Non era difficile capire, sin dal 28 febbraio, che questa guerra era non solo ingiustificabile, non solo inutile, ma rovinosa per tutti, compresi gli Stati Uniti. E compresi gli iraniani assetati di libertà e democrazia, che il presidente americano aveva promesso di aiutare a liberarsi.
Non sappiamo – non lo sa neanche lui – se le insensate distruzioni si fermeranno fra pochi giorni o settimane, o se invece andranno avanti ancora per mesi. Quello che è sicuro è che non ci sarà una soluzione diplomatica: le posizioni negoziali sono troppo distanti. Trump finirà per abbandonare la partita senza aver conseguito alcuno degli obiettivi: azzeramento del programma nucleare dell’Iran, drastica limitazione del suo armamento missilistico, rinuncia a sostenere i movimenti armati anti-israeliani.
Rispetto al primo punto, l’aggressione sarà anche stata controproducente. L’Iran avrà buoni motivi per dotarsi di un deterrente nucleare. Vari Paesi della regione si sentiranno minacciati, e tentati di seguire quell’esempio. La non-proliferazione, che ha funzionato – con poche eccezioni – per sei decenni, potrebbe sgretolarsi.
Oltre a non raggiungere alcun obiettivo, Trump ha creato un problema che prima non esisteva ma si poteva ben prevedere in caso di una aggressione all’Iran: la chiusura (selettiva) del collo di bottiglia di Hormuz, la cui riapertura dipende ora dal buon volere degli ayatollah.
Anche l’Iran non è in grado di imporre le sue cinque condizioni. Fra queste, le riparazioni di guerra e il riconoscimento della sovranità sullo Stretto di Hormuz con il diritto di imporre pedaggi. I due punti sono collegati.
Ammesso che il blocco navale sia legittimo finché siamo in tempo di guerra (ma è discutibile in questo caso, dato che gli Stati della riva sud del Golfo non sono in guerra con l’Iran), non lo sarà certamente in tempo di pace. Teheran non ha alcun diritto di appropriarsi dello Stretto di Hormuz, ma potrebbe decidere di farlo, in base ad un principio di equità, per esigere i pedaggi come surrogato delle riparazioni negate.
I Paesi terzi, in particolare gli europei, non hanno alcuna possibilità né volontà di riprendere con la forza il controllo di Hormuz, come suggerisce Trump (chi rompe non paga e i cocci ve li incollate voi). Ma hanno tutto l’interesse a salvaguardare la normativa internazionale sulla navigazione negli stretti e sul passaggio inoffensivo nel mare territoriale, pagando un prezzo se necessario.
Si può allora ipotizzare un difficile negoziato con Teheran sulla ricostruzione post bellica in cui, accanto ai prestiti e all’abolizione delle sanzioni, potrebbero figurare il non uso della forza, la riaffermazione delle norme internazionali sugli stretti ma anche un regime temporaneo (cinque-dieci anni?) di pedaggi concordati.
Ne deriverebbe un rincaro, per diversi anni, degli idrocarburi e fertilizzanti, con le ripercussioni a valle facilmente immaginabili, a carico di Paesi incolpevoli. Ma l’alternativa è peggiore: una continuazione dell’attuale blocco selettivo, illegale ma non più illegale delle aggressioni israelo- americane, quindi non impensabile. Il divario fra domanda e offerta verrebbe perpetuato e di conseguenza i prezzi degli idrocarburi continuerebbero a salire fino a quando i consumatori più deboli rinunceranno a scaldarsi e a circolare in macchina, e alcune industrie chiuderanno.
Gli alti prezzi dovuti all’inelasticità della domanda di idrocarburi andranno ovviamente a vantaggio dei petrolieri americani (e quindi delle campagne elettorali repubblicane) e della Russia (e dunque a danno dell’Ucraina).
Prevedendo che la penuria di idrocarburi sia di non breve durata, viene da molti evocato lo spauracchio delle crisi energetiche degli anni ’70, le targhe alterne, le domeniche a piedi, quasi fossero il peggiore dei mali. Ma la reazione più razionale alla situazione in cui ci ha trascinati l’infausto binomio Netanyahu-Trump sarebbe proprio una politica di riduzione dei consumi, da concordare non solo a livello europeo ma in sede OCSE e G20. Senza illudersi di coinvolgere gli Stati Uniti.
I margini ci sono: riduzione del riscaldamento e della climatizzazione degli edifici pubblici, aeroporti, centri commerciali eccetera; severi limiti di velocità sulle autostrade; stop ai voli di corto raggio sostituibili da collegamenti ferroviari; lavoro da remoto; sviluppo delle rinnovabili (Hispania docet) e delle piccole centrali nucleari; campagne di esortazione a comportamenti virtuosi nei consumi domestici. E, sì, il ritorno alle domeniche a piedi.
Sarebbe un involontario contributo al rallentamento del cambiamento climatico, insidiato dalle nuove tecnologie (IA, mining di cripto-valute), dalle guerre e dalla offensiva delle destre – in Europa come in America – contro il Green new deal e le politiche ecologiche in generale.
Un accordo sullo Stretto di Hormuz? (di F. Bascone)
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