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    La destra si batte se la sinistra è credibile (di P. Majorino)

    Pierfrancesco Majorino. Credit: ANSA

    Per interpretare la voglia di cambiamento bisogna essere prima di tutto credibili Ma i miei avversari Moratti e Fontana non lo hanno capito. L’intervento del candidato di Pd e M5S alla presidenza della Lombardia

    Di Pierfrancesco Majorino
    Pubblicato il 23 Dic. 2022 alle 07:00

    Dopo 28 anni in Lombardia possiamo cambiare pagina. Questo non è il ragionamento rituale o l’esercizio autorassicurante del candidato di turno ma è, invece, il convincimento di chi da alcune settimane (ancora più di prima) si trova a dialogare con contesti diversi e luoghi tra loro lontani in una regione vasta e al suo interno particolarmente diversificata.

    Lo dico consapevole delle difficoltà del “contesto” e del tempo in cui viviamo, e perfino delle difficoltà oggettive e profonde riscontrate a livello nazionale dalla parte politica che rappresento, tuttavia sono convinto del fatto che nella regione più inquinata d’Europa ci sia, proprio ora, una grande voglia di cambiamento.

    Del resto la Lombardia ha perso posizioni e punti. Lo raccontano in maniera efficace aspetti anche molto diversi tra loro.

    Ne cito due. Il primo riguarda, ovviamente, l’incredibile stato di difficoltà in cui si trova la sanità lombarda. A tale proposito spesso mi trovo a domandarmi come si sia potuti arrivare sin qui.

    Le nostre terre sono infatti da sempre ricche di luoghi della “cura” e da decenni di eccellenze in campo ospedaliero di natura pubblica e privata. Una ricchezza che ancora, in un Paese profondamente diseguale, porta ogni anno centosessantamila persone ad arrivare in Lombardia provenendo da altre regioni.

    Eppure quel che sta accadendo, e che si è reso ancor più evidente a partire dai giorni della pandemia, ha dell’incredibile. Stanno infatti esplodendo le liste d’attesa, la medicina territoriale si misura con difficoltà inimmaginabili solo alcuni anni fa (si stima che il numero dei medici possa dimezzarsi entro il 2028!) e lo stato dei servizi che dipendono dalla Regione (penso a cose concretissime: dai reparti di neuropsichiatria infantile ai servizi di assistenza domiciliare e ai consultori sulla salute della donna) è spesso palesemente inadeguato.

    Basti pensare che a Milano un bimbo con problematiche legate alla salute mentale può attendere anche 24 mesi prima di essere visitato in un reparto di neuropsichiatria infantile. O che a Como, all’ospedale Sant’Anna, possono passare perfino 268 giorni per una visita oculistica.

    Tutto questo, deve essere chiaro, si è verificato per ragioni molto chiare. Un sistema di privatizzazione strisciante (e senza regole) della cura si è infatti fatto largo. Così l’unica alternativa all’attesa è il ricorso alla visita privata, a pagamento.

    Secondo aspetto della “crisi” lombarda. Oggi la Regione viaggia, in relazione al Prodotto interno lordo e alla capacità di crescita, tra la sesta e la settima posizione in Europa. Anni fa era da podio. Che vuol dire? Che non sta andando avanti quanto dovrebbe e potrebbe.

    E questo avviene nella totale assenza di iniziativa di un’istituzione che si è dunque mostrata fragile nell’ambito del sociale e totalmente assente sul piano delle traiettorie di sviluppo. Ecco perché parlo di necessità di cambiamento. Perché, al di là degli schemi della politica, del sistema delle alleanze, delle riflessioni, come dire, un poco di “palazzo”, è palpabile un bisogno di imboccare strade nuove.

    Ovviamente l’offerta politica stessa questo bisogno dovrebbe saperlo, come si sarebbe detto un tempo, “intercettare”. L’alleanza che stiamo costruendo, quella di centrosinistra e delle liste civiche che ha poi avviato un dialogo con il Movimento 5 Stelle, intende farsi interprete, io credo, innanzitutto di tale grande necessità.

    La mia candidatura, emersa in modo un poco (lo sottolineo innanzitutto io) rocambolesco, ha senso proprio in un quadro del genere. Vogliamo innanzitutto tenere assieme un progetto per la “Lombardia” e il suo futuro.

    Ciò non vuol dire che mi sfuggano le implicazioni nazionali di quel che stiamo facendo ma significa che il miglior contributo che possiamo offrire – proprio dalla terra difficilissima di Lombardia, in un momento in cui il Partito Democratico e altre forze di sinistra devono pensare a ricostruirsi radicalmente – a livello nazionale è quello di parlare il linguaggio dell’intransigenza sui principi di fondo, della concretezza e della buona politica.

    Ciò è vero sempre e sarebbe stato vero comunque ma è ovvio che nelle settimane del “Qatargate” assume un significato ulteriore. C’è infatti una necessità di un cambiamento poderoso nel modo di essere, in ciò che si afferma e si propone, nei comportamenti che si realizzano.

    Un cambiamento profondo che riguardi tutta la politica, ovunque. In un contesto simile, proprio a proposito di questione morale e cultura della legalità, mi sono fatto promotore di una proposta che ho rivolto ai due candidati alla presidenza provenienti dal centrodestra (Letizia Moratti e Attilio Fontana).

    Ho detto pubblicamente loro una cosa semplice: chiunque vinca si impegni a fare della Lombardia, dopo troppi anni di negazionismo, una regione antimafiosa, promuovendo la trasparenza, il sostegno alle vittime di usura e tanto altro. E inoltre, ho aggiunto, sottoponiamo le tante candidate e i tanti candidati presenti nelle diverse liste al rispetto del codice antimafia. Apriti cielo.

    Sostenitori importanti di Moratti e Fontana mi hanno risposto che facevo dell’«antimafia elettorale». A dimostrazione che non si è capito. Non si è capito che la politica deve ricostruire credibilità. Deve tornare ad essere credibile e quindi creduta.

    Ciò passa dalla nettezza relativa alle condizioni di vita delle persone e al modo di fare e di essere. E poi si deve, innanzitutto dalla Lombardia, pensare in grande, mostrare ambizioni. Che significa ad esempio, prescindendo dal dettato dato dagli “ambiti di competenza”, recuperare attenzione verso questioni essenziali: i salari, la lotta alle povertà, la generazione di lavoro verde altamente intelligente e sostenibile, la centralità attribuita all’offerta culturale e creativa, il coinvolgimento permanente del sistema formativo e delle università, le politiche riguardanti una nuova generazione.

    Mi fermo qui. Convinto, giorno dopo giorno sempre di più, che in un inverno così complicato e lungo nel quale le paure rischiano di farla da padrone, il ruolo della politica debba essere proprio quello di accompagnare le persone, offrire garanzie, tutele, non voltarsi dall’altra parte.

    Questo è, in sintesi, il discorso che stiamo portando avanti in queste giornate. Facendolo in una dimensione di squadra ampia che coinvolge esponenti autorevoli della società, civile, sindaci lombardi, attivisti, cittadini che hanno a cuore le terre e le comunità in cui vivono.

    Non è e non sarà facile sconfiggere la destra proprio nella sua tradizionale roccaforte? Indubbiamente. Tuttavia il grande tentativo che stiamo mettendo in campo è quello di chi non si iscrive al torneo di chi desidera soltanto partecipare. E vincere vuol dire, poi, cambiare.

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