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    L’equivoco occidentale (di Giulio Gambino)

    Credit: AGF

    Oggi il nodo vero non è scegliere tra valori e realismo. È capire come rendere i valori credibili in un mondo incentrato sulla dottrina del realismo

    Di Giulio Gambino
    Pubblicato il 22 Gen. 2026 alle 13:33

    Il dibattito europeo sulla guerra in Ucraina e sul ruolo dell’Occidente si è in questi anni progressivamente imperniato su due assunti di fondo, spesso presentati come inconciliabili, ma che in realtà fotografano due dimensioni della stessa crisi.

    Il primo assunto è di natura valoriale. Sostiene cioè che il discrimine politico e morale del nostro tempo resti quello classico: libertà contro oppressione, democrazia contro autoritarismo. In questa prospettiva, si è detto, la sinistra dovrebbe riconoscere nuove capitali simboliche, nuove “città sacre”: Kiev, aggredita da una potenza imperiale, e Teheran, attraversata da una rivolta repressa nel sangue.

    Da qui discende la conclusione netta su chi, in questo stesso periodo, si è posto più di una domanda sulla strategia, sul senso di questa guerra: lo scetticismo di taluni sull’Ucraina, in questa lettura, non corrisponderebbe a una neutralità o a una prudenza, ma ad una forma di anti-occidentalismo culturale, alimentato da un’onda crescente di populismo, un rifiuto mascherato dell’Occidente come spazio storico in cui diritti, libertà civili e stato di diritto hanno trovato una realizzazione concreta.

    Secondo questa tesi, l’Occidente resta dunque un’idea viva e difendibile, così come l’alleanza atlantica resta il suo pilastro politico-militare.

    Il secondo assunto muove da una constatazione opposta. Il mondo che ha reso possibile quell’Occidente non esiste più. L’ordine internazionale nato nel secondo dopoguerra è entrato in una crisi irreversibile e la guerra in Ucraina non rappresenta la sua difesa ma il momento in cui la sua fragilità è stata definitivamente esposta. Le alleanze contano sempre meno, contano gli allineamenti di interesse; l’Atlantico non è più un orizzonte politico condiviso, ma uno spazio attraversato da strategie divergenti.

    In questo scenario, l’Europa è destinata a pagare il conto più alto del conflitto, assumendosi responsabilità economiche e strategiche che altri attori possono permettersi di scaricare.

    Questi due assunti vengono spesso messi uno contro l’altro. Ma è proprio questa contrapposizione a produrre l’equivoco.

    Nel primo caso, il rischio è che l’universalismo diventi selettivo. Se Kiev e Teheran sono le città sacre della sinistra, viene da chiedersi come mai Gaza non meritasse analogo riconoscimento. Se il criterio è la difesa dei civili, del diritto internazionale, della libertà dei popoli, l’esclusione pesa. Non certo per negare le responsabilità di Hamas o la complessità del conflitto mediorientale, ma perché la coerenza è parte integrante della forza morale. Quando manca, l’Occidente smette di apparire come un’idea universale e inizia a sembrare un campo che applica principi variabili.

    È forse anche da qui che nasce quell’anti-occidentalismo che si vorrebbe liquidare come qualunquista ma che spesso affonda le radici in contraddizioni reali?

    Nel secondo caso, il rischio è speculare: scambiare la fine di un ordine per la fine di ogni norma. Riconoscere che il mondo è cambiato non significa accettare che la politica internazionale sia riducibile a un puro mercato di rapporti di forza. Nel nome del realismo. Eppure è proprio questa la direzione verso cui si muovono alcune delle principali potenze.

    La strategia trumpiana ne è un esempio particolarmente chiaro e pericoloso: la tendenza (di più: la strategia) a gestire i tavoli delle crisi internazionali attraverso board ristretti, informali, composti da persone fedeli, affaristi, interlocutori “comodi”, come già sperimentato nel caso di Gaza.

    Non si tratta solo di marginalizzare l’Onu, ma di sostituire il multilateralismo con una logica da consiglio di amministrazione globale, in cui il commercio e la transazione prendono il posto del diritto e delle istituzioni. Il diritto internazionale non viene abolito: semplicemente viene reso irrilevante.

    È in questo spazio che l’Europa mostra tutta la propria difficoltà. Da un lato proclama valori che fatica a rendere credibili; dall’altro subisce un mondo che cambia senza riuscire a orientarlo.

    In mezzo, il dibattito interno si rifugia spesso in un altro falso conflitto: quello tra welfare e sicurezza, tra diritti sociali e difesa della democrazia. Si sostiene che il sostegno all’Ucraina o un rafforzamento della difesa europea sottrarrebbero risorse allo stato sociale. È una contrapposizione fuorviante.

    La storia recente dimostra che non esiste alcun automatismo tra spesa per la sicurezza e impoverimento del welfare. Fino all’inizio degli anni Novanta la spesa pubblica complessiva era più elevata di oggi e il welfare funzionava meglio, garantendo maggiore protezione e mobilità sociale.

    Il deterioramento del welfare italiano non dipende dall’Ucraina né dall’Europa. Dipende da problemi strutturali interni: un declino demografico che ci colloca ai vertici mondiali dell’invecchiamento, una fuga massiccia di capitale umano, un sistema produttivo frammentato che compete, al ribasso, puntando unicamente sul costo del lavoro invece che sul valore.

    In un Paese che è la seconda manifattura d’Europa, i salari restano fermi e il welfare sotto pressione non per colpa delle spese militari, ma per l’incapacità di creare crescita, innovazione e attrazione di competenze.

    Il paradosso finale è che, mentre il welfare peggiora comunque, l’Italia e l’Europa non riescono nemmeno a esercitare una reale responsabilità strategica. Il rischio è quello di un continente ripiegato su se stesso, mentre il mondo si riorganizza secondo logiche che non controlliamo.

    Il nodo vero non è scegliere tra valori e realismo. È capire come rendere i valori credibili in un mondo incentrato sulla dottrina del realismo.

    Per decenni abbiamo interpretato un mondo neoliberalista con le lenti di un realista come Kissinger. Oggi che il mondo si presenta come anarchico ci ostiniamo a volerlo leggere unicamente con le lenti neoliberaliste.

    Senza una necessaria e rinnovata sintesi, l’Occidente rischia di sopravvivere solo come retorica, mentre viene sostituito nella pratica da un sistema di decisioni opache, informali, talvolta affaristiche. E a quel punto, più che difenderlo o criticarlo, non ci resterebbe che subirlo.

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