Il rischio di un collasso finanziario delle Nazioni Unite, evocato in queste settimane dal segretario generale António Guterres, è il sintomo di una frattura globale: la progressiva dissociazione tra l’ordine internazionale fondato nel secondo Dopoguerra e la odierna realtà segnata dall’anarchica nel nome del potere.
Il mancato pagamento all’Onu delle quote obbligatorie da parte di numerosi Stati membri, tra cui gli Usa, non è infatti riconducibile a un incidente tecnico ma, piuttosto, a una vera e propria crisi di consenso favorita dal disordine mondiale.
Problema: sempre più governi considerano l’Onu come un apparato costoso, lento e incapace di incidere realmente sui conflitti, sulle asimmetrie economiche e sulle nuove minacce sistemiche. In questo senso, la denuncia pubblica di Guterres ha il valore di un atto politico: rende esplicito ciò che da tempo era implicito, ovvero che l’architettura multilaterale attuale sopravvive più per inerzia che per convinzione.
Eppure, proprio questa crisi può trasformarsi in una rara opportunità. Nei fatti, il diritto internazionale è sempre progredito in seguito a momenti di rottura, come avvenuto con le guerre mondiali, i genocidi, i fallimenti della diplomazia. Oggi la cesura non è militare, ma istituzionale.
L’eventualità che l’Onu non sia più in grado di finanziare le proprie operazioni più basilari costringe la comunità internazionale a una domanda che per decenni è stata rinviata: che tipo di multilateralismo è ancora possibile, o perlomeno auspicabile, in un mondo frammentato, competitivo e post-egemonico?
Un rilancio credibile non può limitarsi a riorganizzazioni di forma. Occorre ripensare il rapporto tra sovranità, obblighi giuridici e responsabilità collettiva.
La sostenibilità finanziaria dell’Onu deve essere sganciata dalla buona volontà politica contingente degli stati più forti e ancorata a meccanismi automatici, giuridicamente vincolanti. Allo stesso tempo, la legittimità politica dell’Organizzazione passa da una riforma profonda, di sostanza, dei suoi organi decisionali, a partire da un Consiglio di sicurezza che oggi riflette più l’esito della Seconda guerra mondiale che gli equilibri reali del mondo contemporaneo.
La sfida è anche culturale. Il diritto internazionale non può più essere percepito come un insieme di norme astratte, applicate selettivamente e sospese nei momenti di crisi. Deve tornare a essere uno strumento operativo di gestione del potere globale: capace di regolare non solo la guerra e la pace, ma anche il clima, la tecnologia, le migrazioni, le disuguaglianze e l’uso delle risorse comuni.
Senza questa ambizione, l’Onu resterà nulla più di un simbolo; al contrario, con essa, può diventare il laboratorio di un nuovo patto globale. Il rischio di collasso, in questo senso, non è la fine del multilateralismo, ma il suo banco di prova decisivo. Affinché il diritto torni a contare più della forza.
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