Se c’è una cosa che di Giorgia Meloni proprio non si può dire è che sia stata colta alla sprovvista quando è arrivata a palazzo Chigi. Diversamente, non sembra sia stata pronta ad affrontare allo stesso modo la sconfitta al referendum costituzionale sulla giustizia. La leader che si era mostrata sicura di sé anche nei momenti più complessi sembra trovarsi oggi, come tanti suoi predecessori, impantanata in uno di quei luoghi figurati più insidiosi della politica: la palude.
Sorprende vederla in questa situazione, proprio lei che il 25 settembre del 2022 aveva portato il centrodestra alla vittoria. Proprio lei, che aveva fondato Fratelli d’Italia dieci anni prima, ha visto arrancare il partito sotto il 2 per cento e lo ha trascinato fino a farlo diventare la prima forza politica del Paese.
A quell’appuntamento con la vittoria era arrivata sicuramente ben preparata, dal momento che il risultato fu tutto tranne un fulmine a ciel sereno. Con i sondaggi che davano FdI, tra i pochi a non prendere parte al Governo Draghi, in testa da ormai oltre un anno, arrivare preparata significò prima di tutto mostrarsi una leader rassicurante, che non rinunciava al suo carattere spontaneo e battagliero ma al tempo stesso abbandonava i toni da oppositrice dalle venature sovraniste della fase precedente di Fratelli d’Italia.
Meloni ha dunque cercato di mantenere una postura internazionale, europeista ed atlantista da un lato e il ruolo di figura cardine delle destre europee, forte di un rapporto privilegiato con figure come l’ungherese Viktor Orbán e lo spagnolo Santiago Abascal.
Sul piano dei provvedimenti, senza poter godere di risorse particolarmente abbondanti, gli interventi sono stati spesso mirati, come il decreto Caivano o la legge anti-rave. Le riforme strutturali, invece, sono rimaste più volte allo stadio di annuncio, con l’eccezione di quella della giustizia poi bocciata dal referendum, in un governo che prima della tempesta dell’ultimo mese si era limitato a dover fronteggiare al massimo qualche piccola turbolenza, come l’affaire Sangiuliano (e le sue conseguenti dimissioni) e le varie vicende riguardanti il sottosegretario Andrea Delmastro, che tuttavia non hanno mai fatto davvero traballare l’esecutivo.
Campagna flop
Se la premier ha preferito la prudenza è stato anche perché negli anni in cui ha guidato Fratelli d’Italia dall’1,9 per cento del 2013 al 26 del 2022 ha assistito ad ascese e cadute: ha visto i due governi di Conte e la loro fine, ha visto la parabola del suo alleato Matteo Salvini raggiungere le stelle e crollare dopo il Papeete, ma soprattutto ha visto Matteo Renzi toccare il 40 per cento alle europee e infrangere il suo sogno con il referendum del 2016.
Paradossale che una premier così attenta e prudente abbia avuto la sua prima grande battuta d’arresto proprio dopo lo stesso tipo di voto.
Il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia portata avanti dal ministro Carlo Nordio, infatti, doveva essere, nelle intenzioni di Meloni, poco più che un quesito tecnico, che avrebbe potuto trovare un consenso trasversale su cui sapeva di poter contare: tra i giuristi non sono mancate figure apertamente di sinistra a sostenerla, così come partiti all’opposizione del governo hanno apertamente invitato a votare Sì. L’obiettivo era lasciare il dibattito a figure tecniche senza che i leader di partito si esponessero rischiando di logorarsi: i primi sondaggi, non a caso, parlavano di una vittoria agevole per il Sì.
Tuttavia l’opposizione stavolta si è dimostrata più furba di altre recenti occasioni, e i principali azionisti del campo largo hanno iniziato a schierarsi in prima linea per il No. Il referendum costituzionale, così, si è trasformato da un fatto tecnico a un fatto politico, ma il centrodestra per timore di farne un referendum su Meloni ha continuato a lasciare la questione in mano a giuristi e avvocati, mantenendo i partiti e i loro principali esponenti in una posizione più defilata.
L’ultima settimana di campagna elettorale, l’unica in cui la premier è stata attiva in prima persona, non è bastata a rovesciare una tendenza ormai consolidatasi verso il No, che ha consegnato un dato elettorale eloquente: i contrari al referendum hanno superato al 53 per cento con un’affluenza sorprendente, superiore al 58 per cento. Un voto che quindi ha avuto senz’altro una forte componente politica e mostrato che la maggior parte degli italiani sono stati disposti a schierarsi contro la posizione di Meloni. Tanto più se pensiamo che in quel 46 per cento che ha votato Sì ci sono stati anche partiti e personalità che si oppongono all’attuale governo, mentre sostenitori del centrodestra che hanno invitato a votare No sono stati un fenomeno decisamente più limitato.
