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    Trump e il dilemma del nucleare iraniano (di F. Bascone)

    Credit: AGF

    Nel 2018 stracciò il miglior accordo possibile con Teheran per compiacere Israele. Tornato alla Casa bianca ha schierato le portaerei e mandato degli immobiliaristi a trattare. Quindi si è fatto trascinare in una guerra che non capisce. E ora cerca una via d’uscita da spacciare per vittoria. Ma ogni intesa sarà peggiore della precedente perché l’obiettivo è ridurre il prezzo della benzina prima delle elezioni. Non la non-proliferazione

    Di Francesco Bascone
    Pubblicato il 8 Mag. 2026 alle 12:14

    La débâcle che incombe sul presidente americano nel suo braccio di ferro con Teheran è figlia della sua infausta decisione, nel 2018, di far colare a picco l’accordo del 2015 sul nucleare iraniano e di reimporre un draconiano regime di sanzioni (con buona pace di chi sostiene che durante il suo primo quadriennio Trump era tenuto a freno dagli “adults in the room” e ha quindi causato danni limitati). Anche allora, e non solo quando ha attaccato l’Iran nel giugno 2025 e il 28 febbraio scorso, Trump si muoveva a rimorchio di Netanyahu, in netto contrasto con l’interesse nazionale degli Stati Uniti e quindi con lo slogan “America first”.

    Le radici della crisi
    Lo stesso premier israeliano, quando cercava di dissuadere Obama dal firmare il JPCOA, e quando poi spingeva il suo successore a denunciarlo, agiva contro l’interesse nazionale di Israele. L’accordo del 2015 rappresentava il miglior rimedio possibile, a medio termine, alla preoccupazione israeliana di perdere il monopolio nucleare nella regione. Prevedeva infatti il trasferimento di quasi tutto l’uranio arricchito in Russia, il diritto di arricchirne altro solo al 3,67%, cioè per usi civili, la riduzione del numero di centrifughe, controlli AIEA di tutti gli impianti. Certo non era una soluzione definitiva, dato che sarebbe scaduto dopo 15 anni, ma avrebbe creato premesse favorevoli a un suo consolidamento a lungo termine. Bibi riuscì a convincere il Donald che invece era un pessimo accordo e che bisognava stracciarlo e negoziarne uno che, oltre a cancellare quella limitazione temporale, eliminasse inoltre gran parte dell’armamento missilistico dell’Iran e gli vietasse di appoggiare Hezbollah e gli altri movimenti antisionisti. Ben sapendo che i lunghi negoziati avevano evidenziato l’impossibilità di strappare quelle concessioni.
    Come si spiega che preferisse sciogliere l’Iran dai vincoli in campo nucleare imposti dall’accordo, permettendogli così di far ripartire l’arricchimento, fino a quel 60% attuale che è solo a un passo dal “weapon  grade”? Evidentemente più che fermare il programma nucleare gli premeva impedire la levata delle sanzioni, lo sdoganamento del regime khomeinista, la riappacificazione fra l’Iran e gli emiri del Golfo. Occorreva che quello rimanesse agli occhi degli americani un “rogue state”, sottoposto a una costante “maximum pressure”, e legittimamente esposto ad attacchi contro suoi singoli dirigenti o scienziati e contro installazioni militari.


    La diplomazia delle cannoniere
    Dopo la feroce rappresaglia contro Gaza e i duri colpi inferti agli Hezbollah e agli Houthi, Netanyahu ha ritenuto giunta l’occasione storica per mettere in ginocchio l’Iran economicamente e militarmente, e tentare il “regime change”. Occasione storica anche perché alla Casa bianca era tornato Trump. Per trascinarlo in un’azione militare del tutto arbitraria (giugno 2025) e poi nella attuale guerra, l’esca era ancora una volta la presunta necessità assoluta di disarmare l’Iran in campo nucleare e missilistico, con la forza o con la diplomazia (aiutata da pressioni militari e minacce).
    Dato che i bombardamenti del giugno 2025 avevano dato risultati insoddisfacenti, o comunque incerti, Trump aveva ripiegato sulla diplomazia delle cannoniere, mandando il solito duo di immobiliaristi a negoziare, con la mediazione omanita e l’illusione che la minacciosa presenza di portaerei e truppe da sbarco portasse gli interlocutori a capitolare. Il loro caparbio rifiuto di piegarsi al diktat americano era percepito da Trump come una irragionevole e insopportabile sfida. Una sfida che non poteva essere lasciata impunita. Perciò quando Netanyahu decise che era il momento per un attacco massiccio e la decapitazione del regime, Trump era pronto a lasciarsi trascinare in una guerra, pur senza averne definito gli obiettivi strategici  né calcolato le conseguenze.
    La conseguenza che qualsiasi studente di scienze politiche avrebbe potuto predirgli era il ricorso iraniano all’arma di ultima istanza, la chiusura dello Stretto di Hormuz. A questo punto la priorità nei negoziati è diventata la riapertura dello Stretto. Decretando a sua volta un blocco navale, la cui rimozione è per gli iraniani una precondizione per uno sblocco del negoziato, ha reso il nodo ancora più intricato.

