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    Israele: la forza della deterrenza, la mancanza di un disegno politico (di G. Gambino)

    Foto AGF

    Ogni vittoria tattica ha allontanato quella strategica, ovvero sia la creazione di una regione in cui Israele non sia soltanto temuto ma integrato

    Di Giulio Gambino
    Pubblicato il 8 Ott. 2026 alle 17:40

    Tre anni fa, il 7 ottobre 2023, Israele ha vissuto il giorno più buio della sua storia: circa 1.200 persone uccise, 251 portate in ostaggio a Gaza, la sua sicurezza violata e dissolta in poche ore.

    Da quel giorno lo Stato ebraico ha combattuto su sette fronti. Su quasi tutti ha inflitto ai suoi nemici colpi senza precedenti. Hamas è stata ridotta a una milizia, privata dei suoi principali comandanti. Hezbollah ha perso Hassan Nasrallah e buona parte del suo arsenale, e Beirut ha firmato a Washington un accordo che chiude lo “stato di guerra”. In Siria il regime di Assad, perno dell’asse iraniano, è crollato sotto l’offensiva dei ribelli, anche perché i suoi protettori erano usciti indeboliti dallo scontro con Israele. L’Iran, infine, ha subito da Israele e Stati Uniti un attacco senza precedenti: colpiti i siti nucleari, uccisi la Guida suprema Ali Khamenei e decine di alti dirigenti. Il regime è sopravvissuto usando come scudo lo stretto di Hormuz.

    Rimangono aperte diverse incognite, naturalmente, tra cui la gestione della Cisgiordania, l’Iraq, lo Yemen. Ma dal 1967 nessun governo israeliano aveva ridisegnato a tal punto, sul piano militare, gli equilibri della regione.

    Eppure la domanda che dà il titolo a questo numero, quasi interamente dedicato a Israele, resta aperta. Perché non possiamo permettere che il bilancio di questi tre anni venga misurato soltanto in comandanti eliminati e arsenali distrutti.

    A Gaza decine di migliaia di morti, una popolazione sfollata più volte e una Striscia ridotta in macerie hanno trasformato la risposta a un massacro in una catastrofe umanitaria che il mondo ha guardato inerte, rendendosi per sempre complice di una strage senza pietà. In Cisgiordania la violenza dei coloni e l’espansione degli insediamenti procedono, ancora oggi, con la copertura di una parte del governo.

    Il cessate il fuoco di un anno fa ha attenuato i combattimenti senza mai fermarli, e non ha costruito un dopo. Il risultato è un isolamento con pochi precedenti.

    Francia, Regno Unito, Canada e Australia hanno riconosciuto lo Stato palestinese. La Corte penale internazionale ha emesso un mandato d’arresto nei confronti di Netanyahu. In Europa, con la sconfitta di Viktor Orbán alle elezioni del 12 aprile, dopo sedici anni al potere, Israele ha perso il suo difensore più tenace dentro l’Unione e, soprattutto, il favore di gran parte dell’opinione pubblica.

    Perfino negli Stati Uniti il sostegno bipartisan, per decenni un dogma, è diventato terreno di scontro, e l’intesa negoziata da Washington con Teheran è stata giudicata da molti israeliani sfavorevole al loro Paese.

    Gli Accordi di Abramo sopravvivono, ma in larga parte congelati. L’Arabia Saudita, con la cui normalizzazione dei rapporti si doveva chiudere il cerchio, pone su Gaza e sulla nascita di uno Stato palestinese condizioni che l’attuale governo israeliano non intende soddisfare.

    Anche dentro i suoi confini il Paese è cambiato. I riservisti richiamati per mesi, gli ostaggi diventati una ferita politica, lo scontro sulla leva degli ultraortodossi e un’economia piegata alla guerra permanente hanno diviso una società che il 7 ottobre si era scoperta unita. La maggioranza ha sostenuto le guerre, ma i sondaggi registrano una sfiducia profonda verso chi governava quel giorno. Qui sta il paradosso. La forza ha restituito deterrenza, ma non è riuscita a produrre un disegno politico. Al contrario, ogni vittoria tattica ha allontanato quella strategica, ovvero sia la creazione di una regione in cui Israele non sia soltanto temuto ma integrato.

    Netanyahu ha costruito la campagna sulla promessa della “vittoria totale”. È una formula efficace in un Paese ferito, ma descrive una guerra senza fine più che una pace possibile.

    Il 27 ottobre gli israeliani sceglieranno anche questo: non solo un premier, ma un’idea di sicurezza. Quella affidata all’esclusiva superiorità militare o, viceversa, quella che prova a convertire i successi sul campo in accordi, confini e garanzie. Una settimana dopo, le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti diranno quanto a lungo Washington sarà disposta a sostenere la prima strada.

    L’Italia non è spettatrice. Ha con Israele legami economici, energetici e di intelligence, ma anche una società civile scesa in piazza come poche altre in Europa e un governo alla ricerca di un equilibrio sempre più difficile. Si è detta pronta a contribuire al dopo Unifil in Libano. Proprio per questo ha interesse a un Israele sicuro che non sia anche isolato. Perché un Paese che si sente assediato, nel lungo termine, rende più instabile tutto il Mediterraneo. Dunque, noi.

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