche i politici si trovano impreparati a questa mutazione e non dispongono di un pensiero alternativo a quello imposto dall’apparato tecnologico. Per Emanuele Severino lo scopo della tecnica è aumentare all’infinito la propria potenza. La tecnica – ultimo Dio del presente – guida il mondo ricreando l’uomo a sua immagine e somiglianza. Nel conflitto internazionale, le forze in lotta non fanno altro che potenziare, come strumenti di difesa e di attacco, i loro apparati tecno-scientifici. Ecco una prova di quanto sia vera la previsione di Severino: nel 2017 Putin disse «Chi svilupperà la migliore intelligenza artificiale sarà padrone del mondo»; tre mesi prima, la Cina aveva già lanciato un piano con cui primeggiare in questo settore entro il 2030; nel 2021 il capo del Pentagono ha ribattuto: «Vinceremo noi. La strategia? Investimenti, alleanze e collaborazione con i privati». Mentre il potere pianifica la nostra distruzione, non ci resta che insorgere contro questo potere e puntare su un modello inedito di società.

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