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    La febbre dell’Artico di Donald Trump (di F. Bascone)

    Credit: AGF

    La volontà di Donald Trump di prendere possesso della Groenlandia non è dettata dall'interesse nazionale. Ma dalla volontà di passare alla storia come un presidente che ha "reso l'America più grande”. Anche in termini geografici. L’Europa però, che non può fare a meno né della Nato né di tracciare una linea rossa, non ha piani d’emergenza

    Di Francesco Bascone
    Pubblicato il 23 Gen. 2026 alle 16:17

    La rivendicazione della Groenlandia era stata annunciata da Trump sin dall’inizio in maniera categorica: ci serve, ce la prenderemo con le buone o in altro modo. Se c’è una parvenza di motivazione razionale – ma è quella invocata da ogni aggressore in mancanza di ragioni più concrete, anche da Putin nei confronti dell’Ucraina – è la “sicurezza”. Sicurezza della rotta artica e prevenzione di colpi di mano di Cina o Russia, le cui navi e sottomarini affollerebbero, a dire di Trump, le acque circostanti.

    L’alibi della sicurezza
    Il controllo del “Passaggio a Nord-Ovest” non richiede certo il possesso dell’intera isola, due milioni di chilometri quadrati di territorio. Se dovessimo prendere per buono quell’argomento, la minaccia graverebbe soprattutto sul Canada, che si affaccia su gran parte di quella rotta. Ammesso che vi sia necessità di punti di appoggio per le navi mercantili e anche militari, nulla impedirebbe a Washington di proporre appositi negoziati a Copenhagen e a Ottawa, senza avanzare pretese territoriali. Quanto al presunto pericolo presentato dalle navi russe e cinesi lungo le coste della Groenlandia, è nel nostro interesse prendere Trump in parola quando dice che è questo il problema, che occorre prevenire una conquista da parte della Cina. Si può discutere di aumentare la presenza militare della Danimarca (che secondo Trump vi ha dislocato solo un paio di slitte trainate da cani) ed eventualmente di suoi alleati europei e degli stessi Stati Uniti in alcuni punti strategici. Washington dispone già di una base militare nel nord dell’isola e in base a un trattato del 1951 ha facoltà di stabilirne altre. Persino una rete di basi necessarie per la difesa missilistica degli Usa (Golden Dome). Anche lo sfruttamento delle risorse minerarie che nel mondo trumpiano spetterebbe all’America in base alla legge del più forte (come in Ucraina, Venezuela, eccetera) non è una buona ragione per una conquista territoriale. Finita l’era coloniale, saranno le grandi società minerarie a negoziare l’acquisizione di concessioni, sempre che la spessa coltre di ghiaccio non renda proibitivi i costi di estrazione ancora per parecchi anni.
    Il guaio è che la volontà di prendere possesso dell’isola non è dettata dall’interesse nazionale (sicurezza, vantaggi economici) che può essere perseguito con altre modalità, bensì, come ha detto candidamente lo stesso Trump, da una necessità “psicologica”. Dunque, dal bisogno di soddisfare una personale sete di potere, di accrescere il consenso popolare, di passare alla storia come un presidente che ha “reso l’America più grande” anche in termini geografici. A ben vedere questa pulsione primitiva che prescinde da interessi economici ha mosso i grandi conquistatori di imperi, da Ciro il Grande ad Alessandro Magno, a Giulio Cesare e i suoi successori, a Napoleone, agli Zar e ai Sultani ottomani, fino a Mussolini nel 1935. Pensavamo che questa logica della conquista fine a se stessa appartenesse ad un passato definitivamente chiuso nel 1945 (altra cosa sono le ambizioni egemoniche o il recupero di territori perduti, vedi Ucraina o Taiwan). Ma, nella mentalità primitiva di Donald Trump, questo ritorno a un passato darwiniano è plausibile.

    Quali contromisure?
    Se le cose stanno così, diventa molto più difficile per la Danimarca e per gli europei offrire soluzioni pragmatiche. Non si può fare a meno di tracciare una linea rossa. Ma è necessario farlo senza mettersi apertamente in contrasto con gli Stati Uniti, perché speriamo ancora che non annullino del tutto il loro contributo al containment della Russia. Il worst case scenario, uno scontro fra i marines Usa e forze di reazione rapida europee alle porte di Nuuk è impensabile. Quando la premier danese dice che un’azione di forza americana per la conquista dell’isola sarebbe la fine della Nato, è un grido di allarme, non una minaccia. Caso mai è Trump a poter minacciare di ritirarsi dall’alleanza e l’Europa a dover fare il possibile per evitarlo. Eventuali misure preventive di natura militare – ad esempio lo stazionamento a rotazione di alcuni battaglioni multinazionali europei con finalità di addestramento ma in realtà anche di deterrenza – dovrebbero essere presentate come rivolte “erga omnes”, o “tous azimuts” come il generale De Gaulle definiva la sua “force de frappe” nucleare. Naturalmente il governo americano non avrebbe dubbi sul destinatario e reagirebbe con misure punitive (ha già minacciato dazi in risposta a una missione di una trentina di militari, gesto puramente simbolico) ma ci penserebbe due volte prima di attaccare forze alleate.
    Se invece si esclude l’invio di forze di terra o navali a scopo dissuasivo, si può forse pensare a una conferenza sulla sicurezza che, all’indomani di un ipotetico accordo di pace russo-ucraino, riaffermi solennemente i principi di Helsinki, e in particolare quello dell’integrità territoriale di tutti gli Stati. Ma, a parte i tempi, che non sono quelli tumultuosi di Trump e di Vance, si tratterebbe tutt’al più di una fonte di imbarazzo per l’aggressore, non un reale impedimento. Così come non lo sono per la Russia o per Israele le risoluzioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
    I leader europei hanno espresso la loro piena solidarietà alla Danimarca. Ma hanno davvero elaborato un contingency planning per tutti gli scenari possibili? Hanno stabilito cosa fare qualora il governo americano dopo aver piantato qualche bandiera dichiarasse formalmente di annettersi l’intera isola, come fatto dal governo russo nel settembre 2022 per le quattro regioni ucraine (solo in parte occupate)? Sarebbero pronti a presidiare tempestivamente edifici governativi, tv, aeroporti e altre infrastrutture strategiche, in modo da svuotare di significato quella annessione?
    E se Washington decidesse invece di finanziare lautamente un movimento separatista e falsare un eventuale referendum su indipendenza e associazione, offrendo una forte somma per ciascuno dei circa 40mila elettori (si è parlato di 100mila dollari statunitensi), sarà già stata pianificata una efficace azione di contrasto?
    Il sostanziale fallimento del tentativo di sottomettere il Venezuela potrebbe rafforzare le voci contrarie all’avventurismo di Trump in seno al Congresso e al movimento MAGA. Ma potrebbe anche spingerlo a cercare un successo, ritenuto più facile, sullo scacchiere Artico.

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