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    La Repubblica italiana va difesa da chi vuole i pieni poteri

    Credit: AGF

    La Festa del 2 giugno ci interroga sul valore della Costituzione come sistema di limiti e garanzie contro ogni deriva autoritaria. La lezione dei padri costituenti e della tradizione liberal-democratica ribadisce l’attualità di una democrazia fondata su contrappesi, pluralismo e controllo del potere

    Di Maurizio Delli Santi
    Pubblicato il 3 Giu. 2026 alle 15:22

    Archiviate le celebrazioni dell’ottantesimo anniversario della Repubblica, il rischio è che il significato del 2 giugno resti confinato alla dimensione della ricorrenza. In realtà, le trasformazioni che attraversano il nostro tempo – dall’indebolimento dei corpi intermedi alle crescenti disuguaglianze sociali, dalle tensioni geopolitiche alle nuove forme di concentrazione del potere economico e tecnologico – ripropongono una questione che investe direttamente la qualità della nostra democrazia: quanto sono ancora solide le garanzie poste a tutela della libertà e dell’equilibrio costituzionale?

    A ottant’anni dalla scelta repubblicana, il problema non è soltanto conservare la memoria delle origini, ma verificare la capacità dei principi costituzionali di continuare a proteggere la democrazia dalle spinte che tendono a semplificare, concentrare e personalizzare il potere.

    Torna così di stringente attualità l’interrogativo che accompagnò la nascita della Repubblica all’indomani della guerra e della dittatura: come impedire che la sovranità democratica possa nuovamente trasformarsi in dominio e che il potere si sottragga ai limiti e ai controlli posti dalla Costituzione. Sotto questo profilo, rimane decisiva la chiave interpretativa di quel 2 giugno 1946: la scelta per la Repubblica fu soprattutto una risposta decisa contro il fascismo, di cui la monarchia aveva condiviso le scelte di far crollare lo Stato liberale, il parlamentarismo e il pluralismo, nonché l’entrata in una guerra disastrosa e l’ignominia delle leggi razziali.

    Il 2 giugno segnò dunque il momento in cui una società uscita dalla guerra e dalla dittatura si trovò davanti a un problema esistenziale per una nuova Nazione: come impedire che la democrazia si rovesci nuovamente in autoritarismo. La risposta fu l’ affermazione del principio della “sovranità popolare”, e soprattutto la sua costituzionalizzazione in senso liberale e democratico: si optò non per un potere senza limiti, ma per un sistema di limiti al potere, qualunque sia la sua connotazione politica.

    È qui che si colloca il contributo decisivo delle tradizioni liberali, liberal- democratiche e azioniste, spesso sottovalutato nelle letture correnti. Fu soprattutto in questi ambienti che maturò una delle riflessioni più profonde sulle cause che avevano consentito l’avvento del fascismo. Intellettuali e uomini politici come Luigi Einaudi, Benedetto Croce, Piero Calamandrei, Ferruccio Parri e Leo Valiani compresero che la libertà non può essere affidata soltanto alle buone intenzioni dei governanti, ma richiede istituzioni capaci di limitarne il potere attraverso regole, controlli e garanzie: l’esperienza del Partito d’Azione e della Resistenza democratica contribuì in modo determinante a definire una concezione della Repubblica come comunità di cittadini attivi e responsabili.

    Calamandrei insistette sul valore della Costituzione come strumento di emancipazione civile e di partecipazione; Parri incarnò l’idea di una politica fondata sull’etica pubblica e sul rigore delle istituzioni; Valiani vide nella democrazia parlamentare il punto di incontro tra libertà individuale e giustizia sociale.

    Accanto a questo patrimonio, il liberalismo di Einaudi portò nella Costituente una concezione dello Stato fondata sul primato della legge, sull’autonomia delle istituzioni, sul rispetto delle libertà individuali e sulla responsabilità dei cittadini. Non si trattava di riproporre il vecchio Stato liberale prefascista, che aveva mostrato limiti e fragilità, ma di costruire una democrazia costituzionale più robusta, capace di coniugare libertà politica, pluralismo e diritti sociali.

    Era questa la via che portò nella Costituente un’idea non retorica di democrazia: non come celebrazione della volontà generale, ma come costruzione continua di anticorpi contro ogni concentrazione del potere. È in questa cultura politica che il costituzionalismo italiano ha trovato la sua forma più moderna. Anche le altre grandi culture politiche del dopoguerra offrirono contributi essenziali.

    La tradizione cattolico-democratica apportò la propria visione personalista e solidaristica; quella socialista contribuì all’affermazione dei diritti sociali e del lavoro; la componente comunista partecipò alla costruzione delle istituzioni rappresentative e del suffragio universale. Tuttavia fu proprio il confronto tra queste tradizioni e il pensiero liberale-democratico a produrre quell’equilibrio originale che costituisce ancora oggi il cuore della Costituzione repubblicana.

    La Costituzione repubblicana nasceva infatti da una constatazione storica elementare: il fascismo era riuscito ad erodere lo Stato liberale, procedendo sistematicamente, tra il 1922 e il 1926, allo svuotamento del Parlamento, alla riduzione del pluralismo e alla neutralizzazione delle garanzie riducendo Stato a rimanere senza contrappesi, trasformandosi così in puro dominio di una dittatura.