I problemi esterni
Dopo tre anni e mezzo di relativa tranquillità, dunque, il centrodestra ha aperto il vaso di Pandora, scoperto che quel centrosinistra disordinato, poco coeso e in cui non è chiaro chi sia il leader è in grado di batterlo, facendo così emergere i potenziali dissidi rimasti sopiti in quell’apparentemente granitico centrodestra. Questo mentre contro l’esecutivo si scagliava una sorta di tempesta perfetta: le dimostrazioni di reciproca amicizia Meloni-Trump non sembravano più giovare, l’opinione pubblica occidentale restava spaesata dalla guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, con tutti i timori per le conseguenze sul mercato energetico, mentre l’amico ungherese Orbán perdeva le elezioni dopo sedici anni al governo e sul fronte interno emergeva la notizia dei rapporti economici tra il sottosegretario Delmastro e la figlia di una persona ritenuta vicina al clan Senese, vicenda che poi ha portato alle dimissioni dell’esponente di FdI.
Meloni ha quindi cercato di mantenere il piglio della leader anche nel momento di difficoltà, mostrandosi risoluta e pronta a un cambio di passo che portasse avanti il Governo con decisione: ha chiesto – e ottenuto – le dimissioni da ministro del Turismo Daniela Santanchè coinvolta in alcuni procedimenti giudiziari, non ha permesso ad aerei militari statunitensi di fare scalo alla base siciliana di Sigonella per raggiungere l’Iran, non ha rinnovato l’accordo sulla difesa con Israele, venendo incontro a quello che ritiene essere il sentimento maggioritario nell’opinione pubblica. Ma non senza rischi.
Se i buoni rapporti con Donald Trump sono stati un elemento su cui la presidente del Consiglio si è fatta forte, questo passo indietro ha portato il Tycoon a una presa di posizione dura contro l’Italia, dicendo di essersi sbagliato nel giudizio positivo fino a quel momento assicurato a Meloni.
Ma se ora l’Italia cerca di prendere le distanze da Trump e da Netanyahu, se Orbán non è più alla guida dell’Ungheria, non è facile ricollocarsi rapidamente nello scacchiere internazionale di oggi, e il rischio di un riposizionamento radicale è che il Governo Meloni si trovi impantanato a metà del guado. Senza contare che, se per venire incontro all’opinione pubblica deve avere le stesse posizioni del centrosinistra, il rischio è sempre che tra l’originale e la copia l’elettorato preferisca l’originale.
Maggioranza divisa
Non c’è però solo la questione internazionale, ma anche quella interna al centrodestra. Da quando esiste il Governo Meloni, gli equilibri sono sempre stati definiti dalla predominanza di Fratelli d’Italia nella coalizione con Lega e Forza Italia a giocarsi il secondo posto. Se la leadership leghista di Matteo Salvini è stata indebolita dall’addio del generale Roberto Vannacci, che lo stesso vicepremier e ministro delle Infrastrutture aveva voluto nel partito, oggi Salvini può però mettere sul piatto che le uniche regioni in cui il Sì ha vinto il referendum – Lombardia, Veneto e Friuli – sono proprio quelle guidate da governatori leghisti. Diversamente al sud, dove Forza Italia è più forte, il No ha vinto con percentuali molto larghe. E proprio in Forza Italia è sempre più aperta la questione su che piega prenderà il partito, con la famiglia Berlusconi che dopo il voto ha fatto sentire la propria voce, prendendo da parte Tajani e portando a un cambio dei capigruppo: vedremo se ne seguirà anche uno della linea politica e che conseguenze avrà sulla compagine di governo.
Ma intanto, fuori dal perimetro dei tre azionisti dell’esecutivo, è nato Futuro Nazionale, il partito di Vannacci, che in questo momento in cui gli equilibri sono in via di ridefinizione può far pesare le sue posizioni, entrando nella coalizione di governo e spostandone a destra il baricentro o tenendosene fuori, col rischio di eroderne parte del consenso.
In ogni caso, una situazione da maneggiare con cura, come con cura va maneggiata l’intera situazione politica non solo nella maggioranza, ma anche nell’opposizione. Se a sinistra si è capito che battere Meloni è possibile, ancora è da definire con che coalizione, che programma e che leader. Ed è in momenti come questi che la politica italiana sa riservare, da una parte e dall’altra, le risposte più inattese.
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