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    Il Memorandum Italia-Libia compie 5 anni: così il nostro Paese contribuisce a violare i diritti umani

    Di Giulio Cavalli
    Pubblicato il 2 Feb. 2022 alle 07:00

    Tra gli anniversari di cui non dobbiamo smetterci di vergognare si è celebrato ieri il quinto anno dalla firma del Memorandum d’Intesa tra Italia e Libia con cui il nostro Paese ha sottoscritto e certificato la consapevole colazione dei diritti umani in convenzione con un Paese criminale.

    Cinque anni fa, alla firma dell’accordo che ripristinò l’accordo di amicizia tra Italia e Libia del 2008, al governo non c’erano i tanto temuti sovranisti o i leader che sul razzismo strisciante hanno costruito la propria fortuna elettorale: presidente del Consiglio era Paolo Gentiloni e il ministero dell’Interno lo guidava Marco Minniti, il politico che in questi anni ha l’enorme responsabilità di avere spianato la strada della guerra ai poveri riuscendo nella memorabile impresa di preparare il terreno per il suo successore al Viminale, Matteo Salvini, pur essendo sulla carta un suo presunto oppositore politico.

    L’accordo tra Italia e Libia è stato definito “disumano” dall’Onu che in Libia ha documentato “indicibili orrori”. Dopo Minniti è stato facile per Salvini e i governi che si sono succeduti (finta all’attuale Lamorgese) perpetrare l’orrore, pur con stili diversi, contribuendo al respingimento di almeno 82mila migranti nelle infernali prigioni libiche in cui vengono sistematicamente violati i diritti umani.

    Come scrive Amnesty International «uomini, donne e bambini rimpatriati in Libia devono affrontare detenzioni arbitrarie, torture, condizioni di detenzione crudeli e disumane, stupri e violenze sessuali, estorsioni, lavori forzati e uccisioni illegali. Invece di affrontare questa crisi dei diritti umani, il governo libico di unità nazionale (GNU) continua a facilitare ulteriori abusi e rafforzare l’impunità, come illustrato dalla sua recente nomina di Mohamed al-Khoja a direttore del Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale (DCIM). Al-Khoja in precedenza aveva il controllo effettivo del centro di detenzione di Tariq al-Sikka, dove sono stati documentati estesi abusi».

    Ma in questi cinque anni nessuno dei nostri più alti rappresentanti ha mai provato un benché minimo moto di vergogna. In un rapporto del 17 gennaio 2022, il Segretario generale delle Nazioni Unite ha affermato di provare grave preoccupazione” per le continue violazioni dei diritti umani contro rifugiati e migranti in Libia, inclusi casi di violenza sessuale, tratta ed espulsioni collettive. Il rapporto conferma che “la Libia non è un porto di sbarco sicuro per rifugiati e migranti” e ribadisce l’invito agli Stati membri interessati “a riesaminare le politiche a sostegno dell’intercettazione in mare e del ritorno di rifugiati e migranti in Libia”.

    Chiediamo al Governo italiano e al Parlamento, come si possa ancora ritenere la Libia un porto sicuro per lo sbarco dei migranti. – ha detto Paolo Pezzati, policy advisor per le emergenze umanitarie di Oxfam Italia – In totale 32,6 milioni di euro sono stati destinati alla Guardia Costiera libica dal 2017 dai Governi che si sono succeduti, di cui 10,5 milioni solo nel 2021 (con un aumento di mezzo milione). Facciamo appello perciò al Parlamento e al Governo affinché siano revocati gli stanziamenti per il 2022 diretti alla Guardia Costiera libica, che solo questanno ha intercettato e riportato in questo inferno il triplo dei migranti, rispetto allo scorso anno (5). Serve uninversione di rotta, una gestione lungimirante dei flussi e non la mera chiusura delle frontiere delegata a paesi come la Libia o la Turchia”.

    Il governo Draghi, con i ministri Di Maio e Lamorgese, non ha segnato nessuna inversione di rotta. Nel PD sembra che si faccia fatica perfino a riconoscere gli errori compiuti con Minniti. L’attuale accordo dell’Italia con la Libia scade nel febbraio 2023 ma si rinnoverà automaticamente per altri tre anni a meno che le autorità non lo annullino prima di novembre. Il dubbio è che dobbiamo abituarci alla vergogna ancora per molto.

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