In questa era di autoritarismi val la pena riflettere sul significato della parola resistenza.
In un anno ci siamo trovati a essere, da valido alleato degli Stati Uniti, una nazione poco coraggiosa colpevole di non assecondare le volontà di Donald Trump. Più che una colpa, una medaglia al valore. Ma ricordarlo oggi, da parte di chi ha inseguito quell’amicizia ben oltre i limiti che si confanno a una repubblica democratica nata sulle ceneri di altri autoritarismi, appare ridicolmente pleonastico.
Dunque dobbiamo assuefarci a un mondo che assomigli a quello del presidente Trump, in cui la forza prevale sul diritto, l’anarchia sulla cooperazione, il capriccio del più potente sulle regole condivise? O possiamo auspicare una qualche forma di resistenza, dal basso o dall’alto, a questa nuova normalità decantata come tale solo perché priva di freni?
La risposta, quantomeno parziale, la offrono tre storie distinte ma ugualmente resistenti, che raccontiamo in questo numero. Sono tre forme diverse di opposizione al potere asimmetrico, e proprio per questo si parlano.
La prima è quella degli Ayoreo Totobiegosode, ultimo popolo incontattato del Sud America fuori dall’Amazzonia, le cui terre nel Gran Chaco paraguaiano stanno scomparendo sotto i bulldozer degli allevatori. Una storia che ci riguarda da vicino: l’Italia è il maggiore importatore mondiale di pelli paraguaiane, e l’82% delle nostre importazioni proviene da aziende già segnalate per accaparramento di terre e deforestazione illegale.
Due loro leader, Porai e Darajidi Picanerai, sono venuti per la prima volta in Italia ad aprile per chiedere conto a un Paese che, mentre le lobby premono per escludere il cuoio dal regolamento europeo sulla deforestazione, importa di fatto la distruzione della loro casa. È resistenza nel senso più letterale: resistere su un territorio che altri vogliono cancellare.
La seconda è quella di chi prova a opporsi al potere delle Big Tech, un’oligarchia senza precedenti che — come spiega l’economista Dario Guarascio nell’intervista che pubblichiamo — non si limita più a vendere servizi ma costituisce ormai gli «occhi, le orecchie e il braccio armato» degli Stati con cui collabora. Aziende come Palantir partecipano attivamente alle attività militari e di intelligence dei governi, testando sui campi di battaglia tecnologie che diventeranno poi vantaggi competitivi nel civile.
L’Europa ha lasciato accumulare un divario tecnologico difficilmente colmabile. Resistere, qui, significa immaginare un digitale diverso: infrastrutture sotto controllo pubblico, finalizzate ai beni comuni anziché al consumo compulsivo o alla mercificazione delle vite. Non utopia, ma una scelta politica.
La terza è quella teorizzata da Noam Chomsky, di cui pubblichiamo un prezioso estratto. Quarant’anni di assalto neoliberista hanno trasferito 50mila miliardi di dollari dal 90% inferiore della popolazione americana all’1% superiore: una guerra di classe condotta dall’alto con spietata determinazione.
Eppure, ricorda Chomsky riprendendo Gramsci, «pessimismo dell’intelletto, ottimismo della volontà»: la schiavitù sembrava ineluttabile, le donne furono considerate proprietà negli Stati Uniti fino agli anni Settanta, eppure quei sistemi sono stati erosi. 7
Tre storie, un filo rosso: nessun potere dura per sempre, ma tocca a noi resistervi come comunità. Perché farlo da soli, come individui isolati, è quasi impossibile. Ancor prima che schierarsi — prerogativa senza la quale oggi pare non si abbia diritto di parola — sarebbe dunque opportuno resistere. Ogni giorno. Attraverso piccole azioni quotidiane. Ciascuno nel proprio piccolo.
È un esercizio di pensiero, e poi di comportamento, che richiede un briciolo di pensiero critico in più rispetto a quello che applichiamo, in media, alla maggior parte delle questioni quotidiane. Perché ancor prima di ascoltare l’idea altrui, occorre capire la propria. Salvo poi eventualmente correggerla ascoltando e imparando da chi ha maggior competenza in materia.
Anziché impregnarci di frasi fatte, viziate da letture quasi sempre superficiali, dovremmo premiare i pensieri articolati, per evitare di parteggiare a priori inseguendo il gregge che più ci assomiglia o a cui crediamo di voler assomigliare. Significa, in concreto, fermarsi qualche secondo prima di condividere una notizia e chiedersi chi l’ha scritta e su quali fonti si basa. Significa leggere un articolo intero prima di commentarlo. Significa, davanti a una statistica scioccante, cercarne la fonte originaria invece di accontentarsi del meme.
La resistenza a un mondo orfano di fondamenti etici, in mano alla sola forza bruta, è ciò di cui abbiamo bisogno affinché le comunità che compongono quello che chiamiamo Occidente non si abbrutiscano ulteriormente.