    Per questo l’architettura costituzionale del 1948 è, prima di tutto, un sistema di ‘osservazione critica’ organizzata verso il potere: Parlamento centrale, magistratura indipendente, Presidente della Repubblica come figura di equilibrio, Corte costituzionale, autonomie territoriali, non sono elementi istituzionali fini a sé stessi, ma dispositivi di garanzia e di contenimento della sovranità in nome dell’interesse non solo di una maggioranza, ma del popolo in ogni sua rappresentanza, politica e civile. In questa logica si comprende anche la scelta della centralità del Parlamento: non si ammette il primato di un capo investito direttamente e senza limiti, ma un circuito di responsabilità reciproche tra governo e rappresentanza.

    La democrazia costituzionale non coincide con la semplificazione decisionale, ma con la sua regolazione. Il conflitto non viene eliminato: viene istituzionalizzato.

    In questo senso il pluralismo e il parlamentarismo ‘puro’- secondo la concezione di Hans Kelsen, massimo teorico della democrazia- non costituiscono un ostacolo all’efficienza, ma una condizione della libertà. A ottant'anni di distanza, questa costruzione appare sottoposta a una pressione crescente. Disuguaglianze economiche, frammentazione sociale, crisi dei partiti e dei corpi intermedi alimentano la domanda di decisioni rapide e verticali. È in questo spazio che si insinua l’idea che la complessità democratica sia un difetto e non una garanzia.

    Ma è proprio qui che il liberalismo costituzionale mostra la sua attualità. La concentrazione del potere non è una soluzione alla crisi della democrazia: ne è storicamente una delle cause. L’efficienza decisionale, quando non è bilanciata da controlli e limiti, tende a trasformarsi in arbitrio. Lo stesso vale sul piano internazionale.

    La Costituzione del 1948 ha consentito di collocare la Repubblica in piena adesione all’Europa e alle Nazioni Unite: l’ordine costruito del secondo dopoguerra nasceva dall’idea che la sovranità statale dovesse essere incanalata in regole condivise che assicurassero multilateralismo e cooperazione fra gli Stati.

    Oggi tale prospettiva è messa in discussione dall’avanzata dei nazionalismi, dalla sfiducia verso il multilateralismo, dall’euroscetticismo e dal ritorno di competizioni geopolitiche che privilegiano i rapporti di forza rispetto alle regole condivise. Anche le critiche all’assetto europeo per eccesso di regolazione e di distanza dai cittadini sono sterili se non tengono conto di una prospettiva liberale su aspetti più seri: ad oggi solo la capacità normativa delle istituzioni europee costituisce uno strumento efficace per limitare il potere dei grandi attori economici e tecnologici, tutelare i diritti sociali e garantire forme di controllo democratico che gli Stati nazionali, da soli, faticano a esercitare.

    Per questo la scelta dei Costituenti rimane attuale: in un contesto segnato dal ritorno delle politiche di forza e dall’indebolimento delle regole internazionali, l’Europa e l’ONU restano punti di riferimento per un ordine basato sul diritto e sulla cooperazione. Anche il tema delle migrazioni si colloca dentro questa trasformazione storica. Le politiche fondate esclusivamente sulla chiusura delle frontiere o sulla costruzione di barriere non affrontano le cause strutturali dei movimenti migratori. Serve invece un governo dei fenomeni fondato su legalità, cooperazione europea e sviluppo condiviso con i paesi di origine, per trasformare le migrazioni da emergenza a processo governato. Anche perché i flussi migratori possono essere contenuti proprio portando opportunità di lavoro nei paesi d’origine, e, di contro, anche in Europa per diversi settori sono indispensabili i lavoratori stranieri.

    La lezione del 2 giugno, letta in chiave liberale, è dunque semplice e radicale insieme: la democrazia non è identificazione tra popolo e potere, ma costruzione di limiti al potere in nome della libertà del popolo. In questa prospettiva torna centrale una dimensione spesso trascurata: la qualità etica della vita pubblica, essenza stessa di una ‘democrazia’.

    La storia repubblicana è stata attraversata dalle minacce del terrorismo e delle mafie, con le implicazioni inquietanti di istituzioni deviate, oltre che dai fenomeni diffusi della corruzione, episodi nei quali il potere si è allontanato dalla propria funzione di servizio al bene comune. Sono esperienze che confermano una lezione fondamentale: il potere, quando si concentra e si sottrae al controllo democratico, tende a diventare opaco e a perseguire interessi estranei all’interesse generale.

    Per questa ragione, anche apparenti modelli di ‘stabilità’ e di ‘efficienza’ recano insidie profonde per la democrazia. Nessuna maggioranza può dissolvere il sistema delle garanzie, perché la democrazia costituzionale non è il dominio della maggioranza, ma la protezione dei diritti contro ogni forma di assolutizzazione politica. È questo il punto che oggi torna centrale anche nel dibattito sulle riforme istituzionali.

    Ogni rafforzamento dell’esecutivo, ogni spinta verso la verticalizzazione del potere, deve essere misurato non sulla base della sua efficacia immediata, ma sul suo impatto sugli equilibri costituzionali. In ultima analisi, la Repubblica non è un punto d’arrivo, ma un equilibrio che richiede manutenzione continua: non esiste libertà senza istituzioni che la limitino e la rendano possibile, non esiste sovranità popolare senza contrappesi che impediscano alla maggioranza di trasformarsi in dominio.

    Ottant’anni dopo il 2 giugno rimane nella sua eredità più attuale: la Repubblica non può essere considerata un’acquisizione definitiva. Rimane un’opera aperta, affidata alla vigilanza dei cittadini e alla fedeltà ai principi liberali e democratici della Costituzione. È questo il patto civile che il 2 giugno e i Costituenti hanno consegnato alle generazioni future e che oggi, forse più che mai, siamo tutti chiamati a difendere e rinnovare.

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