    Scenari negoziali
    Sempreché Trump si astenga dalla fuga in avanti di una attivazione delle tre portaerei e dei marines per una spedizione punitiva feroce quanto inefficace, si può sperare in una ripresa del negoziato che porti alla riapertura di Hormuz. Gli iraniani propongono al riguardo un accordo che lasci fuori la questione nucleare, riservata a trattative future. Sarebbe un bilancio assai negativo di una guerra lanciata asseritamente per risolvere quel problema. Nella più rosea delle ipotesi, presto o tardi si arriverà a un accordo sul programma nucleare iraniano che riprenda alcune delle concessioni fatte da Teheran nel 2015 ma certamente non tutte. Dunque un passo indietro rispetto all’accordo di Obama.
    Già allora era lecito dubitare dell’affermazione del governo iraniano di mirare solo agli usi civili dell’uranio. Affermazione ancora meno convincente quando viene ripetuta oggi, dopo che ha accumulato quasi mezza tonnellata di uranio al 60%, per il quale non si conoscono usi civili. Una spiegazione ragionevole è che, anche se fosse ancora disposto a rimandare il suo ingresso nel club delle potenze nucleari in cambio della levata delle sanzioni, voglia presentarsi sulla scena regionale come una potenza vicina alla soglia nucleare, ai fini sia di status che di deterrenza. E dato che insiste nel rivendicare – nel rispetto del Tnp – il diritto di arricchire altro uranio, si può supporre che non si accontenti di essere pronto a produrre in pochi mesi (con quei 450 kg) 9 o 10 bombe atomiche, ma punti a predisporre il materiale per alcune decine di ordigni.
    Anche ammesso che negli anni scorsi il superamento della soglia fosse realmente impedito dalla nota Fatwa di Khamenei che condannava il possesso della bomba atomica, ora che lui è passato a miglior vita e che la recente aggressione ha dimostrato la necessità di un deterrente (la Corea del Nord non rischia di essere bombardata dagli Usa!), la tesi che l’intransigenza iraniana sul nucleare (a costo di rischiare una ripresa della guerra) sia motivata unicamente dall’interesse agli usi civili diventa sempre meno plausibile. La marcia dell’Iran verso lo status di potenza nucleare non è dunque un falso problema, ma è sbagliato il modo di affrontarlo scelto da Israele e dagli Usa.

    Priorità diverse
    Considerando che per Trump (a differenza di Netanyahu) l’imperativo attuale è tirarsi fuori da questa mal concepita avventura e contenere il danno in vista delle elezioni di mid-term, si può immaginare che, perdurando l’impasse negoziale e le gravi conseguenze economiche, Trump si rassegni a mettere in secondo piano il nucleare e concordi una simultanea levata del blocco di Hormuz. Naturalmente si proclamerebbe vincitore cercando di far dimenticare che sarà una soluzione parziale a un problema creato da lui. Parziale perché ben difficilmente Teheran rinuncerà a pretendere un pedaggio, come surrogato delle riparazioni. Costituirà anzitutto un grave vulnus per una regola fondamentale del diritto internazionale, e inoltre un marginale aggravio del costo del petrolio, a fronte però di un sensibile calo dei prezzi grazie alla riapertura dello Stretto. È questo l’importante ai fini elettorali: che il prezzo della benzina scenda negli Usa dagli attuali quattro dollari abbondanti ai tre dollari al gallone. Non la non-proliferazione nucleare.

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