“Il problema dell’Intelligenza artificiale non è soltanto scrivere buone regole, ma preservare lo spazio della responsabilità umana dentro sistemi sempre più autonomi. Nessuna macchina potrà mai sostituire ciò che rende l’essere umano davvero umano: il corpo, la relazione, la cura, la coscienza, la responsabilità, la capacità di soffrire con l’altro e di assumere il limite non come fallimento ma come luogo di significato”. Lo scrivono Stefano Lucchini, capo Affari istituzionali di Intesa Sanpaolo, e Oreste Pollicino, professore di Diritto Costituzionale e AI Law alla Bocconi, in un commento sul Sole 24 Ore che analizza l’enciclica “Magnifica Humanitas” pubblicata ieri da Papa Leone XIV.
La lettera pastorale, secondo Lucchini e Pollicino, “colloca l’IA nel punto esatto in cui oggi si gioca la partita più profonda: la definizione dell’umano di fronte a una tecnologia che non si limita più a servire l’azione dell’uomo, ma entra nei processi di conoscenza, decisione, organizzazione sociale e persino immaginazione collettiva”. “Il cuore del testo – si legge nel commento – è radicalmente antropocentrico”. Ma non nel senso di “un antropocentrismo ingenuo, dominativo, autosufficiente, nel quale l’uomo si pone al centro per appropriarsi del mondo e piegarlo alla propria volontà”: bensì “un antropocentrismo relazionale, fragile, responsabile”, in cui “l’essere umano è al centro perché portatore di una dignità indisponibile”.
Leone, osservano Lucchini e Pollicino, “sposta il discorso dall’etica dell’uso alla costituzione del potere tecnologico“: “La regolazione è necessaria, ma non sufficiente. Servono norme, certo; ma prima ancora serve discernimento sul potere: chi lo detiene, con quali finalità, secondo quali criteri di responsabilità, con quali effetti sui più vulnerabili”.
Ecco quindi, nell’enciclica, una presa di posizione rispetto alle narrazioni transumaniste e postumaniste: “Quando il limite viene considerato soltanto come un difetto da correggere, e la vulnerabilità come imperfezione da rimuovere, la persona rischia di essere trattata come materiale aggiornabile” e “l’umano non è più soggetto di dignità, ma piattaforma di ottimizzazione“, scrivono i due commentatori. Ma “quando la dignità viene sostituita dalla performance, i primi a pagare sono sempre i fragili, gli improduttivi, gli anziani, i malati, i poveri, coloro che non corrispondono ai criteri dominanti di efficienza”.
Per questo, le infrastrutture digitali dovrebbero essere “progettate, valutate e governate alla luce della dignità della persona, del bene comune, della giustizia sociale, della solidarietà e della destinazione universale dei beni“. In questa prospettiva, “il punto non è umanizzare l’IA con qualche principio decorativo, ma impedire che l’IA disumanizzi le strutture della convivenza”. In Magnifica Humanitas, sottolineano Lucchini e Pollicino, “la persona non viene difesa contro il futuro, ma come condizione perché il futuro resti umano“.
“L’enciclica – concludono i due autori – ci consegna una domanda semplice e radicale: stiamo costruendo strumenti che aiutano l’uomo a fiorire o sistemi che abituano l’uomo a pensarsi come qualcosa da superare? La risposta non appartiene soltanto alla teologia. Appartiene al diritto, alla politica, all’economia, alla cultura democratica“. L’antropocentrismo di Leone, allora, non è “chiusura verso la tecnica, ma criterio per orientarla; non centralità arrogante dell’uomo, ma custodia della sua irriducibile dignità”.
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