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    L’Italia e la sua continua e inquieta ricerca di un’altra legge elettorale (di S. Mentana)

    Credit: UNSPLASH

    Sarebbe la quarta dal 1993: un approccio che risponde a urgenze momentanee anziché adattarsi al modo con cui il Paese si esprime in politica

    Di Stefano Mentana
    Pubblicato il 22 Mag. 2026 alle 17:15

    Sbarramento. Quorum. Proporzionale. Maggioritario. Collegi uninominali, circoscrizioni proporzionali, diritto di tribuna e sistema dei resti. Come spiegare a chi ha cose più urgenti – e probabilmente interessanti – da fare che quell’apostrofo rosa tra scorporo e disgiunto, quello strano linguaggio esoterico chiamato sistema elettorale, non è un codice per pochi eletti, ma qualcosa che riguarda letteralmente tutti?
    Perché la democrazia deve coinvolgere tutti, ma votare non significa banalmente mettere una croce e stabilire che chi ha un voto in più ha vinto: è un insieme di regole e meccanismi che devono adeguarsi alle necessità e alle caratteristiche specifiche di ogni Paese. Se così non fosse, avremmo un sistema elettorale universale. Ma se ogni volta sentiamo parlare di first past the post britannico, doppio turno alla francese, proporzionale alla tedesca e voto singolo trasferibile all’australiana, evidentemente il discorso non è così lineare.
    Cambiare la legge elettorale non è quindi un esercizio per tecnici o strani appassionati di una così specifica materia, ma significa cambiare le “regole del gioco”, di quel gioco tramite il quale eleggiamo i rappresentanti chiamati a occuparsi di pensioni, salari, welfare, sanità e tante altre questioni che riguardano la vita di tutti i giorni. Esigenze tangibili che tante volte riteniamo essere messe in secondo piano proprio da questioni apparentemente esoteriche.
    Proprio in queste settimane il dibattito politico è tornato a parlare quel linguaggio per iniziati fatto di suffissi latini, tra Mattarellum e Porcellum, Italicum e Rosatellum, regalandoci un nuovo vocabolo da inserire in questa collezione: Stabilicum. Poco importa approfondire ora il contenuto di questa proposta di legge, che inevitabilmente sarà vista come meravigliosa da alcuni e obbrobriosa da altri, ma fatto sta che una nuova legge elettorale sancirebbe la quarta diversa con cui gli italiani saranno chiamati al voto dall’inizio della cosiddetta Seconda Repubblica dopo il Mattarellum, il Porcellum e il Rosatellum, senza contare che quest’ultima, attualmente in vigore, è stata lievemente corretta per adeguarla al taglio dei parlamentari e che in mezzo a queste c’è stato anche l’Italicum, tuttavia mai utilizzato in alcuna elezione dopo l’intervento della Corte costituzionale.
    La morale è che, ad oggi, nel groviglio di formule che definiscono i sistemi elettorali, è pressoché impossibile identificare un “sistema all’Italiana”, proprio per la schizofrenia con cui ci si è approcciati all’argomento, cercando più di rispondere a esigenze momentanee che creare un sistema capace di adattarsi al modo di esprimersi politicamente degli italiani. E così, da quando in vista del voto del 2006 il governo Berlusconi decise che il Mattarellum, che fino a quel momento aveva garantito una discreta stabilità e al tempo stesso una variegata rappresentanza, ci siamo trovati in un continuo dibattito su cambiare, rivedere, correggere la legge elettorale, con il risultato di soddisfare raramente gli auspici del legislatore di turno e finendo soprattutto per creare sempre più confusione negli elettori che, forse anche per questo, nel tempo sono stati sempre più tiepidi nei confronti le urne.

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