Negli Anni Dieci, per chi possedeva una manciata di ideali e qualche possibilità economica, l’Erasmus e l’Interrail non erano semplici viaggi: erano un rito di cittadinanza. L’Europa era una realtà concreta, tangibile, quotidiana. Significava attraversare un confine senza mostrare il passaporto, studiare altrove, scoprire che le proprie scelte di vita potevano estendersi a innumerevoli coordinate geografiche. Oggi quella promessa appare sfocata.
In un momento storico frammentato e incerto, la domanda si fa urgente: l’Europa esiste ancora? È ancora capace di essere uno spazio di libertà e di pace?
Quando ad Alessandria, abbiamo deciso di dedicare una giornata di confronto al futuro del Continente – nell’anno del decennale della scomparsa di Umberto Eco, intellettuale europeo per eccellenza -, la reazione del pubblico ci ha sorpreso. In una città di provincia, una sala piena ha seguito per ore un dibattito che all’apparenza poteva sembrare di nicchia. Le questioni sollevate, invece, toccavano la vita di tutti i giorni: i diritti, il futuro e il bisogno profondo di orientarsi nella complessità del presente.
I dati dell’Eurobarometro della primavera 2026 mostrano un quadro ambiguo: se tre cittadini su quattro (il 75%) dichiarano di sentirsi europei, appena il 57% è soddisfatto del funzionamento della democrazia nell’Unione. Una percentuale che crolla attorno al 30% in Stati chiave come la Grecia e la Francia.
Sentirsi europei, dunque, è una cosa; credere nelle istituzioni europee è un’altra. L’Europa si riconosce nelle piccole abitudini che valicano i confini senza che neanche ce ne accorgiamo: il caffè al bar, la logica dei numeri civici, le pro loco: un patrimonio immateriale di vicinanza culturale che ci fa sentire a casa anche fuori dal nostro Stato. Il sentimento di appartenenza è forte, ma convive con la sensazione amara che i luoghi decisionali e i centri del potere rimangano irraggiungibili. Lo evidenzia la costituzionalista Anna Mastromarino: le normative europee hanno sviluppato negli ultimi cinquant’anni importanti tutele per l’inclusione e le minoranze. Tuttavia, queste cornici formali faticano a tradursi nella realtà.
I numeri dello stesso Parlamento europeo lo confermano: solo l’1,8% degli eurodeputati ha meno di trent’anni, le donne superano appena il 38% e appena 37 parlamentari su 720 appartengono a una minoranza etnica. Senza spazi effettivi di partecipazione, si rimane destinatari passivi delle politiche e non si genera alcuna fiducia nelle istituzioni.
A dieci anni dal referendum sulla Brexit, la storia ci mostra chiaramente cosa succede quando questi fili si spezzano. Come testimonia il giornalista Marco Varvello, nel Regno Unito si è riaperto un doloroso confronto sul rapporto con l’Unione. I dati e i sondaggi registrano un forte ripensamento sull’uscita e una crescita del sostegno a un ipotetico rientro, spinti dall’impatto dell’inflazione, dai costi economici e dalla drammatica perdita di opportunità per le nuove generazioni. La Brexit è diventata il promemoria di come la separazione non risolva la complessità, ma la aggravi.
Un’antitesi rincuorante a questo isolamento arriva da Trieste, città di appartenenze plurime raccontata dal direttore del museo LETS, Riccardo Cepach. A Trieste si può essere italiani, croati, istriani, austriaci e, contemporaneamente, triestini. Non occorre ridurre queste identità a una sintesi uniforme: si tratta di una convivenza che include le differenze senza cancellarle. Trieste emerge così come una piccola Europa, un modello a cui mirare.
Già il Manifesto di Ventotene, scritto nel buio della Seconda Guerra Mondiale, immaginava un’Europa libera e unita per salvare il continente dal terrore dei nazionalismi. Oggi quel richiamo non può ridursi a una celebrazione rituale: deve tornare a essere un fronte d’azione prioritario. E da dove ripartire, se non dai luoghi del pensiero?
Forse solo la cultura ha la forza di costruire simili spazi. Pur non sostituendo le politiche sociali né l’equità economica, la cultura è uno strumento potente purché esca dalla sua turris eburnea e si propaghi come un liquido, ricucendo una modernità fatta di pezzetti disgregati. Bisogna farla esplodere questa cultura, nelle scuole, nei musei, nelle biblioteche, nelle carceri, nei collettivi e nelle associazioni di quartiere.
Al liceo scrissi una lettera a La Repubblica (per la quale i miei amici mi presero immensamente in giro): proponevo di smetterla con le solite occupazioni scolastiche e di cominciare a declamare la Costituzione nei bar, proiettare La Libertà che guida il popolo di Delacroix sulle facciate dei palazzi, sparare Vivaldi dalle casse hackerate dei comizi politici. Era una provocazione ovviamente, ma continuo a crederci: la democrazia non è un risultato acquisito e occorre trovare modi nuovi per far sentire la propria voce.
La violenza di chi “spacca tutto” non è una risposta, ma sarebbe cieco non vedere che quella rabbia nasce dalle ferite profonde di un tessuto sociale ignorato, lasciato ai margini dell’agenda politica. La sfida europea di oggi non è scegliere tra l’altro e noi, o tra le identità nazionali e la pluralità. È costruire una coesione capace di tenere insieme le differenze senza annullarle, garantendo a tutti uno spazio reale di parola e di potere.
La complessità non è un ostacolo da eliminare, ma la materia stessa della vita. E di fronte allo scontro e alla tentazione dell’isolamento, l’unica vera rivoluzione è conoscerci e imparare, finalmente, a sederci allo stesso tavolo.
Ottobre Alessandrino, ideato dal regista Luca Ribuoli, è una manifestazione culturale diffusa che ogni anno trasforma la città di Alessandria in uno spazio di incontro tra linguaggi, saperi e comunità. La terza edizione, dal titolo La cultura fa Eco, è dedicata al più celebre degli alessandrini, Umberto Eco, nel decennale della sua scomparsa. Il programma intreccia arte, cinema, letteratura, musica e dibattito pubblico coinvolgendo oltre 70 enti e diffondendosi in 40 sedi. All’interno della rassegna, la giornata dedicata all’Europa – organizzata in collaborazione con TPI, l’Università del Piemonte Orientale, la Fondazione Santagata per l’Economia della Cultura e l’Associazione Paesaggi Vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato UNESCO – ha visto il confronto tra figure di spicco come Nicolas Ballario, Marco Varvello e Stefano Mentana, culminando nella straordinaria e unica data europea del musicista belga Wim Mertens.
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