Gennaio 2026 ci accoglie con nuove preoccupanti incertezze. Il ritorno dell’idea di un Regime change – cambio di regime, come possibile strumento di politica internazionale. Le dichiarazioni al vento che causano fluttuazioni sui mercati, fatti salvi i titoli della difesa che continuano a salire. Minacce di attacchi, minacce di dazi e contro dazi. Istituzioni internazionali a pagamento che servono gli interessi di pochi.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump prosegue con il suo disegno, del tutto incoerente con quanto raccontava ai suoi elettori durante la campagna elettorale, tutt’altro che orientato alla costruzione di equilibri o pace. Si rivela sempre di più un uomo d’affari che cerca l’accordo economico migliore su terre rare, risorse e commercio, senza il quale non conta alcun reale tentativo di stabilizzazione o tutela delle vite umane.
L’eredità che sta lasciando ad ora sono l’incertezza economica, che i dati statunitensi dimostrano indurre molte imprese a offrire quasi solo impieghi part time, e i decisi aumenti delle spese militari nazionali.
L’Europa cerca di reagire e tenta di farlo con formule diverse. I cosiddetti governi dei “volenterosi” che immaginano reazioni e misure immediate alle scorse minacce di utilizzare la forza in Groenlandia da parte di Trump. Le istituzioni dell’Unione Europea, che sospendono l’accordo sui dazi e si sforzano, come non mai, di raggiungere posizioni unitarie sulle crisi internazionali in essere, prima fra tutte l’Ucraina, per la quale è stato approvato un prestito da 90 miliardi di euro finanziato con debito comune.
In tutto questo, Zelensky definisce l’Europa “persa e divisa” e Meloni risponde “l’Ue scelga se essere protagonista o subire il destino”. Il destino dell’Europa è in mano anche a Giorgia Meloni, è importante che lo tenga bene in mente.
La scelta di un’Europa forte, che significa innanzitutto unita, dipende dalla generosità che i singoli Stati decideranno di mettere in campo per porre a fattor comune gli asset nazionali. Per metterli al servizio dei cittadini europei, meno che mai spettatori impotenti di un mondo reso instabile dalle follie di pochi.
L’Europa ha una grande occasione: rimettere al centro delle politiche internazionali il rispetto del diritto. Siamo tra gli unici Paesi rimasti che tentano, con le proprie istituzioni, di salvaguardare il multipolarismo e non la legge del più forte.
Per farlo, com’è stato detto da più di qualcuno, occorre rafforzare le istituzioni europee per unirci maggiormente sui settori strategici. Uno fra tutti: la difesa.
Così come sui dazi e quindi il commercio – competenza UE – su cui inizia ad esserci una consapevolezza della nostra capacità, non è immaginabile un’Europa come attore internazionale senza una strategia di difesa e sicurezza davvero comune. Per spendere meno e meglio. Efficientare i sistemi di comando, innovare le tecnologie e dotarsi quindi di una difesa competitive che consenta maggior autonomia strategica e peso nei negoziati.
È il momento del coraggio e della consapevolezza europea. Per contare sui tavoli internazionali promuovendo pace, equilibrio e il rispetto del diritto e dei diritti. Se non ora, quando?
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